Dio benedica l’Athletic Club de Bilbao

di Pasquale Guacci.

Siete mai stati a Bilbao?
Se la risposta è affermativa, vi è mai capitato di vedere in giro bandiere, t-shirt, tute o semplici vessilli di un Club che non sia l’Athletic?
La risposta è sicuramente: “No, nemmeno per scherzo!”
L’ Athletic (non permettetevi di chiamarlo con il nome spagnoleggiante di Atletico) è una società di calcio che nasce a Bilbao, situata nella provincia della Biscaglia, nel cuore dei Paesi Baschi. Vanta un palmares di tutto rispetto con: 8 Liga, ben 23 Copa del Rey e 2 Supercopa ed insieme al Real Madrid e al Barcellona è l’unica squadra della Liga a non essere mai retrocessa in Segunda Division.
Ma è l’amore viscerale che lega El Athletic con la sua gente ad essere il vero trofeo da sbandierare. Se esiste un Eden per gli ultimi romantici di questo maledetto gioco diventato ormai business, non può che essere la società Basca.
L’Athletic nasce nel 1898 grazie ai molti commerciati britannici che popolavano Bilbao in quegli anni ed esportavano quello che sarebbe diventato un vero e proprio fenomeno di massa nel secolo successivo, ovvero: il Football. Centoventi anni di storia senza tradire la sua identità. L’Athletic è la squadra del popolo basco, dell’orgoglio che affonda le radici nel nazionalismo Euskadi ma è soprattutto “LA SQUADRA” che si fonda sulla “FILOSOFIA” per antonomasia; filosofia che risulta ancora più coraggiosa se pensiamo all’azienda che è diventato il vecchio giuoco del calcio.
Una filosofia che da quasi cento anni fa sì che il club utilizzi un bacino ristrettissimo di giocatori: quelli nati nei Paesi Baschi (nell’accezione di Euskal Herria, che comprende anche Navarra e paesi baschi francesi) o cresciuti fin da giovanissimi nel vivaio di un’altra squadra basca. Insomma i campioni del domani si forgiano sin dalla tenera età a pane e identità basca, tra allenamenti e cultura Euskadi. Una filosofia non scritta, adottata da ogni Presidente del club, eletto democraticamente dal “popolo” (si, perché il Presidente, a Bilbao, viene eletto dai circa 44.000 soci. Ciò permette di tenere lontani, almeno sulla carta, gli speculatori e gli affaristi, visto che i soldi messi sul piatto non provengono da patrimoni personali); popolo che viene considerato folle perché non legato alla filosofia “del risultato ad ogni costo”; popolo, capace però, di conferire alla squadra un’aura di leggenda che si è fatta sempre più forte con il progredire della deriva affaristico-spettacolare del dio pallone che si è dimenticato come e quando è nato.
Negli Zurrigorri (bianco-rossi in lingua basca) vengono tesserati giocatori nati in territorio basco o formatisi nel vivaio di una squadra basca tenendo conto al limite di età che è di 15 anni. In passato la politica del Club era molto ristretta (vi potevano giocare solo ed esclusivamente ragazzi nati in Euskal Herria), oggi però; in virtù del mondo figlio della globalizzazione, vi possono giocare anche ragazzi che hanno uno dei genitori o nonni Baschi. Curioso il caso di Inaki Williams: primo calciatore di colore nella storia degli Zurrigorri (avendo papà Ghanese e madre Liberiana). Il ragazzo è considerato Basco a tutti gli effetti essendo nato a Bilbao e cresciuto nella cantera bilbaina (la famosa “Lezama”).
E’ facilmente intuibile capire il motivo del digiuno di vittorie in Liga della squadra del San Mames che si è interstardita in modo romantico a voler mostrare al mondo la perfetta sostenibilità del proprio modello.
Nel mondo dell’Athletic de Bilbao tutto è differente!
Bilbao è come un’oasi protetta, dove i sentimenti riescono ancora a trionfare sul calcio-business. Come dicevo all’inizio di questo articolo, provate a scorgere ragazzini giocare al parco o per strada a Bilbao, indossare una maglia di Messi o Mbappè o Cristiano Ronaldo. Oppure provate a vedere un ragazzo passeggiare per le strade del centro con la tuta del Liverpool o del Bayern Monaco. E’ impossibile!
Ti accorgi subito che l’Athletic è un qualcosa di diverso, a tratti mistico. Ed è questo uno dei motivi per cui ogni giocatore della prima squadra è innanzitutto tifoso e sostenitore dell’identità Basca (che in un certo modo continua a vivere nell’Athletic). Perché per un tifoso, per un giocatore, per un netturbino, per un ingegnere, per un avvocato, per un senzatetto di Bilbao non c’è niente al mondo di più glorioso che indossare la maglia Zurrigorri e portare il Club alla gloria. Sicuramente l’Athletic è la squadra che conta meno “tradimenti” e si tratta comunque di calciatori con un legame debole verso Bilbao e la Bizkaia che hanno preferito il profumo soldi e il richiamo dei trofei di squadre più blasonate. Vedi i casi: Javi Martinez, Xabi Alonso, Fernando Llorente, Ander Herrera.
