La continua mutazione dell’uomo contemporaneo: come essere nessuno ogni giorno

di Vanessa Combattelli

Vi è una condanna umana che risiede nell’incapacità di realizzare la propria impotenza di fronte ai grandi avvenimenti della storia, qualsiasi uomo che ha toccato questa terra nel corso dei secoli si è imbattuto nella piccolezza della propria natura.
C’è chi per contrastarla ha innalzato immense cattedrali dalla bellezza mozzafiato, chi ha accettato l’umiltà del proprio destino con le semplici e modeste opere fatte di pochi materiali, poi abbiamo avuto gli esteti, la bellezza, la perdizione in essa.
Ed infine ci sono stati coloro che hanno preferito fingere recita, sicché ci si è chiesti se il palcoscenico fosse esso stesso la vita: nella tragicomiche messe in azione, tanto si è esposto della fragilità umana.
Oggi lo scenario è cambiato, seppur questa eredità umana pesi allo stesso modo, diventa espressione e si scontra con i nuovi modelli dominanti: dal consumismo sfrenato che vuole far dimenticare la piccolezza sino al rigetto stesso dei propri limiti, raggiungendo risultati grotteschi di uomini e donne persi senza più casa.
C’è infatti la consapevolezza artificiale che la modernità sia meglio del passato: si vive di superiorità morale se vengono considerate le conquiste sociali, scientifiche e democratiche – ed è vero, ma al tempo stesso l’uomo stesso nella sua più profonda essenza subisce una regressione dovuta esattamente a questo progresso.
Infatti la democratizzazione delle masse ha inevitabilmente toccato la cultura e la realizzazione dell’homo medius, il quale oggi risulta vero e proprio modello da seguire ed incarnare, seguendo mode, consumi e desideri di tutti, non più del singolo.
Questa rivoluzione sociale ha toccato le corde del dibattito politico portando ai palazzi che contano un nuovo tipo di comunicazione e linguaggio, tanto è vero c’è chi critica la mediocrità dei dibattito politico attuale, eppure si tratta di uno specchio sociale che riflette difetti, vizi, abitudini e costumi di un popolo globalizzato.
Da una parte vediamo una massa di giovani generazioni che si somigliano un po’ tutte: internet rappresenta la globalizzazione sociale in questo senso, perché permettendo a tutti di essere connessi e abbattere qualsiasi frontiera geografica, il risultato è un’imitazione culturale per ripetere le stesse pose, filtri, canzoni e app.
Parallelamente si somigliano anche coloro che vogliono fingere di essere contro-corrente, gli intellettuali con gli occhiali tondi, il libro sotto mano, il trench marrone o nero e quel particolare accento di chi sa tanto – o vuol fingere di sapere.
Così li riconosci mentre dicono di non sentirsi capiti, valorosi della loro esclusione sociale che è un tentativo di essere in realtà assorbiti diversamente.
Perché un’altra cosa che forse ha sempre raggruppato la natura umana è quella legata alla cultura dell’apparenza: ancora una volta – citando Machiavelli, “importa ciò che pari, non ciò che sei”, dunque si gioca come camaleonti in questa continua reinvenzione della propria identità, alla continua ricerca di un’accettazione maggiore, sia pure raggiunta attraverso un continuo rifiuto di essere identificati.
E poi abbiamo coloro che si sono persi, esempi sbagliati di uomini e donne che non trovano equilibrio interiore ma vogliono essere presi come modello: una continua fluidità di genere, identità, persona. Perversioni e disturbi che diventano faro del mondo “civile”, nuove battaglie civili.
Perché chi resiste non è più Ulisse, ma Don Chisciotte?
In questo continuo percorso di consumare per vivere, esiste ancora la ricerca dell’autentico, perché c’è chi non vuole conservare le ceneri, ma si ciba del fuoco: quella attuale flebile fiamma di espressione umana, accetta la tua debolezza, accetta i tuoi limiti, amali se necessario, oppure odiali: eppure vivi della tua autenticità, non lasciarti divorare dal continuo perdersi senza trovarsi mai.
Non esistono più maschere pirallendiane dove proteggersi, abbiamo scelto di essere più di uno al fine di arrivare ad annullare completamente la nostra identità.
C’è chi dalla condanna ne ha realizzato immense ed eterne opere d’arte, quasi commoventi nella loro imperfezione perfetta raggiunta, alcuni pensano che per esistere basti apparire, senza comprendere che la stessa infelicità connaturata alla vita umana non può cibarsi di sola apparenza, altrimenti la stessa esistenza si annulla, e nulla ha più senso di essere davvero, perché a tutto basterebbe apparire a scapito del proprio unico sentire.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *