Le origini della filosofia, un approccio critico al contesto

di Alessandro Soldà 

Il primo problema che si incontra quando ci si avvicina alla storia della filosofia è, chiaramente,
individuare il momento e il luogo preciso in cui essa è nata: per esigenze di spazio, ora
semplificheremo la questione, chiarendo che è un compito impossibile. Ancora oggi il dibattito
critico in merito è acceso, e non sembra poter dirimere questo nodo di Gordio con facilità: prima
dei dialoghi di Platone, infatti, non possediamo dei trattati di filosofia completi che si possono
definire tali; piuttosto, diversi frammenti – talvolta solo una manciata di frasi o di parole – di
altrettanti autori, che la tradizione, senza dimenticare il faticoso lavoro dei filologi nel corso dei
secoli, è riuscita a tramandarci fino ai giorni nostri attraverso papiri o, nei casi più radicali, con
citazioni di altri scrittori, storici e filosofi.
Non esiste un anno preciso, perciò, in cui la filosofia si è affacciata sul mondo, anzi: la sua nascita
possiamo vederla come un lento ma graduale processo che dipartendo dalla religione e dal mito si è
poi in seguito affrancata, divenendo quell’indagine del reale attraverso la quale oggi noi la
identifichiamo; un discorso diverso lo si deve invece fare inerente alla zona, o meglio alle zone in cui
la filosofia è apparsa: individuiamo qui alcune regioni, che risultano valide, per il momento, per il
nostro lavoro, cioè l’Anatolia (l’attuale Turchia), la Magna Grecia (la Sicilia e il sud Italia), l’Attica;
quale è il contesto socio politico: prima dell’avvento di Alessandro Magno, dunque nel IV secolo
a.C., la Grecia era un territorio diviso e frammentato. Le città stato puntellavano il territorio, era
una costellazione di culture e modi di vivere differenti, e spesso incompatibili tra loro; eppure c’era
una base di tradizione religiosa e mitologica comune: giusto per fare un esempio, erano sette le città
che si contendevano la natalità di Omero, il cantore dell’Iliade e dell’Odissea. E fu Atene, grazie al
tiranno Pisistrato (stando a Cicerone), il luogo dove i due poemi videro una prima sistemazione
scritta; i miti stessi erano patrimonio comune, ed è per questo che Eschilo, Sofocle ed Euripide, più
tardi, trattarono nelle loro tragedie momenti della mitologia che con Atene potevano non c’entrare
in alcun modo: perché anche se quel mito era ambientato a Micene o a Tebe, il suo significato e il
suo messaggio possedevano una caratura universale, che, stando ben attenti, rinveniamo ancora oggi
più che mai attuale. La Grecia e le sue propaggini, cioè le colonie in Asia Minore e lungo il
Mediterraneo, sono, dunque, all’epoca una fondamentale fucina per la temperie culturale che si
profilava all’orizzonte.
È possibile individuare alcune tappe iniziali di questo percorso emancipatorio della ragione dalla
religione. Meritano una menzione speciale i misteri di Dioniso, di Orfeo, di Eleusi e di Apollo:
questi culti paralleli alla religione civile, ed è doveroso qui citare il bel lavoro critico e bibliografico
del Colli svolto in merito per i tipi di Adelphi (La sapienza greca, uscito in tre volumi con il testo greco
a fronte e commento), devono essere visti come la prima esperienza metafisica – dall’aspetto
squisitamente esoterico – attraverso cui l’uomo occidentale ha iniziato la sua ricerca; gli iniziati
erano a conoscenza di segreti che non potevano essere divulgati all’esterno, di verità, cioè, che il
resto del volgo non aveva la possibilità di conoscere, perché non erano accessibili a chi non era
predisposto per natura ad apprenderle.
Ed è all’interno di questo ambiente settario che cogliamo il primo elemento che sarà poi presente
anche con forza e prepotenza nella tradizione filosofica occidentale: la dottrina della metempsicosi,
cioè, a farla breve, della reincarnazione, appare però in prima battuta nella profonda India, nelle
Upanisad, come pietra angolare della religione induista; il Karma è la legge cosmica che la regola:
le azioni compiute in vita determinano, alla morte, l’esistenza successiva, in un ciclo che si ripete
all’infinito, senza possibilità che possa essere interrotto (mentre il Buddhismo compirà un passo
successivo: vale a dire, l’uomo può fermare tutto ciò, raggiungendo il Nirvana, l’annullamento di sé).
La metempsicosi è il fulcro del culto orfico: anche ora l’uomo è imprigionato in questo ciclo di
morte e reincarnazione, che non può spezzarsi; e qui si ritrova la grande idea che sarà, poi, ripresa
da Platone nel suo sistema filosofico: bisogna, però, fare un passo indietro e descrivere a grandi linee
la teogonia misterica, un’impresa, anch’essa, piuttosto complicata e complessa, giacché non si
dispongono di fonti sufficienti a tracciare un quadro generale ed esaustivo del culto, soprattutto
perché, a onor del vero, molti degli insegnamenti rivolti agli iniziati erano tramandati oralmente.
L’uomo non è composto da particelle, atomi e molecole come le moderne scienze sostengono e
comprovano; per la concezione orfica del mondo, l’essere umano possiede dei frammenti divini, del
dio Dioniso e dei Titani, gli acerrimi nemici dell’Olimpo di Zeus. Così viene spiegata la sua essenza
originaria: che è duale, rinveniamo cioè al suo interno e la perfezione divina e il sostrato di quello
che oggi potremmo chiamare peccato originale; sotto una diversa prospettiva, ma pur sempre
riferita alla duplice natura morale, ciò che ci tiene ancorati a terra, nel mondo contingente e
immanente, e ciò che ci vorrebbe gettare verso una realtà trascendente, o, per usare una
terminologia che impareremo a comprendere, iperuranica. Pitagora prima, Platone poi – come
abbiamo detto poco sopra – riprenderanno questa concezione; sarà soprattutto il filosofo ateniese
che saprà plasmare su di essa un coerente quanto affascinante (per certi versi, esotica) sistema
filosofico, che condizionerà nel tempo numerosi altri pensatori e culti.

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