A Schubert, la poesia nel suono

di Matteo Zavarella

Questo mondo raramente ha goduto a lungo di un genio artistico, il quale non ha mai visto schierarsi dalla sua parte il fato, sembrerebbe, piuttosto, che gli dei chiamino gli artisti al loro cospetto assai ansiosamente.

“Qui giace un uomo il cui nome fu scritto nell’acqua”
È l’epitaffio scolpito sulla tomba di un grande scrittore morto a 26anni: John Keats (1795-1821). Lui stesso pensò la frase. Il nome di Keats lo troviamo oggi impresso con l’inchiostro sui libri di letteratura, perlomeno quella inglese, lui però non avrebbe mai potuto immaginare quanto lontano nel tempo sarebbero arrivate le sue parole, pensava che le sue parole avrebbero risuonato per qualche anno nelle menti dei letterati inglesi per poi scomparire nella fossa dei mediocri, come scompaiono le increspature sulla superficie di uno stagno create dalla caduta di un sassolino. C’è da sottolineare che gli eventi umani sono un fatto assai interessante e misterioso, al punto che spesso si creano coincidenze e parallelismi peculiari. Quando Keats aveva solamente 2 anni nasceva a migliaia di Km di distanza da lui, in quello che poteva essere un tutt’altro mondo, precisamente in Austria un altro raro talento di nome Franz Schubert (1797-1828) il quale morì, poco più anziano del poeta inglese, all’età di 31 anni, un compositore, la cui ultima raccolta di Lieder * inizia con una frase, che a questo punto non può che sembrarci un eco, più schietto, della frase precedentemente citata:

“Come un estraneo sono comparso, come un estraneo me ne vado”
Entrambi questi artisti sono riusciti quindi a farsi beffa del fato restando nella storia, più a lungo di quanto fu concesso al loro corpo. In particolare Schubert, nella sua breve vita, compose tante opere quante ci si aspetterebbe di vedere composte nell’intera vita di un normale compositore; sicuramente sarebbe diventato il successore di Beethoven se avesse avuto più tempo. Schubert si presentò al mondo della musica, piccolissimo, con il coro dei Piccoli cantori di Vienna. Suonava il violino con un’ abilità tale che un maestro disse “Ha imparato tutto da Dio in persona”..

La sua particolare musica è in parte frutto del suo tempo, ma sicuramente interpretata con una sensibilità personale impressionante.
Bisogna considerare che a quel tempo la musica veniva principalmente eseguita nei salotti borghesi e non per il grade pubblico (fatto eccezione per le opere e altri generi più impegnativi). Nell’intrattenere, questo musicista, aveva una facilità straordinaria, conquistava tutti, a tal punto che nei salotti di Vienna si fecero strada le Schubertiadi, feste con balli, cibo e vino che erano accumunate dalla presenza, se non del musicista in persona, almeno della sua musica. Le Schubertiadi andarono avanti finché l’artista sempre più indebolito non fu stroncato dalle complicanze della sifilide.
Quando Schubert visse la fredda luce della ragione era tramontata ed era l’alba della musica romantica, una musica che esaltava l’eccesso, l’arcano, l’individuale, l’emozione, ma soprattutto l’inconoscibile, mostrato a tutti da Kant come “la cosa in sé” . “Mentre i musicisti del periodo classico guardavano alla logica formale come se la melodia fosse la forma musicale di un saggio, i musicisti romantici aspiravano alla poesia nel suono”. Il lavoro di Schubert si svolgeva di fatto lasciandosi ispirare da poesie tipicamente romantiche, fra tutte quelle di Goethe, e musicandole, cercando di inseguire con la musica ogni immagine presente nel testo. Così nasce il Lieder, una sorta di poesia in musica in cui il suono permette di raggiungere un altissimo grado di evidenza rappresentativa, altrimenti irraggiungibile per il parlato. Grazie alla musica la nostra anima viene toccata, parafrasando Nietzsche, ciò concede ai nostri occhi una visione non più superficiale, bensì in grado di penetrare nell’intimo, come se con l’ausilio della musica, si potesse, per così dire, vedere sensibilmente le oscillazioni della volontà, il flutto montante delle passioni, permettendoci di immergerci nei più dolci misteri delle intenzioni inconsce.
Uno dei suoi primi Lieder di successo Schubert lo compose a soli 17 anni, è un brano composto da solo pianoforte più voce e si intitola Gretchen am Spinnrade (Margherita all’arcolaio). Questo come altri Lieder è un brano breve, della durata di circa 3 minuti, il che lo rende un brano moderno, molto vicino ai brani standardizzati per radio che oggi ascoltiamo, ma allo stesso tempo anche rivoluzionario perché per la prima volta un piccolo brano raccontava in modo compiuto i grandi temi e le grandi emozioni riservate all’opera.
Gretchen am Spinnrade è tratto dal Faust di Goethe, in particolare Margherita si è innamorata di Faust, ma questo è lontano da lei e lei anela il suo ritorno.
“Meine ruh ist hin/La mia pace è perduta”, recita il primo verso, mentre al pianoforte inizia un motivo che ci accompagnerà per tutto il brano, un Sali-scendi in cui tutti hanno voluto vedere il movimento ciclico dell’arcolaio al quale Margerita sta lavorando, ma che può anche essere il simbolo del turbine di passione da cui lei è avvolta. Questo ritmo ossessivo scende a toccare toni più gravi sui versi “Wo ich ihn nicht hab, Ist mir das Grab, / dove io non ho lui è per me la tomba” e leggere variazioni denotano un tono d’infinta dolcezza mentre ricorda la figura del suo amato.

