Viaggio tra le destre

di Giacomo Rossi.

Nessuna parola, nel gergo politico contemporaneo, quantomeno in quello mainstream, crea maggior sgomento e timore di “destra”. Una conseguenza comprensibile della reductio ad Hitlerum messa in atto dall’egemonia culturale di sinistra a partire dal nostro Secondo Dopoguerra. La paura per un risorgere di sprazzi nostalgici, durante la Storia della Repubblica, ci ha portato a fare automaticamente l’associazione, parzialmente vera, tra “destra” e “fascismo”. Nel Ventunesimo Secolo è ovviamente pretestuoso stare a sottilizzare sull’etimologia del termine, da ricercarsi nel periodo rivoluzionario francese, nello specifico nella persona di Malouet, ma occorre comunque differenziare tra le varie correnti che compongono una area ideologica estremamente eterogenea e complessa. In aiuto ci viene Marcello Veneziani, che il 6 ottobre del 2010, su il Giornale, classifica le destre dal punto di vista storico e teorico. Una serie di precisazioni ovvie ma necessarie, vista la cesura nettissima che invece vi è tra le varie “sinistre”.
Il primo tipo di destra è chiaramente quello più antico, di maggior esperienza e moderato. È quella classica, liberale, di connotazione garantista e lievemente conservatrice. Una destra che si pone come antico regime, protettrice della stabilità e della rigidità dell’impianto statale. Il conservatorismo sociale, diversamente da quello istituzionale è puramente accennato. L’economia è in mano all’individuo, dominatore del trascendentale e centro dell’universo. Una destra insomma di pura ascendenza illuministica, che si prepone come sommo obiettivo la creazione di un leibnitziano “migliore dei mondi possibili”, che cerca la liberazione dell’individuo come piacere ultimo. Una forte componente è quella istituzionalista, per cui lo Stato è immaginato come unico arbitro dei rapporti tra gli individui, non curante delle disuguaglianze. L’uomo di destra classico è affezionato al diritto, a poche e ben congeniate leggi, e per sua natura ostile alla lotta politica, piuttosto è “competitivo” in economia.
Poi c’è una destra cattolica, che ovviamente in Italia, per motivi culturali e religiosi, ha avuto particolare risalto. Pone l’accento sulla ribellione al mondo moderno, spogliato dei suoi valori etici e affogato nel consumismo e nell’aggressività liberoscambista. Il destrorso cattolico e clericale, adopera il messaggio della rivelazione salvifica come strumento di diffusione di benessere. Vede ciò che lo circonda come terreno ed eretico, e per questo prova a salvarlo. L’atteggiamento è ben più che conservatore, è guerrigliero, è reazionario. Vede il clero e le istituzioni cattoliche come l’ossatura portante della struttura sociale, quindi considera ovvio che privarsene in nome della massima libertà individuale porterà al tracollo dei valori. Lui è lo sconfitto, quello che non ce l’ha fatta a sopravvivere alla globalizzazione e alla destituzione della religiosità. Vive oramai isolato, fuori dal contesto politico, in una sorta di autoimposto non expedit.
L’ultima categoria, la dobbiamo ad Alain de Benoist, : la destra sociale, la nuova destra. Chiariamoci, anche i regimi e i movimenti Novecenteschi avevano avuto le loro contaminazioni socialiste, ma a fare da padrona era la corrente conservatrice, specie in Italia (vedasi il fascismo clericale). Ciò vale anche per i casi delle dittature sudamericane (di matrice profondamente liberista e militarista, spacciate dagli oppositori per neofasciste per la reductio ad Hitlerum di cui sopra), e i regimi della penisola iberica, improntati soprattutto a una sorta di comunitarismo religioso. De Benoist ha avuto il coraggio e la forza di prendere per mano un gruppo di pensiero devastato dopo la sconfitta bellica, e con la nascita del movimento Nouvelle droite, nel 1979, gli ha conferito nuovo smalto e vigore. In Italia, abbiamo avuto una mutazione del partito di riferimento dell’area, il Movimento Sociale Italiano, che ha cominciato a distaccarsi dalla matrice profondamente neofascista delle origine, per abbracciare un forte senso di comunitarismo e socialità, basato principalmente sulla libertà economica e sulla cooperazione tra gli individui. Un senso di comunione quindi non più creato dalle corporazioni e dalla centralità del partito e del leader, ma sull’essere umano. Pensiamo anche al periodo storico, era il 1979, cominciava l’ultimo decennio di Guerra Fredda e il mondo stava per cambiare, non aveva più senso cercare lo scontro ideologico con i “rossi”, che aveva quasi sacrificato una generazione di ragazzi negli Anni ’70. Occorreva costruire una destra non di opposizione, come fino a quel momento, salvo rarissime eccezioni, era stato l’MSI, ma una destra propositiva ed alternativa. Questa componente ha raccolto consensi crescenti, con il culmine nell’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti, e il nuovo ordine mondiale che ne è conseguito. Anche se in questo caso è più corretto parlare di alt-right, la variante americana della nostra destra sociale, con le dovute differenze che in futuro sarò contento di approfondire.
Ma che senso ha fare queste distinzioni? Sono necessarie per togliere dalla bocca dei media mainstream il mito delle persone di destra rozze ed ignoranti, spiegare a questo paese che c’è una cultura anche dall’altra parte della barricata. E per dare un senso di dovere a tutti i giovani che oggi si identificano in una qualsiasi di queste distinzioni: parlatene, parlatene senza paura e senza timore. A destra c’è un tesoro di idee, cultura, opinioni e teorie. Fatele conoscere.

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