Rocky Marciano: il bombardiere di Brockton con il cuore italiano

di Manuel Massimiliano La Placa.

“Perché danzare per dieci riprese con un avversario se lo si può mettere K.O. alla prima?”

Rocky Marciano
 
È complicato racchiudere in poche pagine la figura di Rocky Marciano, ancor più difficile lo è per chi, come lo scrivente, ha abbracciato il mondo della boxe proprio grazie al suo esempio.
Perché Rocco Francis Marchegiano, nato a Brockton nel Massachussets il primo settembre del 1923 da genitori italiani originari rispettivamente di Ripa Teatina in provincia di Chieti e di Benevento, incarna visceralmente il paradigma di stoicismo, abnegazione, sacrificio ed incrollabile forza di volontà che hanno reso grandi gli italiani nel mondo.
Il padre, Querino, emigra dall’Abruzzo negli Stati Uniti nel 1912, a soli diciassette anni, ed inizia a svolgere la professione di calzolaio.
Quattro anni più tardi, nel 1916, giunge negli States anche Pasqualina, sua futura moglie.
Oltre a Rocco, la coppia mette al mondo altri cinque figli, due maschi e tre femmine.
Una famiglia come tante altre, di italiani emigrati negli U.S.A per garantirsi un futuro, da costruire senza aspettarsi aiuti o il soccorso di alcuno, muniti soltanto del proprio spirito di sacrificio e della vocazione per il lavoro duro, consapevoli della necessità di doversi guadagnare la permanenza negli States attraverso un percorso durissimo di integrazione ed accettazione.
Rocco nasce e cresce in questo ambiente: gli anni immediatamente antecedenti alla grave crisi del 1929 e, soprattutto, quelli successivi permeati dalla fame, dall’incertezza e dalla miseria oltreché da una inarrestabile volontà di rivalsa che si respira tra gli italo-americani ancor di più che tra gli stessi statunitensi.
Attorno ai sedici anni Rocco è già entrato nel mondo del lavoro come muratore, per nulla intenzionato ad andare a lavorare nell’impresa fondata dal padre, in quanto il suo reale desiderio è quello di diventare un affermato giocatore di baseball, il suo sport preferito.
Esattamente come accaduto ad un altro grande pugile italiano, Primo Carnera (del quale si narra che Rocco abbia seguito le gesta e gli incontri almeno fino alla conquista del titolo mondiale del 1933), l’insopprimibile richiamo del pugilato tarderà a farsi spazio nella mente e nel cuore del Nostro.
L’obiettivo del giovane italiano rimane quello di farsi strada nel mondo del baseball ed è con questo spirito che tenta un provino per entrare nei Chicago Cubs.
Inaspettatamente, viene scartato in malo modo in quanto, ironia della sorte, si ritiene non possieda sufficiente forza nel lancio a causa di un braccio destro giudicato troppo debole.
Una vera mazzata, che mette in crisi Rocco per qualche tempo facendone vacillare la sicurezza nei propri mezzi e che lo convince a cambiare percorso.
Tuttavia, ancora una volta il destino si dimostra un saggio ed imprevedibile maestro, facendo scaturire proprio da quel fallimento la scintilla che avrebbe poi fatto divampare il fuoco della leggenda.
Rocco, infatti, inizia a prestare il servizio di leva ed è proprio in questo periodo che scopre che quello stesso braccio destro, snobbato e deriso dagli addetti ai lavori del baseball, può trasformarsi nella perfetta macchina da guerra per emergere.
Dopo aver steso un australiano in un pub, avvenimento al quale pare aver assistito anche suo zio Mike, decide di provare con la boxe.
Al primo incontro da dilettante viene squalificato, mentre ai successivi tornei ottiene risultati altalenanti.
Tuttavia, nonostante un esordio poco esaltante, i successivi match, affrontati in clandestinità vista la contrarietà della madre a farlo combattere, iniziano a metterne in luce le reali qualità: una resistenza fuori dal comune nell’incassare i colpi; una cadenzata, potente ed inesorabile strategia nel combinare diretti, montanti e ganci senza disperderne la pesantezza; un destro micidiale, che colpisce sempre all’improvviso, forte come un siluro, nella frazione di un secondo.
