La follia, il vero mantra del cinema e della televisione moderni

di Giacomo Rossi

Da bambino, ciò che mi spaventava di più, era la possibilità di incontrare un “pazzo” lungo la strada, essere da solo, e non potermi difendere. Ma come definire un pazzo? Io come una persona che rifiuta i canoni della società in cui vive, per abbracciare uno stile di condotta che quest’ultima rifiuterebbe. I suoi comportamenti li potemmo definire come “deviati” dal raziocinio e dal senso comune. Le sue motivazioni spaziano dall’allucinazione ad una diversa concezione di giustizia. Il cinema moderno ha approcciato spesso, insieme alla televisione, il tema della follia, ma in un modo totalmente diverso da come siamo abituati ad osservare “i matti” per strada. Scorsese, Nolan, Kubrick, sono solo alcuni dei cineasti che hanno tentato di raccontare cosa avviene nella mente di chi non riesce a conformarsi al mondo che lo circonda. Ho voluto stilare una classifica dei miei cinque film o serie televisive preferite, tra quelle il cui tema della follia appare centrale:

5) Manhunt: Unabomber, di Andrew Sodroski, Jim Clemente e Tony Gittelson. Una miniserie distribuita da Netflix, incentrata sul lavoro dell’esperto di linguistica forense Jim Fitzgerald (interpretato da Sam Worthington, noto ai più per essere stato il protagonista di Avatar) per cercare di stanare, mediante l’analisi del suo linguaggio, il pericoloso criminale noto come Unabomber. Una volta trovato, il folle bombarolo non è rozzo e volgare come lo immaginavano, ma ben colto, preparato alle loro domande, e tutt’altro che arrendevole. Il suo obiettivo era quello di attaccare le fondamenta della società industriale, a parer suo malata fino al midollo. Una storia lenta, raccontata con la mano del grande scrittore, con interpretazioni veramente degne di nota. Primo fra tutti lo straordinario Paul Bettany nei panni del misterioso criminale. Ma ciò che emerge da questa serie, è lo stravolgimento dell’archetipo dell’uomo folle: da emarginato e emarginatore, da maniaco a interlocutore ragguardevole. Un vero mattone per le nostre coscienze. Tratto da fatti di cronaca realmente accaduti.

4) Shining, di Stanley Kubrick. Probabilmente, tra questi titoli, quello maggiormente incastonato nell’immaginario collettivo, la cui posizione fuori dal podio farebbe storcere il naso ai più. Anche con i suoi difetti, il più celebre lungometraggio, insieme ad Arancia Meccanica, di quel maniaco di Stanley Kubrick è un’adulazione del seme della follia. Un Jack Nicholson in grande spolvero passa qualche notte in un albergo isolato, che ben presto si rivela essere ben più di un semplice punto di ristoro. Il senso della pellicola è che la follia non è qualcosa da noi distaccato, ma un “seme” che risiede nell’anima di tutti. Con gli stimoli giusti, chiunque può diventare matto, perdere il lume della ragione al punto di diventare una minaccia per la vita di chi ha più a cuore. Un’atmosfera agghiacciante ed indimenticabile, un’interpretazione di Nicholson da manuale, con il suo magnetico e terrificante sguardo, hanno reso Shining un pilastro inamovibile sia nella Storia del cinema, sia in quella della psicologia. Tratto da un romanzo di Stephen King.

