La Lazio del ’74: quando degli scalmanati diventarono campioni d’Italia

di Federica Ciampa.

Corrono gli anni ’70.

La Repubblica Italiana sta attraversando una fase difficile. A livello politico, infatti, gli anni che vanno 1969 al 1984 non a caso poi denominati “anni di piombo” – creano notevoli preoccupazioni alle menti degli italiani, perché caratterizzati da stragi, terrorismo e morte.

A Roma, la Lazio retrocede in serie B. Bisogna prendere tempestive ed efficaci decisioni: per questo il presidente Umberto Lenzini e il direttore sportivo Antonio Sbardella decidono di affidare la squadra all’allenatore Tommaso Maestrelli, nonostante le perplessità sul suo nome, sperando di risalire in serie A.  L’allenatore e la sua squadra centrano appieno l’obiettivo.

È la stagione 1972/1973.

Maestrelli convince la dirigenza a rinnovare la squadra: vengono acquistati Frustalupi, Pulici, i terzini Petrelli e Martini, l’attaccante Garlaschelli e il centrocampista Re Cecconi, che si innestano alle forti personalità di Wilson, Chinaglia e D’Amico, già presenti in quella Lazio da alcuni anni. Da questo momento lo spogliatoio biancoazzurro diventa una polveriera sempre pronta ad esplodere, una polveriera che solo un uomo pacato e di poche, ma determinanti parole, come Maestrelli può controllare. Si formano due gruppi di calciatori che si detestano tutti i giorni della settimana, tranne la domenica: da una parte Chinaglia, Wilson, Petrelli, Pulici, Oddi e Facco; dall’altra Martini, Re Cecconi, Frustalupi, Garlaschelli e Nanni. Due gruppi nettamente distinti, accomunati dal fatto di girare abitualmente armati per le vie di Roma. Tor di Quinto, sede storica degli allenamenti della squadra, è un covo che custodisce parecchie armi. La squadra usa le armi per goliardia, per divertimento, per sparare al poligono o per inscenare pericolosi scherzi: questi undici ragazzi si comportano come una sorta di banda armata e questo gli vale l’appellativo di “neofascisti”. Ma a loro di politica interessa poco. Sono irascibili, indisciplinati, spesso violenti tra di loro, trasformano ogni allenamento in battaglia, ogni partita del giovedì in guerra, ma aiutano economicamente i magazzinieri, si affidano al loro allenatore, che ormai è per loro un secondo padre, si uniscono verso gli stessi traguardi: la vittoria, la gloria, lo scudetto. Traguardi mancati per quella stagione, perché la sorte preferisce sorridere alla Juventus, l’ultima giornata di campionato.

È la stagione 1973/1974.

La Lazio ha la rosa e la mentalità predisposte per vincere, tuttavia, le più esperte Milan, Inter, Juventus e Torino non sono da meno; anche il Napoli si rivela un valido avversario.

È una stagione caratterizzata da vittorie memorabili e colpi di scena: la Lazio e la solita Juventus si contendono a lungo il primo posto, mantenendosi sempre a circa 2 punti di distanza l’una dall’altra. Non manca, inoltre, un episodio particolare destinato a restare nella storia del club e nei cuori dei tifosi: nel derby capitolino di ritorno, la Lazio sta chiudendo in svantaggio il primo tempo per 1-0. Dopo pochi minuti dall’inizio del secondo tempo la Lazio ribalta il risultato per 1-2: il secondo gol, segnato su rigore, è di Giorgio Chinaglia. Il capocannoniere corre sotto la Curva Sud, le punta il dito contro, da solo; punta il dito contro circa 40.000 tifosi, da solo; sprezzante del pericolo e non ritenendo il gesto sufficiente, secondo alcuni, urla anche Mò andatevela a pijà ‘sta palla”.

È il 12 maggio del 1974.

Alle sopracitate preoccupazioni per la situazione politico-sociale del Paese, si aggiunge anche quella del referendum che prevede l’abolizione della legge sul divorzio, diritto civile acquisito solo quattro anni prima. I tifosi della Lazio non pensano alla politica: un referendum, seppur decisivo, merita la stessa rilevanza di un sogno che si realizza, di una favola che, finalmente, potrebbe avere il suo lieto fine, della soddisfazione del primo tricolore cucito sul petto? Nella mente dei laziali la risposta è scontata; nella mente di Maestrelli e dei suoi undici scalmanati ragazzi, anche.

Quel giorno Roma è avvolta dalla consueta cappa di caldo, che non la lascia mai prima di ottobre.  La classifica recita: Lazio 40, Juventus 37. Allo Stadio Olimpico, in cui il biancoazzurro domina incontrastato, sovrastando gli spalti, si disputa Lazio-Foggia. Alla fine del primo tempo il risultato della partita è fermo sullo 0-0. All’inizio della ripresa un fallo di mano in area foggiana procura un calcio di rigore alla Lazio: Chinaglia, non esita ad avvicinarsi al dischetto. È, senza ombra di dubbio, il rigore della sua vita: può fare la storia di una squadra e della sua tifoseria o distruggerne i sogni di gloria.

Alle ore 17.45 la Lazio è Campione d’Italia.

Pulici, Petrelli, Martini, Wilson, Oddi, Nanni, Garlaschelli, Re Cecconi, Chinaglia, Frustalupi, D’Amico, definiti più volte “indisciplinati”, “anarchici”, “infantili”, “egocentrici”, “neofascisti” ed “estremisti”, sono Campioni d’Italia.  

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