I nostri nonni: sfruttati, insultati e discriminati in Lussemburgo. Asselborn, taci.

di Michele Schiavi.

Adesso hanno rotto veramente le palle. E non mi riferisco solo al maleducato e ignobile ministro Asselborn, che molto probabilmente rappresenta un numero di cittadini pari agli elettori di un sindaco di una città italiana, ma a tutti quegli intellettuali e politici italiani (che ovviamente appartengono alla solita sinistra radical chic) che gli stanno dando ragione in queste ore. Ovviamente in pura ottica anti-Salvini.
A far infuriare il ministro lussemburghese, numero due di Juncker ed esponente del Partito Operaio Socialista, che da almeno due anni chiede l’espulsione di Viktor Orbán dall’Unione Europea, è l’intervento con cui il ministro italiano Salvin si discosta dalla linea immigrazionista del Lussemburgo e si allontana dalle affermazioni del suo collega che aveva affermato la necessità dell’immigrazione per sopperire al calo di nascite europeo. E già qui ci rendiamo conto che qualcosa non funziona: come si può pensare che la crisi demografica europea si possa combattere semplicemente importando (in maniera illegale, ricordiamolo) centinaia di migliaia di immigrati clandestini? Si evince una totale rassegnazione, una mancanza di volontà nel capire le ragioni di questa crisi demografica e di mettere in campo le misure necessarie per porre un argine a questo declino.
Il ministro Asselborn non si è trattenuto e si è scagliato con un‘invettiva contro l’attuale classe dirigente italiana e di conseguenza contro il 60% dell’elettorato del Bel Paese, naturalmente conclusasi con il solito insulto “merde, alors!”. La cosa grave, purtroppo, non è questa. Ma come: un ministro del Lussemburgo che insulta il ministro della terza o quarta potenza europea non rappresenta un fatto grave? Provate per un attimo a pensare alla stessa situazione ribaltata: Salvini che risponde in questo modo al suo omologo lussemburghese. Apriti cielo! L’affermazione più grave è rappresentata dal paragone che Asselborn fa tra gli attuali migranti africani e i nostri nonni e bisnonni che nel secondo dopoguerra si sono recati in Lussemburgo per lavorare.

Caro Asselborn, sciacquati la bocca quando parli degli italiani. Fallo, perché l’accoglienza di cui tu parli e ti vanti non è stata delle migliori nei paesi del Benelux (cioè Belgio, Olanda e Lussemburgo), perché i nostri nonni potevano entrare e rimanere in Lussemburgo solo se dimostravano di avere un lavoro, perché venivano a lavorare e morire nelle miniere per uno straccio di stipendio, perché venivano per vivere una vita da discriminati, da feccia dei popoli europei. Dieci mila italiani arrivarono in Lussemburgo e altri 60 mila in Belgio. Di questi circa un migliaio morì in soli 10 anni, tra il 1946 e il 1956. E quelli che non morirono passarono molto probabilmente gli anni peggiori della loro vita. Perché i cartelli “vietato l’ingresso ai cani e agli italiani” c’erano anche in Lussemburgo e perché gli alloggi degli schiavi italiani non erano altro che le baracche usate pochi anni prima nei lager tedeschi.
A sciacquarsi la bocca dovrebbe essere anche qualcun altro. Ad esempio l’ex direttore de Il Foglio, Giuliano Ferrara, che con un tweet ha definito Asselborn un “eroe dei nostri tempi”.

A qualcuno questa opposizione italiana ai flussi migratori non va giù. Forse perché dopo che gli italiani se ne sono andati o hanno iniziato a reclamare più diritti nei paesi dove sono rimasti a vivere (in Lussemburgo risiedono circa 22.000 italiani e alcune forme di discriminazione sono ancora presenti: https://www.corriere.it/solferino/severgnini/03-04-19/11.spm) questi paesi hanno bisogno di nuovi schiavi, di una nuova bassa manovalanza, di disperati che accettino qualsiasi condizione contrattuale pur di lavorare.
Per piacere diciamo le cose come stanno: non chiamateli eroi, chiamateli schiavisti.

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