Lemmy Kilmister: vittoria o morte

di Manuel Massimiliano La Placa.

“L’integrità per me è tutto. Non morirò nella vergogna. Arriverò al mio letto di morte sapendo di aver sempre dato tutto, il resto per me non conta” – Ian Fraser “Lemmy” Kilmister

Una precisazione è d’obbligo, quando si tratteggia un personaggio complesso e iconico come Lemmy Kilmister: si tratta di una personalità politicamente non catalogabile, con buona pace di tutti.
A lungo strattonato da una parte e dall’altra, in una gara a chi “meriterebbe” di più aggiudicarselo come simbolo, Ian si è sempre dichiarato sideralmente avverso alla politica, pur amando la storia e la lettura, arrivando a definirsi addirittura anarchico nel senso di una piena contrapposizione ad un mondo che disprezzava pienamente, al pari di quello delle religioni e dei dogmi spirituali.
Classe 1945, nato il giorno di Natale esattamente al tramonto del secondo conflitto mondiale, Lemmy cresce a Stoke On Trent in Inghilterra, per poi trasferirsi in Galles.
La vita familiare non gli riserva particolari soddisfazioni, anzi è fonte di greve dolore: il padre, uomo religioso affiliato alla R.A.F. abbandona la casa e la famiglia quando il Nostro non ha nemmeno tre mesi.
La prima “medaglia” se la conquista attorno ai dieci anni, quando gli viene affibbiato il soprannome che si porterà dietro per tutta la vita: sembra che il termine “Lemmy”, in una qualche traduzione dal gallese, significhi letteralmente “caprone”.
Chi gli appioppa un epiteto del genere non può nemmeno lontanamente immaginare di avere battezzato una personalità destinata non soltanto a fare ingresso nell’Olimpo della musica, ma ad influenzare, volente o meno, lo stile di vita e la concezione dell’esistenza di milioni di persone in tutto il mondo.
Lemmy non ha nemmeno quindici anni quando inizia a volersi fare strada sullo scenario musicale, attorno ai primi anni sessanta.
Ha il privilegio di immergersi in una Inghilterra sperimentale, in cui iniziano a farsi notare nei pub e nei circoli giovanili artisti e gruppi destinati a fare il grande salto nel giro di qualche anno.
Lemmy assorbe tutto come una spugna, bramoso di poter continuamente sperimentare generi e sottogeneri sempre diversi.
Oltre alla musica, peraltro, il Nostro sviluppa una passione viscerale per le donne, il fumo, l’alcol e le droghe, un mondo nel quale, secondo la sua proverbiale irriverenza, sperimenta e mescola sostanze che avrebbero ucciso chiunque altro, spingendosi anche vicino al baratro in un paio di occasioni.
C’è un elemento, però, che continua a contraddistinguere Lemmy da tutti i suoi coetanei: una sotterranea, inarrestabile, ferrea tenacia e determinazione nel non voler accettare alcuna Verità preconfezionata ad arte tanto dalla politica, quanto dagli ambienti religiosi e persino dalle stesse band più influenti dell’epoca.
La sua costante, quasi disperata  ricerca di una autentica interpretazione della vita e del mondo lo porteranno a trovare una dimensione adatta soltanto dopo essersi “messo in proprio”.
La prima grande occasione, tuttavia, giunge solo nel 1967 quando viene ingaggiato come roadie di Jimi Hendrix, un ruolo che gli consente di trovare nuovi agganci ma, soprattutto, di comprendere quale mondo si muova dietro un artista di calibro internazionale.
È soltanto il preludio di un destino già scritto.
Tra il 1970 ed il 1971 entra a far parte degli Hawkwind, formazione pioniera dello space rock con all’attivo un buon numero di concerti, una solida fama nel mondo underground inglese ma soprattutto due album pubblicati di recente.
L’ingresso di Lemmy coincide con la fase di massimo splendore del gruppo: il suo inconfondibile, potente modo di suonare il basso lo porta ben presto ad una notorietà quasi inattesa.
Assieme agli Hawkwind registra l’album dal vivo Greasy Truckers Party, il successivo Doremi Fasol Latido nonché i successori Space Ritual, Hall of the Mountain Grill Warrior on the edge of Time fino al 1975.
Durante il quinquennio con la band, il Nostro arriva a suonare anche a Roma.
Un periodo artisticamente esaltante, ma non destinato a durare: plurime divergenze artistiche in seno al gruppo lo portano a sfaldarsi e a perdere pezzi per strada, mentre il bassista inizia a diventare un problema.
Nel maggio del 1975, durante il tour americano ed in viaggio verso il Canada Lemmy viene fermato e arrestato per possesso di anfetamine e speed, costringendo il gruppo a cancellare alcune date.
È la goccia che fa traboccare un vaso già colmo e pieno di crepe, Lemmy viene licenziato in tronco e si trova così, a trent’anni, a piedi non prima di aver firmato per la sua ex band l’ultimo pezzo composto, intitolato profeticamente Motörhead.
