Vi racconto l’Abruzzo: tra forza, gentilezza e fragilità di una terra

di Vanessa Combattelli

“Più in là che Abruzzi”, faceva dire il Boccaccio a un suo personaggio per dare il senso del lontano, dell’appartato, del favoloso. E la sua può sicuramente essere assunta a espressione proverbiale per designare la condizione e la storia abruzzesi.
(M. Pomilio)

 

Abruzzo, una regione e trecentocinque campanili: sfumature di dialetto che si colgono tra una realtà locale ed un’altra, usanze ed abitudini che si ritrovano, si somigliano, si amano e fraintendono.
Questa è la terra che ha offerto i natali a tanti dei più grandi nomi storici, letterari, culturali e scientifici: da qui nasce la tempra di un abruzzese “forte e gentile”, con un paesaggio che enfatizza le caratteristiche stesse dei suoi abitanti: dall’imponente Gran Sasso alla furia-calma delle città bagnate dall’adriatico, brezze marine, montane e di fiume.
Ma come gran parte delle regioni centro-meridionali l’Abruzzo risente di un certo spopolamento, mancata modernizzazione infrastrutturale nelle sue zone, cattiva comunicazione agli occhi esterni, poca promozione storica e culturale al livello turistico e il risultato permette ai pochi di conoscere davvero la profondità di questa terra.
Siamo infatti di fronte all’identità e tradizione contro l’omologazione: questo è l’Abruzzo, una continua lotta contro tutto ciò che da tempo ha ormai predominato gran parte delle realtà italiane.
La forza della tradizione – o dell’Eterno Ieri, si ritrova negli occhi anziani, nel dialetto e nell’accento, nella freschezza delle fonti d’acqua e nella pineta selvaggia.
Perché mentre tutto sprofonda e va alla deriva – di centro in centro tutto si somiglia, qui i vicoletti mantengono ancora l’aria di tutto ciò che fu e vuole continuare ad essere, nella bellezza di frammenti paesani e chiese semplici; ma risulta necessario distinguere conservazione da abbandono, lezione che tanti amministratori locali dovrebbero imparare per valorizzare l’eredità culturale lasciataci.
L’Abruzzo non è solo uno, eppure l’abruzzese si sente tale proprio perché riconosce l’aquilano, il pescarese, l’influsso teatino e teramano; ma soprattutto senza tutte queste particolari caratteristiche non si potrebbe parlare né di forza né gentilezza, la ricchezza risiede in tutte le sfumature particolari che nascono nel territorio abruzzese.
Flaiano parlava così dell’Abruzzo: “adesso che mi ci fai pensare, mi domando anch’io che cosa ho conservato di abruzzese e debbo dire, ahimè, tutto; cioè l’orgoglio di esserlo che mi riviene in gola quando meno me l’aspetto, per esempio quest’estate in Canada, parlando con alcuni abruzzesi della comunità di Montreal, gente straordinaria e fedele al ricordo della loro terra. Un orgoglio che ha le sue relative lacerazioni e ambivalenze di sentimenti verso tutto ciò che è Abruzzo. Tra i dati positivi della mia eredità abruzzese metto anche la tolleranza, la pietà cristiana (nelle campagne un uomo è ancora nu cristiane), la benevolenza dell’umore, la semplicità, la franchezza nelle amicizie; e cioè quel sempre fermarmi alla prima impressione e non cambiare poi il giudizio sulle persone, accettandole come sono, riconoscendo i loro difetti come miei, anzi nei loro difetti i miei.
E se ci pensi bene, il Gran Sasso e la Majella son le nostre basiliche, che si fronteggiano in un dialogo molto riuscito e complementare.”
C’è chi parla di una sensualità disarmante di fronte al profondo spirito abruzzese: vi è un culto di giustizia e grazia, misto alla stessa potenza della natura.
Nelle aree dell’entroterra si respira la discrezione e bontà nei moti anziani: perché se c’è una cosa che qui resta ancora, è l’attitudine a manifestare nella propria persona – in quello sconfinato paesaggio interno dell’anima, tutte le caratteristiche faunistiche e naturali del proprio paese natale.
Così come nella costa vi è meno discrezione, meno diffidenza – in altri versi “rudezza gentile”, si presenta comunque un carattere comune che ogni abruzzese nel suo modo di fare sa far respirare a chi è di fuori: la generosità.
Perché nonostante le differenze che ogni campanile sa di avere, è difficile non provare un certo amore e trasporto nei confronti della grande bellezza regalata dalla propria terra: l’Abruzzese ha tutto, ma non sa di averlo.

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