John Keats

Più avanti nel brano, il turbine si amplia, man mano che si avvicina il verso cardine del brano, palpita con maggiore forza il nostro cuore, come quello della ragazza, fin quando si placa d’un tratto e un solo accordo si leva, un colpo che trafigge il cuore di lei e insieme la voce diventa quasi un grido straziante, il tutto sul verso “Und ach, sein Kuss!/e.. ah! Il suo bacio!” Per un attimo è silenzio, una tensione protratta, sciolta dal solito ritmo di sottofondo che fatica a ricominciare, come se la donna fosse stata privata delle sue forze, usate per contenere tutte quelle emozioni che si struggono in lei. La cantilena ricomincia e ci accompagna in modo ascendente fino al tragico finale “An seinen Kussen Vergehen sollt!/dovessi morire dei suoi baci!” per poi spegnersi inesorabilmente sui versi iniziali, che si ripetono, “La mia pace è perduta, il mio cuore è pesante.“
Questa non è l’unica poesia di Goethe musicata dal giovane Schubert, tra le più famose ricordiamo anche Erlkonig o il re degli elfi. Entrambe sono poesia romantiche in cui si percepisce l’angoscia, l’inquietudine e l’infelicità che un essere umano può provare, la musica non può di certo essere da meno. Quando i sentimenti dei personaggi mutano la musica li segue in intense armonie e cambiamenti di tonalità. In entrambi gli ascolti, sotto il variare delle emozioni, c’è un elemento che ribadisce l’unità temporale della scena e ci dice che tutte quelle sfumature, per quanto varie, sono evocate da un singolo evento. Per questo motivo questi brani sono così vividi e reali. L’elemento di cui si parla è la melodia che suona apparentemente ripetitiva in background che materializza la scena, siamo sicuri che le emozioni cantate non sono vaghi versi, ma la voce di una ragazza che sta lavorando, svolgendo l’attività di ogni giorno. Nel brano proposto la melodia ripetitiva è la resa musicale del movimento circolare dell’arcolaio, nel secondo (Erlkonig), invece, si riconosce l’incalzante suono degli zoccoli del cavallo che corre nella notte. Un luogo, un tempo, 3 minuti e gran parte delle sfumature delle passioni umane. Una compressione ardita di cui Schubert è stato capace, conquistando un posto tra i grandi della storia.
Le opere di Keats e Schubert sono arrivate fino a noi, non grazie al lavoro teorico o alla loro vastità, ma semplicemente perché sono perle di rara bellezza. Keats stesso ce lo dice in un verso che esorcizza le paure espresse da quei giovani, di non aver lasciato il segno con la loro vita
“Una cosa bella è una gioia per sempre:
Si accresce il suo fascino e mai nel nulla
Si perderà; sempre per noi sarà
Rifugio quieto e sonno pieno di sogni
Dolci, e tranquillo respiro e salvezza” –Edymion, J.Keats

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