Una semplice permanenza in Primera Division o la qualificazione ad una Coppa Europea rappresenta per il Club una sorta di trofeo. Essendo un club con una forte identità territoriale e fortemente legato alle proprie origini è inevitabile che il mondo dell’Athletic non sia legato alle tristi vicende del terrorismo basco e dell’ETA. Nel caldo San Mames il tifo nelle curve (soprattutto nella famosa e temibile Herri Norte Taldea) l’ideologia politica che la fà da padrona pende fortemente a Sinistra con forti correnti indipendentiste dove l’ETA trovò, nei suoi anni più attivi, terreno fertile dove poter coltivare giovani militanti. Il discorso cambia per quanto riguarda il club nella sua interezza. L’Athletic non ha una classe sociale dove attecchisce ne un partito-schieramento politico ma è la squadra di Bilbao e del popolo Basco, dove troviamo il cameriere che tifa al fianco del medico o il politicante di Sinistra che esulta insieme a quello di Destra. Insomma: l’Athletic è la squadra di tutti.
I punti dove questa società ha ceduto (e non con poche polemiche) sono stati: questione sponsor e nuovo stadio. Secondo la Bibbia Bilbaina non scritta, la gloriosa “camiseta zurrigorri” non poteva e doveva essere “sporcata” dagli sponsor. Tasto ancora più dolente è rappresentato dalle proteste dei tifosi più caldi in seguito alla costruzione del nuovo stadio a discapito del vecchio San Mamés, la mitica “Catedrál” (così chiamata perché era lo stadio più antico di Spagna), per decenni è stato ritenuto il campo più difficile della Liga: il tifo era incandescente e gli spalti praticamente incollati al terreno di gioco rendevano dura la vita per chiunque volesse venire a far punti a Bilbao.
Curiosità: Rafael Moreno Aranzadi, conosciuto con il soprannome di “Pichichi”, fu la prima grandissima stella dell’Athletic. Giocatore di straordinario talento e popolarità, fu un personaggio nel vero senso del termine e la sua aura di leggenda aumentò ancor di più dopo la morte in giovane età, dovuta a un violento attacco di tifo, che sconcertò e commosse tutta la Spagna. Non è un caso che il giornale Marca abbia deciso di intitolare a lui il trofeo che premia il capocannoniere della Liga, istituito nel 1953. L’Athletic lo ha omaggiato ponendo all’interno dello stadio San Mamés (dove Pichichi segnò il primo gol in assoluto nel match d’inaugurazione, nel 1913) un busto in suo onore.
La prima maglia dell’Athletic Club non era a strisce biancorosse ma completamente bianca, con pantaloncini bianchi e calzettoni neri. Nel 1903, in occasione della prima Copa del Rey, la squadra adottò una divisa più caratterizzante, metà bianca metà blu, simile a quella del Blackburn Rovers FC. Nel 1910 i dirigenti incaricano il giocatore Juan Elorduy, in partenza per l’Inghilterra, di acquistare 50 maglie del Blackburn per sostituire quelle vecchie, ormai logore; Elorduy però aspettò l’ultimo giorno utile e non riuscì a trovarne abbastanza. Il giorno della partenza per Bilbao da Southampton decise di fare un tentativo prima di imbarcarsi: trovò 50 maglie, ma erano quelle biancorosse della squadra locale. Le prese comunque e rientrò in Bizkaia, giustificando l’acquisto con la maggior qualità del tessuto e il legame diretto con la città di Bilbao, i cui colori ufficiali sono proprio il bianco e il rosso. Il cambiamento piacque e da allora il club portò con orgoglio il suo completo Zurigorri.
Quello che il tifoso bilbaino pretende è la casacca sudata in nome di un popolo per cui la squadra di calcio è quasi tutto e pazienza se nemmeno quest’anno arriveranno trofei. L’Athletic va al di là del titolo, della vittoria. L’Athletic è Bilbao, la sua gente, il suo carattere; e Bilbao non chiede all’Athletic di vincere, ma solo di restare fedele a sé stesso.
Un vecchio detto da queste parti recita: “Dio creò solo una squadra perfetta. Le altre le riempì di stranieri.” In questo mondo ormai dominato da procuratori, schiavo delle televisioni e di calciatori sempre più assetati di denaro e meno di gloria, in questo mondo dimenticatosi che il calcio è passione popolare nata tra la gente; in questo dannato e altrettanto amato mondo, con la stessa enfasi di un Bilbaino mi vien da dire: “Maite zaitu erriak (Perché il popolo ti ama). Eup Athletic (Forza Athletic)!”
Che Dio benedica l’Athletic Club de Bilbao.

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