Dalla canzonetta alla protesta, vita di Luigi Tenco

di Matteo Zavarella

Dalida, cantante italo-francese, è stata appena esclusa dal Festival di San Remo. Dopo la delusione, rasserenata da una cena in compagnia degli amici torna in albergo e si reca nella stanza 219, la stanza è dell’autore della sua canzone, anche lui aveva partecipato all’esibizione e i due in quel periodo avevano una storia d’amore, il giovane cantautore è Luigi Tenco. Quando Dalida apre la porta ciò che le si presenta davanti è una tragico scenario: nell’ombra c’è il corpo esanime del suo compagno in una pozza di sangue e non lontano una scatola vuota di Barbiturici. Suicidio, è la versione ufficiale, nessuna commemorazione durante l’ultima puntata del Festival, il cinismo di quel mondo assorbe il dramma senza danni, in fondo, “il festival deve continuare ad ogni costo” disse Gianni Ravera. la questione è archiviata nel modo più veloce possibile.
Nei giorni seguenti, però, c’è chi non crede al suicidio, “è una copertura”, “Tenco non può essersi ucciso”, dicono… Nella sua ultima chiamata a Valeria aveva parlato di programmi futuri, pochi giorni prima aveva dichiarato di avere delle confessioni da fare, confessioni pesanti, contro il mondo della discografia e le sue trame nascoste (sulla mafia?). Lui che aveva il fuoco della protesta che gli ardeva dentro ed era pronto a scagliarlo contro l’ipocrisia della società si è davvero tolto la vita volontariamente? L’ipotesi di intossicazione acuta da barbiturici è plausibile per una persona con il suo carattere, poco abituato ai riflettori, ma le numerose incongruenze nella sua storia non possono che alimentare l’ipotesi di una versione alternativa. Il caso Tenco resta tutt’oggi avvolto da una nube di mistero, ma lo scopo di questo articolo non mira a decifrare gli ultimi momenti della vita di un artista, piuttosto a presentarne il lavoro, a parlare di ciò che è certo, ovvero, l’ importanza nella storia della musica italiana dell’esperienza tenchiana.
Il merito di quest’artista è quello di aver imposto una canzone di contenuti sulla dilagante canzone di consumo. La musica resta “leggera” perché deve raggiungere le masse, ma allo stesso tempo deve veicolare un messaggio civile, non solo intrattenere. Dirà di sé il cantautore: « Io compromessi non ne ho fatti mai, con nessuno, perché non ne so fare, non riesco a venire a patti con la coscienza, cioè con certe mie convinzioni. Io sono come sono. Eppoi la mia non è una protesta che nasce intellettualmente, con il fatto di dire adesso io … Cioè io insomma le canzoni come le fa Gianni Morandi non le so fare. ». Se prima si cantava di papaveri alti e cieli azzurri e le canzoni erano pensate per l’evasione dal mondo, per illudere; lui invece vuole incidere la realtà, bella o brutta che sia, denuncia la situazione degli emigranti, lo squilibrio sociale, anticipa i temi della rivolta sessantottina, di un anno successiva alla sua morte. Spesso gli fu impedito di far sentire la sua voce, fu vittima di una sottile censura, alcuni suoi pezzi non vennero trasmessi.
Tenco era ambizioso, voleva il successo, per ottenerlo, come da egli stesso dichiarato, imparò a “stare al gioco”, a vivere “nell’ambiente”, ma il suo fine ultimo non era superficiale, egli voleva conquistare giorno dopo giorno, un poco la volta, un pubblico sempre più ampio. Giunto il momento opportuno, purtroppo mai realmente arrivato, avrebbe svelato a tutti le oscenità nascoste nelle segrete del Palazzo, per usare un termine pasoliniano, il palazzo in cui vivono i potenti che manovrano la società. Come dice Pasolini, gli italiani sono un popolo che ha sempre guardato il palazzo, non pensando a ciò che gli stava capitando, ma Tenco è la dimostrazione che qualcuno riesce a vedere ciò che realmente accade. Dirà « Viviamo in una società industriale e dobbiamo usare i suoi mezzi anche per comunicare. La figura del cantautore di strada è pur suggestiva, ma riesce a trasmettere qualcosa solo a quelle poche persone che lo degnano. »
Per capire il personaggio, torniamo alle origini. Nel 1938 Luigi Tenco nasce a Genova, che in quel periodo diede i natali a molti altri cantanti di talento, la sua nascita è una storia travagliata, quasi quanto la sua morte. Alcune vite sono segnate dalla nascita e la sua non fu mai, per così dire, lineare. Nacque da una relazione extraconiugale e dovette crescere senza una vera figura paterna. Come ragazzo mostrò una memoria straordinaria e numerosi talenti, impara a suonare i primi strumenti da autodidatta. Era geniale, ma non proseguì gli studi, l’università non sarebbe stato il suo campo, Luigi Tenco era un musicista. Si trasferisce a Milano dove incontra Bruno Lauzi e Gino Paoli. Viaggia in tournée con Gaber e Celentano, ma non raggiunse mai il successo di questi ultimi.
