Scienziati in politica? No, grazie

di Giacomo Rossi

Tendenza degli ultimi anni, in Europa più che oltreoceano, è quella di sintetizzare il discorso politico come una gara di competenze. In questo modo, il vincitore di un dibattito è colui i cui titoli di studio hanno maggior risalto, di qualsiasi campo noi stiamo parlando. Indipendentemente dal fatto che magari il suddetto vincitore ha trascorso il suo tempo in ateneo a studiare ingegneria civile, e si sta argomentando sui principi di giustizia applicati al sistema tributario, ad esempio. La faccia peggiore di questo atteggiamento in Italia l’abbiamo vista con i nostri occhi. Precisamente nel 2011, quando dopo la fine del quarto governo Berlusconi, a Palazzo Chigi si siede l’economista Mario Monti. Un governo tecnico, voluto fortemente dall’Europa per aiutare uno dei suoi principali e più popolati stati membri ad uscire dalla “crisi dello spread”. Anziché eleggere un nuovo parlamento, si è preferito puntare su un insieme di personaggi esterni al mondo della politica tradizionale, con le eccezioni del caso, e ai partiti in parlamento, tutte con altissimi titoli di studio e estremamente preparate. L’obiettivo era quello di risanare il paese con un approccio da scienziati, facendo conti, numeri, tagli e riforme misurate. Quale fu, il risultato? Una nazione spinta ancor di più verso il baratro, lacerata da fratture sociali e privata di pezzi fondamentali dello stato sociale costruito dal 1945 in poi. Il tifoso montiano più acceso risponderà che nessuno avrebbe saputo fare di meglio. Ecco, questa è una classica frase su cui non si può discutere, a meno che non si sia a conoscenza di segreti che consentono il viaggio nel tempo. Chi lo sa, come sarebbe potuta andare. Quello che mi domando io è: c’è davvero bisogno di tecnici, di scienziati della politica?

La risposta sembrerebbe semplice: sì, perché i politici di professione hanno fallito, hanno fatto implodere le finanze degli stati e portato l’Europa in una profonda crisi economica. Ma la suddetta domanda è una domanda facile, oltre che vera solo in parte, e tutte le domande facili hanno sempre più di una risposta. Un’altra potrebbe essere: no, i politici di professione sbagliano, come tutti gli altri esseri umani, e come anche gli scienziati, ma la politica appartiene a loro, che hanno creato le istituzioni e mantengono insieme il tessuto sociale. Una risposta democristiana invece è: la verità sta nel mezzo, la più banale di tutte le argomentazioni.

Ma com’è in realtà? Chiariamo subito, la politica appartiene ai politici, la scienza agli scienziati. Perché è così? Perché lo scienziato deve lavorare con ciò che è prevedibile, omogeneo, descrivibile in maniera precisa. Il compito dello scienziato è descrittivo, non prescrittivo. Non esiste una legge fisica che ci impone a posteriori di fare qualcosa. Al massimo, tale legge descrive un obbligo naturale, esistente prima della legge. Non è la legge di gravità a spingersi al suolo, è la gravita stessa.

Il politico invece non può lavorare con tanta precisione. Le scienze umane non sono vere e proprie scienze proprio perché sono legate ai fatti degli uomini. Esiste una legge che può predire la durata di un governo? Oppure la durata di un governo è in mano a fattori non controllabili, a partire dall’umore e dai rapporti interpersonali dei componenti di esso. Un litigio per futili motivi tra Di Maio e Salvini potrebbe portare alla caduta del Governo Conte. Siamo in grado di prevederlo con assoluta e matematica certezza? No, è impossibile. Ma andando ancor più nello specifico, siamo in grado di dire con sicurezza che tagliando la sanità pubblica si otterrà una crescita del PIL il prossimo anno fiscale? No. Possiamo però dire che i vaccini obbligatori diminuiranno il rischio di infezione nella penisola, sì, dati alla mano. Allora in questo caso ci affidiamo ad uno scienziato.

Il grande problema della politica contemporanea è che vuole occuparsi sia di argomenti scientifici sia di argomenti politici. Quando i protocolli medici diventano argomento di discussione tra segretari di partito, vuol dire che stiamo sbagliando qualcosa. Quando una riforma fiscale che non lo riguarda direttamente è ciò che non fa dormire di notte un endocrinologo, anche. Ma la politica, la giustizia sociale, le riforme fiscali, il ruolo dello stato nella vita dei cittadini, non possono essere affidate nemmeno al miglior economista del mondo, neanche se questo fosse davvero Monti o Draghi, o Prodi. La politica deve parlare alla pancia del paese, oltre che alla testa. Ha il compito di mettere in condizione i cittadini di perseguire i loro obiettivi e la loro felicità, e questi un economista non è in grado di calcolarli. C’è una formula matematica che definisce la

felicità? Per fortuna ancora no. Quando si parla di governo tecnico dovremmo rabbrividire, sia perché i precedenti non ci descrivono certo eccellenze, sia perché senza politici, senza rappresentanti eletti, il governo del territorio viene strappato dalle mani del popolo, il solo e unico legittimo proprietario.

Un politico che pretende di dirmi quante volte mi devo vaccinare (non entro sul merito della questione, ma solo sul fatto che non dovrebbe essere la politica ad intervenire, ndr) è pericoloso quanto uno scienziato che mi vuole imporre un principio di giustizia sociale, come il governo Monti provò in passato.

Quindi, diffidate dei politici, sempre, diffidate sempre di chi fa promesse spropositate. Ma diffidate anche di chi afferma gongolante “lo dice la scienza”, se state parlando di cosa è equo e cosa non lo è, di cosa è saggio e di cosa invece no. La scienza non vede le nostre stranezze, le nostre diversità, dunque non è in grado di cogliere la bellezza profonda dell’animo umano. Diffidate di chiunque abbia la verità in tasca, diffidate del paternalismo. Fidatevi di chi è sul territorio, di chi vi ascolta e vi rappresenta, fidatevi della miglior specie di politici.

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