Lettera aperta ad Antonio Tajani

Riceviamo e pubblichiamo la lettera di Luca Proietti Scorsoni al Presidente Antonio Tajani.

Caro Presidente,

ora che il tempo è diventato parsimonioso di carezze verso il nostro movimento le scrivo per tentare di dare forma ai miei pensieri e per provare a condividere alcune preoccupazioni di un militante forzista o, decida lei se considerare sinonimi le definizioni, di un incorregibile sognatore. Guardi, voglio essere sincero: non credo che il destino ci riserverà un’altra occasione di rinascita e quindi di mutamento. Perché in fondo lo sappiamo entrambi, Presidente, che aveva ragione Edmunde Burke quando sosteneva che l’incapacità di cambiare preclude l’attitudine alla conservazione. Insomma, ora o mai più. Ho saltato la premessa concettuale poiché reputo sia ampiamente sottesa: Forza Italia, così com’è, è destinata ad un declino certo. Rapido o no non saprei dirle ma poco cambia. Anzi, se malauguratamente fosse, meglio staccare la spina subito in maniera da rendere il tutto privo di dolore. Ma sappiamo bene che non dobbiamo, non possiamo permettercelo: lei, in primo luogo, in qualità di responsabile del partito, e noi in quanto portatori di un’idea antica eppure ancora attuale e bellissima che è un tutt’uno con l’essenza stessa del nostro stare al mondo: la sacralità dell’individuo comprensiva della sua inviolabile libertà di scelta. Ripartire da qui, dall’epifania di uno spirito fusionista e ribelle che attecchì in questo benedetto Paese quando il popolarismo, il riformismo e il liberalismo venivano percepiti tutt’al più come un trionfo di eresie. Ripartire da un nucleo valoriale per poi renderlo compatibile con le sfide che ci attendono sul piano politico, sociale, economico e culturale da qui ai prossimi anni. Si, allo stesso modo con il quale Reagan impastò la tradizione con l’individualismo riuscendo così a dare prosperità e crescita ad un’intera nazione. È altresì urgente la necessità di eseguire un restyling al nostro profilo identitario. Di più: bisogna ritrovare un’identità. Lo fece Craxi quando prese in prestito l’utopia di Proudhon per riversare ampie dosi di umanesimo al suo socialismo. Lo fece la Thatcher innestando nel corpo debilitato dei Tories manciate di monetarismo oltre che di sano egoismo randiano e di conseguenza razionale. Lo fece il nostro amato Cav quando sdoganò il liberismo portandolo da un piano elitario ad uno più propriamente popolare, ovviamente nell’accezione sturziana del termine. Ergo, ora tocca a lei. Scriva un manifesto. Poiché la sacrosanta critica all’attuale governo, mediante comunicati stampa e interviste, si condensa si in proposte che definiscono la nostra tattica, perfino con qualche traccia ben visibile di strategia, ma per dare una nuova speranza, mai come ora, serve una visione, una prospettiva di lungo corso, serve che qualcuno ci indichi dove orientare i nostri sguardi. Su quale orizzonte, tracciando quale progetto, tratteggiando chissà quali affreschi onirici. Ecco perché la invito a scrivere un documento capace di contenere una fetta del nostro domani. Scripta manent, d’accordo, ma non solo. C’è di più, molto di più. Ad esempio il compito di rammendare un legame ormai lacero tra l’ostinazione di una militanza passionale e testarda con l’ostentazione di una semantica troppe volte vacua e addirittura afona. Oppure l’impellenza di rendere nuovamente compatibili i concetti di giustizia sociale con il saper scernere responsabilmente per se e gli altri. Roba grossa e possente, ne convengo. Ma mi dica: lei ravvede altre possibilità? Presidente, ora che anche Berlusconi le ha ufficialmente consegnato le redini, dia avvio a questa rigenerazione forzista che non sarà un nuovo prototipo di moderatismo, bensì il prologo di una nuova rivoluzione liberale.
Con stima.

Luca Proietti Scorsoni

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