Luigi Tenco era un pensatore, schivo verso gli altri ma una persona tutta d’un pezzo, lo dimostrano le sue parole: « Non si vive per riuscire simpatici agli altri. A me i soldi, il successo, non interessano, li lascio a quelli più furbi di me in questo genere di cose. » e poi anche le sue canzoni in cui scrive << io sono uno che parla troppo poco / questo è vero [..] ma nel mondo c’è già tanta gente che parla, parla sempre/ che pretende farsi sentire / e non ha niente da dire>> continuando << io sono uno che non nasconde le sue idee, questo è vero / perché non mi piacciono quelli che vogliono andar d’accordo con tutti e cambiano ogni volta bandiera per tirare a campare>>. (da “io sono uno” )
Non dobbiamo di certo dimenticare le numerose canzoni d’amore scritte da Tenco che sono di certo la parte più conosciuta della sua opera, tra tutte “lontano lontano” ma anche “Tra tanta gente”, “amore, amore mio”, “Angela”, “ mi sono innamorato di te” in cui dimostra una sensibilità straordinaria, ma la sua attualità e importanza è impressa in altre canzoni come “cara maestra” o “la vita sociale” in cui svela l’ipocrisia ed il perbenismo che dilagano nella società, con una schiettezza spaventosa: << cara maestra tu ci insegnavi che al mondo siamo tutti uguali, ma quando entrava il direttore tu ci facevi alzare tutti in piedi, mentre quando entrava il bidello ci permettevi di restare seduti>> .
I temi di Tenco spaziano tantissimo e vanno dalla guerra ai diritti delle donne. Lui si è mosso tanto durante la sua vita e la partenza è un tema centrale nelle sue canzoni, partono i soldati che spesso non fanno ritorno lasciando un vuoto nella vita dei propri cari (vd. La ballata dell’eroe o la ballata del marinaio), partono i contadini che vanno verso le città, lasciando le persone che amano e avanzando verso un futuro alienante nelle grandi città (vd. Ciao, amore ciao), arriva addirittura a cantare circa l’esistenza umana in “una vita inutile”. Un repertorio impressionante, che colpisce l’ascoltatore nel suo intimo, tanto efficace nel comunicare quanto vasto. L’ascolto di Tenco ha l’effetto di risvegliare la coscienza. Perché dovremmo ascoltare Tenco? Perché le parole che dice sono immortali, per confrontarci e scontrarci con un uomo dall’etica impeccabile, mai veramente scalfita degli attacchi di una società corrotta, per mettere in dubbio se stessi ed i propri comportamenti per poi continuare moralmente ristorati e infine perché la sua è semplicemente affascinante, con il tempo è diventata leggenda in cui è l’eroe martirizzato per aver seguito le proprie convinzioni, tutto ciò non può che affascinare le nuove generazioni che mancano di riferimenti.
La leggenda di Tenco si completa nella morte prematura. La morte sublima l’esperienza tenchiana poiché lascia un’impresa eroica incompiuta, interrotta e perciò aperta a interpretazioni. Le interpretazioni si caricano di simboli fuori dal tempo e così il contrasto tra la sua morale e quella del mercato diventano la lacerazione incolmabile di ognuno di noi tra l’io e la società.
Abbiamo detto che la vita di Tenco era scritta dalla nascita, era evidente a tutti quale sarebbe stata la fine di un uomo che si opponeva a forze titaniche. Una canzone, scritta prima che avvenga il tragico suicidio e che perciò è giusto definire profetica, sembra raccontare la storia del nostro cantautore indomito e sensibile (in modo meno poetico si potrebbe dire che sia tutta una casualità, ma non mi piace pensarla i questo modo, come non piace ad Aldo Colonna, biografo di Tenco). La canzone è di Bruno Lauzi e si intitola “il poeta” e vi si possono trovare le passioni, le disperazioni, le esagerazioni di un uomo, di un mito, di Tenco.
“ Alle carte era un vero campione
lo chiamavano “il ras del quartiere”
ma una sera giocando a scopone
perse un punto parlando di te
Ed infine una notte si uccise
per la gran confusione mentale
fu un peccato perché era speciale
proprio come parlava di te”

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