Ian deve ricominciare tutto da capo, ma non si perde in psicodrammi e si organizza per ripartire immediatamente.
Questa volta, però, è lui stesso ad assumere il ruolo di cantante, oltre a quello di bassista.
Alle chitarre e alla batteria vengono infine ingaggiati “Fast” Eddie Clarke e Philty “Animal” Taylor.
Nascono così nel 1977, come un terzetto di outsider qualunque, i Motorhead.
L’immagine sulfurea e luciferina di Lemmy che sul palco, nel bel mezzo di una sigaretta, canta nel suo timbro roco e aspro, costantemente con il viso rivolto al cielo accompagnandosi con un basso che rimbomba e ruggisce potente quanto il suono della chitarra di Eddie che, veloce e tagliente nei riff e negli assoli si appoggia al regolare, ritmato e forsennato battere sulle pelli di Philty sono il marchio di fabbrica della creatura plasmata dal proprio leader.
I testi crudi, sporchi, violenti e rabbiosi ben presto iniziano ad aprire una breccia nel cuore di orde di giovani ancora assuefatti dal punk e dall’onda lunga dei Beatles e dell’hard rock.
È l’epoca in cui nasce l’heavy metal, quel ponte tra i ritmi rapidi del primo rock ‘n roll e la tecnica dell’hard rock, condito da temi oscuri e opachi.
Sono gli anni dell’esplosione dei Black Sabbath, dei Judas Priest, dei Venom e dei primissimi Iron Maiden, tutte band che fanno dell’Inghilterra la terra promessa del rock.
Al di sotto del logo della band, inizia a campeggiare lo Snaggletooth, l’arcinota mascotte di Lemmy & co. nata dalla matita di Joe Petagno che, per realizzarla, ha deciso di incrociare un cane rabbioso, un gorilla ed un cinghiale, al quale Lemmy deciderà poi di aggiungere un elmetto, una catena e la croce di ferro.
I primi album della band, imprevedibilmente più “leggeri” rispetto agli ultimi, incrociano alla perfezione le tipiche sonorità hard rock con ispirazioni nebulose, grevi e candenzate: il risultato è una miscela esplosiva dai ritmi veloci, incalzanti e grezzi, lontani anni luce dalle band commerciali che all’epoca dominano le classifiche.
Il 1977 è anche l’anno dell’esordio discografico dei Motorhead che pubblicano il primo, omonimo, album.
La prima pubblicazione consente al terzetto di piazzarsi ufficialmente sul mercato discografico ma è l’uno-due dei successivi dischi che porta ufficialmente la fama dei Motorhead alle stelle.
Nel 1979 escono infatti Overkill, naturale prosecuzione del primogenito del quale accresce ed irrobustisce aggressività e song-writing ma, soprattutto, Bomber che ne consacra gli intenti con pezzi esplosivi come la title-track ed un tour mondiale che vede il trio sul palco assieme ad una riproduzione del bombardiere della Luftwaffe Heinikel He n.111.
La carriera dei Motorhead procede a gonfie vele, il pubblico assorbe il messaggio di rabbia, disillusione ma anche di scanzonata quotidianità che Lemmy diffonde e risponde presente durante tutti i concerti.
Forti di un solido seguito, i tre tornano in studio di registrazione e nel 1980 danno alla luce Ace of Spades, probabilmente l’album più iconico del gruppo: massiccio, preciso e stilisticamente maturo.
Un’onda lunga particolarmente ispirata che prosegue anche con il successivo No sleep ‘till Hammersmith del 1981, trasposizione dal vivo della strabiliante performance del gruppo a Londra, che condensa il miglior materiale dei primi quattro dischi.
Nel 1982 esce Iron Fist , altro album sulla falsariga dei precedenti che tuttavia è l’ultimo con Eddie Clarke alla chitarra, una separazione che nasce da numerosi dissapori con lo stesso Lemmy.
La sua assenza si farà sentire per un certo tempo, soprattutto dal momento che viene sostituito da Brian Robertson, ex Thin Lizzy.
Il successivo Another Perfect Day del 1983 non è certo uno dei migliori della storia del trio, meno carico dei predecessori con eccessive forzature melodiche che mettono alla berlina una imprevedibile stanchezza compositiva, con una carente alchimia col nuovo chitarrista, che infatti se ne va abbandonando il progetto poco dopo.
Lascia anche Philty Taylor e stavolta lo strappo è un colpo durissimo per Lemmy, costretto a rimpiazzarlo con Pete Gill dei Saxon.
Sul fronte chitarre si registra, invece, una importante novità con Lemmy che ingaggia Phil Campbell e Michael Burston detto Wurzel.
Con nuova linfa nelle vene e con la nuova formazione a quattro, la creatura capitanata da Lemmy si rimette in pista e già nel 1984 pubblica No Remorse rompendo i rapporti con la Bronze Records e dando via al lungo, logorante e tremendamente difficile rapporto tra la band e le case discografiche.
Nel 1986 esce Orgasmatron che segna una parziale ripresa compositiva nello spessore del suono, seppure sgrezzato e leggermente levigato rispetto ai precedenti.