Esordisce ufficialmente come professionista a ventiquattro anni, nel 1947, ed abbatte alla terza ripresa Lee Epperson, dopo averlo centrato al plesso solare con un destro portentoso.
Capisce, a questo punto, di possedere delle doti in grado di portarlo lontano ed inizia ad accrescerle: si allena ogni giorno nei minimi particolari, maniacalmente, cercando di limare il più possibile i difetti che, teoricamente, potrebbero precludergli l’ingresso e la permanenza nella categoria dei pesi massimi.
Rocco, infatti, è alto poco meno di un metro e ottanta ed il suo peso non supera gli ottantacinque chili, caratteristiche che, vista la grande forza ed il notevole talento che circolano nella massima categoria in quegli anni, sembrano non poter reggere il confronto.
Nel particolare, è soprattutto l’allungo dell’atleta italo-americano, troppo corto, a destare dubbi, vista anche la lentezza sul quadrato che lo caratterizza.
Eppure, ancora una volta, saranno proprio i punti deboli a farne esplodere la risalita verso la gloria.
Sotto la guida di Charley Goldman, Rocco inizia un allenamento specifico che gli consente di ridurre al minimo i rischi sul ring, sfruttando le proprie caratteristiche fisiche e la minore altezza rispetto ai propri competitors.
Impara quindi a dare meno bersaglio possibile all’avversario, assumendo quella posizione curva, piegata sulle gambe, quasi accovacciata che lo ha consegnato per sempre alla storia.
Con queste premesse tecniche, unite alla potenza del suo destro e ad una resistenza incrollabile, nel 1948 vince il suo secondo incontro stendendo Harry Bilazarian alla prima ripresa con un destro in doppia, rapida successione.
La stampa inizia a puntare gli occhi su quel pugile tarchiato, che avanza caricando a testa bassa incurante di tutto, che schiva roteando il busto per poi assestare pesanti serie da due, tre colpi in una manciata di secondi.
Rocco Marchegiano non c’è più, nasce Rocky Marciano: il bombardiere di Brockton naturalizzato statunitense nelle cui vene scorre sangue italiano.
Tra il luglio ed il dicembre del 1948 sostiene altri dieci incontri, vincendoli tutti per K.O. ed a quel punto appare chiaro a tutti che Rocky può ambire ad una chance per il titolo mondiale.
Nel 1949 fa il suo ingresso nel tempio della boxe, il Madison Square Garden, fronteggiando Pat Richards e mettendolo al tappeto al secondo round.
La prima, vera, prova di forza attende Marciano all’incontro successivo, nel quale deve vedersela con Carmine Virgo, anch’egli di origini italiane, rude ed alto un metro e novantatré centimetri, il cui tabellino parla di ventisette vittorie su trenta incontri disputati.
La contesa si fa subito pesantissima, il confronto è serrato e parecchio violento.
Marciano domina i primi due round, mentre Virgo si riprende e manda al tappeto Rocky durante il quinto: lo scambio di colpi è feroce, pesante, pregno di tensione e costantemente in bilico.
Il pubblico, con il cuore in gola, trattiene il fiato.
Alla sesta ripresa, per un soffio, Rocky riesce ad uscirne vincitore mettendo al tappeto Virgo, dopo uno sforzo terribile.
Marciano è scosso per l’intensità del confronto, ma anche rinvigorito per aver sconfitto un avversario così ostico e tenace.
Esattamente come accaduto a Carnera nel tragico e storico confronto con Ernie Schaaf, anche Rocky inizia a fare i conti con il senso di colpa: Virgo viene infatti ricoverato in ospedale a seguito dei colpi subìti, e rimane per tre giorni tra la vita e la morte.
Si racconta che la stessa madre di Marciano abbia rimproverato il figlio, dicendogli di non volerlo vedere tramutarsi in un assassino.
Alla fine, fortunatamente, Virgo sopravvive, pur costretto a rinunciare per sempre a tornare sul ring dopo quell’esperienza.
Rocky è scosso, paga le cure mediche a Virgo e ricomincia ad allenarsi in preda al malumore, mentre il suo entourage cerca in ogni modo di rimuovere i sensi di colpa che l’atleta si porta dietro.
C’è infatti da preparare un nuovo match che si prospetta, già sulla carta, ancora più impegnativo.