3) Mindhunter, di Joe Penhall. Quando qualcuno mi chiede cosa vedere su Netflix, io scelgo senza esitare Mindunter, gioiello della televisione con un cast semisconosciuto (i due protagonisti, Jonathan Groff e Holt McCallany li ricordo rispettivamente per una comparsata nello straordinario American Sniper e un’altra nel dimenticabile Justice League) ma una regia a dir poco impeccabile. Due agenti dell’FBI, il classico due novellino pieno di voglia di fare e veterano stanco del suo lavoro, attraversano gli Stati Uniti per scavare più in profondità nella mente di serial killer (loro stessi conieranno il termine), capire cosa li spinge ad agire, cosa invece a volte li ferma, chi sono, e se provano rimorso. Per la prima volta, degli agenti delle forze dell’ordine non cercano solo di fermare gli assassini, ma anche di capire come funziona il loro intricato e temibile cervello. Tratto da una storia vera, è ambientato in un momento in cui gli Stati Uniti erano stati profondamente scioccati dal macabro omicidio compiuto da Charles Manson e la sua setta ai danni dell’attrice e compagna di vita del regista Roman Polanski. In futuro, a parer mio, verrà ricordata come una pietra miliari della televisione, da vedere assolutamente, anche per cambiare un po’ la nostra prospettiva. Purtroppo, non manca qualche cliché, unico difetto vero e proprio. Tratto da un romanzo di Mark Olshaker e John Edward Douglas.

2) Shutter Island, di Martin Scorsese. Di nuovo, uno dei più grandi registi di sempre in classifica. Leonardo DiCaprio e Mark Ruffalo, due agenti dell’FBI che da poco lavorano insieme, si avventurano su una piccola e remota isola nel Golfo di Boston, dove risiede un ospedale psichiatrico giudiziario, per mettersi sulle tracce di una pericolosa detenuta scomparsa la notte prima. Una narrazione diversa, non più lineare, che attraversa la mente del povero DiCaprio per farci comprendere cosa vuol dire essere fuori di testa, immaginare cose che in realtà non sono mai avvenute, rifugiarsi nei meandri della nostra mente per non affrontare il dolore. Un Leonardo DiCaprio a parer mio mai più così in forma e uno Scorsese con la verve degli antichi fasti, coadiuvati da uno scolastico ma sempre efficace Ruffalo, e uno straordinario Ben Kingsley fanno il resto, rendendo Shutter Island un film da vedere e rivedere, immedesimandosi sempre di più nei protagonisti. Il duo Scorsese-DiCaprio qui eguaglia quello storico Scorsese-De Niro. Non dovrebbero servire altri commenti. Tratto da un romanzo di Dennis Lehane.

1) Il cavaliere oscuro, di Christopher Nolan. Qualcuno potrebbe storcere il naso nel vedere un film su Batman di fronte a mostri sacri come Kubrick e Scorsese, ma forse ci stiamo dimenticando che Il cavaliere oscuro non è un film di supereroi. Nolan ha saputo risollevare un franchise (dopo i tragici tentativi di Joel Schumacher negli Anni ’90) da tempo caduto in disgrazia, in particolare con questo secondo capitolo di una trilogia da annali del cinema. Il vero protagonista, però, non è Batman, bensì il Joker, interpretato da uno straordinario Heath Ledger, che sarebbe scomparso da lì a poco. Non il solito pagliaccio principe del crimine, sadico, senza senso, ma un politico. Il più grande anarchico della storia del cinema, che si spinge oltre i limiti della razionalità per dimostrare a un mondo che lo disprezza che le regole che si autoimpone altro non sono che maschere per celare una disgustosa ipocrisia. Ciò che detesta in particolare, è l’ipocrisia dell’”avere un piano”. Per lui, per quanto mostruoso possa essere, un piano rassicura le persone, ma un evento minimo, invece, se fuori da una programmazione, le fa impazzire. Potrebbero morire milioni di esseri umani, la gente la prenderebbe bene se ciò facesse parte di un piano. Ma un solo uomo ucciso in maniera imprevedibile e inaspettata, le manda fuori di testa. La cosa più incredibile, è che la favola anarchica del Joker, per un momento, riflettendoci, si sembra plausibile, ci fa chiedere “E se questo maniaco avesse ragione?”. Ci fa mettere in discussione le nostre regole, le nostre idee, i fondamenti della società in cui viviamo. Un capolavoro. Indimenticabile, anche per aver salvato Batman al cinema.

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