La mia Europa sta diventando Molenbeek

di Vanessa Combattelli

Ci sono interi quartieri dove una donna occidentale non deve mettere piede, eppure questi quartieri appartengono alla stessa città in cui lei vive ed è cresciuta.
Londonistan, Molenbeek, Kolenkit, Pendrecht, Het Oude Noorden e Bloemhof cos’hanno in comune?
Sono grandi aree di metropoli e città occidentali dove, da anni, si è instaurato un piccolo stato a sé con le proprie regole e i propri dettami.
Vengono definite le zone urbane sensibili, è dove gran parte degli immigrati vive e cresce: ma non c’è alcuna traccia di integrazione qui.
Prima ancora che qualcuno ti dica che sei a Molenbeek, ad esempio, te ne rendi conto da solo: non ci sono donne in giro, se ne vedi sono tutte coperte – dal capo ai piedi, e sorvegliate dallo sguardo di uomini un poco scuri, vestiti coi loro abiti, con in bocca la loro lingua e negli occhi sentimento cieco per te.
C’è da dire che le cattive zone sono sempre esistite, ancor prima che esistesse l’emergenza della radicalizzazione violenta.
Si è sempre evitato di passare per una determinata strada da soli, ancor di più se si è donne sole.
Eppure oggi si assiste ad una vera e propria zona a limitazione razziale presente nella gran parte delle città occidentali, le stesse che vengono definite libere, moderne, avviate.
Chi parla di integrazione e non fa i conti con queste realtà, sbaglia bersaglio, colpisce male ed è in cattiva fede.
Non si può integrare chi non vuole essere integrato, non si può pensare di integrare chi viene attratto prima da queste zone – sangue chiama sangue, che dalla nazione che lo ospita.
Non c’è alcuna paura del diverso in queste righe, ma è bensì un’esortazione a voler difendere quelli che sono oggi i nostri valori, la nostra civiltà.
Ancor prima va precisato ciò che molti, oggi, fraintendono: vi è infatti una via di mezzo tra la donna velata sottomessa e l’occidentale sregolata alla Miley Cyrus, vi è una metà di percorso tra una società regolata sotto ogni aspetto ed un’altra che permette la morte ad un bambino malato.
E noi dobbiamo tornare a quell’equilibrio, ricercare quella via di mezzo e di conseguenza i nostri valori, la nostra civiltà.
Nell’Europa civile che intendiamo costruire non c’è spazio per Molenbeek, Londonistan e zone franche dove crescono terroristi e kamikaze.
Chiediamoci come sia possibile che ciò venga permesso, da una parte infatti si parla di femminismo, di emancipazione della donna e della sua libertà, ma dall’altra ci sono zone che una donna non dovrebbe frequentare né attraversare, come sia vestita non importa: non deve andarci.
Se intendiamo oggi una donna col velo simbolo dell’emancipazione femminile ed occidentale, ancora una volta svendiamo tutto ciò che siamo stati e regaliamo un futuro tetro a chi ci succederà.
Se parliamo di integrazione solo per farci piacere da tutti, fingendoci balene bianche di un nuovo millennio, senza affrontare con coraggio l’esistenza di quartieri che non pensano affatto ad integrarsi con la nostra cultura, la nostra civiltà e i nostri valori, siamo destinati alla decadenza già preannunciata.
Se l’Europa vuole essere Europa, deve ben ricordarsi che l’Europa non è Molenbeek.

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