Lo sfidante è Roland La Starza, leader della classifica degli aspiranti al trono mondiale, con trentasette incontri alle spalle ed imbattuto proprio come Marciano.
L’incontro è teso, nervoso, Rocky sembra portarsi dietro ancora le scorie mentali dell’ultimo incontro.
I due pugili si equivalgono, lo scontro è serrato e si conclude con entrambi i pugili ancora in piedi.
Marciano vince ai punti, di misura.
La marcia di avvicinamento al titolo mondiale prevede un crescendo non soltanto della difficoltà, ma anche nel prestigio degli incontri ed ecco che di fronte a Marciano si erge un nome che è già leggenda vivente: Joe Louis.
Dopo una carriera stellare, già ritiratosi da qualche tempo, Louis è fortemente indebitato e la sua necessità economica lo spinge ad accettare di rientrare sul ring e sfidare un Marciano in piena ascesa.
I due si scontrano il 26 ottobre del 1951: Louis ha trentasette anni, Marciano ne ha ventotto.
Il match prende subito una brutta piega per Louis sin dall’inizio ed all’ottava ripresa l’ex campione del mondo viene scaraventato a terra e messo K.O.
Arriva finalmente la chance per il titolo mondiale, che Rocky disputa nel 1952 contro Jersey Joe Walcott, campione in carica pericoloso e di esperienza.
Marciano si presenta all’incontro con alle spalle la bellezza di quarantadue incontri, tutti vinti.
Al Philadelphia Municipal Stadium, Walcott vende cara la pelle e mette Marciano al tappeto alla prima ripresa.
Lo scoramento inizia a percorrere i sostenitori dell’italiano il quale, ancora in piedi dopo l’atterramento, non riesce a rimettersi in carreggiata e a sopravanzare l’avversario, soccombendo fino alla dodicesima ripresa.
Rocky, però, non molla mai e qualcosa inizia ad innescarsi nella sua testa.
Ha inizio il tredicesimo round: rabbioso, concitato.
Qualcosa di impalpabile sembra mutare nell’aria, la storia danza sul filo di pochi secondi cruciali.
Ad un tratto Walcott inizia a scricchiolare e si piega verso il basso, reggendosi alle corde con il braccio sinistro, il destro micidiale di Marciano ha colpito ancora, saettando implacabile a completare l’opera.
Jersey Joe Walcott è al tappeto.
Rocky Marciano è il nuovo campione del mondo dei pesi massimi.
Per la comunità italo-americana, ma in generale per tutti gli amanti della nobile arte, è la sublimazione di una carriera, l’apoteosi della tenacia di tutti gli italiani che vedevano in Marciano un connazionale, il simbolo di un popolo capace di emergere dalle avversità e dalla fame con il sacrificio.
La figura di Rocky campione, peraltro, piace a tutti.
Marciano non soltanto è un vincente, ma è anche un bravo figlio, un marito ed un cittadino esemplare.
A differenza degli altri colleghi, la fame di Rocky non si esaurisce con la conquista del titolo, anzi aumenta e lo sprona a raggiungere nuove vette.
Nel 1953 concede la rivincita a Walcott che sconfigge, nonostante la tensione accumulatasi prima dell’incontro, mandandolo al tappeto al primo round.
Marciano continua a difendere il titolo mondiale vittoriosamente ed ininterrottamente fino al 1954, quando ha inizio uno storico double con Ezzard Charles.
Il primo dei due confronti vede prevalere Marciano soltanto al quindicesimo round, mentre il secondo match è ancora più agguerrito.
Alla sesta ripresa Rocky rischia tantissimo: un sinistro al veleno di Charles gli sbriciola letteralmente il lato sinistro del naso dal quale inizia a fluire sangue copiosamente.
L’arbitro vorrebbe sospendere il match ma Marciano non ci pensa nemmeno e, anziché gettare la spugna, si rimette in piedi.
Innescato dalla rabbia e, probabilmente, dal dolore Rocky ha un sussulto e durante il settimo round travolge letteralmente Charles ferendolo all’occhio sinistro.
Le sorti dell’incontro si ribaltano inesorabilmente, sospinte ancora una volta dall’inesorabile forza di volontà di Marciano, che vince per K.O. alla ripresa successiva.
E’ proprio a questo punto che Rocky, probabilmente, inizia a meditare l’addio.
A trentadue anni Marciano appare logoro a causa dei tanti, durissimi colpi ricevuti e già nel corso del doppio confronto con Charles è trasparito un certo velo di stanchezza.
Il Nostro disputa l’ultimo incontro della propria gloriosa carriera contro il campione mondiale dei pesi medio-massimi Archie Moore, il 21 settembre del 1955.
Moore ha quasi quarant’anni, sei in più rispetto a Marciano.
Tuttavia, Rocky riesce ad avere ragione dell’avversario soltanto dopo una lotta durissima di fronte a quasi sessantamila spettatori e dopo essere finito al tappeto al secondo round.
Capisce quindi che è arrivato il momento del commiato: Marciano preferisce ritirarsi da imbattuto, prima di fare brutte figure sul ring dovute all’ostinazione di rimanervi sopra.
Con sei difese del titolo mondiale, tutte quante vittoriose, il leggendario tabellino di Rocky riporta quarantanove incontri disputati da professionista, tutti quanti vinti, dei quali quarantatré dominati per K.O.
Nessun pareggio, neanche l’ombra di una sconfitta.
Dopo il ritiro, Rocky riesce a vivere della fama chi si è costruito a suon di pugni, dedicandosi al golf ed a qualche apparizione televisiva.
Fa in tempo a girare anche le sequenze di un incontro virtuale con Muhammad Ali, poi trasmesso nel 1970 in oltre mille sale cinematografiche in tutto il mondo.
Si dice che su di lui continuasse a gravare lo spettro della fame e della povertà patite in gioventù, cosa che lo avrebbe spinto ad amministrare meticolosamente il proprio denaro chiedendo di essere retribuito in contanti anziché tramite assegni, dei quali pare disprezzasse l’eccessiva volatilità.
Del pari, non si registra alcun caso ed alcun sospetto di corruzione o tangenti durante tutto il corso della sua carriera.
Anzi, circola la testimonianza di un Marciano che, attorno al 1955, avrebbe cacciato in malo modo una sorta di capo-mafia di origini italiane il quale, poco prima di un incontro poi vinto da Rocky, gli avrebbe proposto di perdere a tavolino in cambio di parecchio denaro.
Nell’allontanarlo, pare che Marciano abbia detto al gangster di vergognarsi di avere un connazionale italiano simile.
Questo era Marciano, un uomo tanto duro ed inflessibile quanto sanguigno, imprevedibile.
Lo è stato, nel vero senso della parola, fino all’ultimo dei suoi giorni, nelle tragiche circostanze che lo hanno condotto alla morte.
Il 31 agosto del 1969, alla vigilia del suo quarantaseiesimo compleanno e pur in presenza di condizioni meteorologiche proibitive, Rocky decide ugualmente di decollare a bordo di un aereo privato dall’Iowa, al fine di raggiungere la famiglia il prima possibile per festeggiare il proprio compleanno.
L’aero parte nel tardo pomeriggio e viene travolto da una tempesta, il velivolo si rovescia e precipita tragicamente nei pressi di Newton.
Nessuno sopravvive.
Rocky, questa volta, non riuscirà a tornare a casa e ad abbracciare ancora una volta la moglie e i suoi due figli.
Si spegne, tragicamente e troppo presto, se non il più grande pugile della storia, sicuramente quello più coraggioso e vincente.
Ai funerali partecipano campioni del calibro di Muhammad Ali e Joe Louis, il secondo, parecchio colpito, avrà modo di dichiarare: ” Qualcosa è andato via dalla mia vita.
In questo, non sono solo: qualcosa se n’è andato dalla vita di tutti ”
 
Abbandonata l’esistenza terrena, ancora oggi ne riecheggiano le gesta.
La saga di Rocky Balboa è interamente ispirata alla vita del pugile di Brockton e nemmeno l’Italia lo ha mai dimenticato: agli inizi degli anni novanta del secolo scorso i cittadini di Ripa Teatina, la città dalla quale, tanti anni fa, papà Querino era partito in cerca di fortuna, hanno eretto una bellissima statua in memoria del loro Campione, che campeggia in un bronzeo splendore ad eterno ricordo.
 
Rocky Marciano, l’invincibile, rivive ogni giorno nella lezione più grande che quel suo modo di boxare, unico ed inarrestabile, è stato capace di trasmettere al mondo: se il destino cerca di piegarti e di metterti al tappeto, rialzati e colpiscilo più forte, fino alla vittoria.

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