Rientra nel gruppo Philty Taylor nel 1987, in tempo per la pubblicazione di Rock ‘n Roll.
 
L’attenzione del pubblico verso i Motorhead sembra scemare, complici svariate produzioni non all’altezza del talento della band.
All’inizio degli anni ’90, tuttavia, il gruppo riesce finalmente a firmare un contratto con la Sony e compone 1916, probabilmente il miglior disco della banda Kilmister dai tempi di Ace of Spades.
L’album si presenta a tinte fosche, profondamente riflessivo ed esplicitamente ispirato alle vicende della prima guerra mondiale.
È del 1992, invece, il celebre March or Die, registrato a Los Angeles e contenente alcune tra le più curiose composizioni dei Motorhead.
Esce defintivamente dal gruppo Philty Animal Taylor, che fisicamente e mentalmente non riesce più a reggere i ritmi della vita on the road, e viene sostituito da Mikkey Dee.
Si incrinano i rapporti con la Sony e il gruppo decide di autoprodursi pubblicando Bastards. 
Nel 1995 Lemmy compie cinquant’anni:il leader del gruppo è ormai una leggenda vivente e le sue capacità in termini di scrittura e composizione sono notevolmente cresciute, mentre non ha mai abbandonato i propri principi guida nella vita che lo portano a non scendere mai a compromessi con nessuno e a non farsi condizionare da sterili cliché convenzionalmente accettati, tanto nella musica quanto nella vita di tutti i giorni.
Il Lemmy “maturo”, trasferitosi negli U.S.A. nel 1990, è anche quello che desta maggiore curiosità nei media e che, peraltro, non manca di scatenare polemiche.
Kilmister non fa mistero di apprezzare e collezionare militaria di epoca nazista e sfoggia costantemente la croce di ferro in pubblico.
Nonostante le critiche ricevute al riguardo, Lemmy ha continuato a mantenere il suo stile, pur precisando di non voler essere affiliato alla ideologia nazionalsocialista.
Dopo la pubblicazione dei positivi Sacrifice (1995), Snake bite Love (1998) i Motorhead procedono spediti verso il nuovo millennio che riserverà loro, inaspettatamente, una terza giovinezza.
Il periodo compreso tra il 2000 ed il 2015 vede infatti irrobustirsi notevolmente il suono della band che si fa più cupo, ruvido e pesante.
Con l’abbandono di Wurzel i Motorhead tornano ad essere un trio e la formazione trova finalmente una stabilità duratura.
Lemmy, ovviamente, rimane l’unico membro originale e trascina i suoi compagni con l’energia di un ragazzino.
Se We are Motorhead (2000) alza il tiro, sono Hammered (2002) ma soprattutto Inferno (2004) ad issare per sempre Lemmy&co. sul piedistallo dell’hard&heavy.
Nel 2005 celebrano i trent’anni di carriera, che culminano con la vittoria del Grammy Award per la categoria Best Metal Performance.
Nel 2006 esce Kiss of death, un altro capitolo robusto e convincente, costruito sopra un muro sonoro dall’impatto devastante, che non perde l’occasione di cedere a qualche ballad (God was never on your side) e a spingere su una pesantezza convincente (Living in the past).
Il buon momento del gruppo coincide con la luminosità della stella del proprio leader che fino al 2010 rimane ininterrottamente sulla cresta dell’onda, osannato come un dio e un Maestro.
Dopo una intera vita di eccessi, Lemmy è ancora una roccia indistruttibile.
Eppure, sono proprio gli anni che conducono la band ai 40 anni di carriera a rivelarsi i più amari.
Nel 2011 muore improvvisamente Wurzel, e nel 2013 iniziano a registrarsi seri problemi di salute in Lemmy che, pur continuando a incidere e dischi (The world is yours; Aftershock) inizia ad apparire smunto e a perdere la propria forza trascinante dal vivo.
Il 2015 è l’anno che segna il destino della band in tutti i sensi.
Si celebrano i quarant’anni di attività di una formazione che, senza cedere mai alle lusighe del mercato e delle mode, ha venduto oltre 30 milioni di dischi.
Per l’occasione viene pubblicato Bad Magic che stilisticamente prosegue quanto di buono intrapreso nell’ultima decade con uno picco nella solidissima Thunder & Lightning.
Una menzione a parte merita la struggente Until the end che suona quasi come un lascito, un ultima dedica da parte di Lemmy che sembra presagire l’imminente futuro.
Nel novembre dello stesso anno muore Philty Animal Taylor, lasciando profondamente turbato Lemmy che, nonostante le sempre più precarie condizioni di salute stringe i denti e riesce a completare il tour europeo a metà dicembre.
A Natale compie 70 anni tondi e, come un fulmine che spezza il silenzio, improvvisamente muore il successivo 28 dicembre, in una giornata agrodolce che lascio nello sgomento milioni di fan in tutto il mondo, che rimangono attoniti, increduli.
I Motorhead svaniscono per sempre, dopo mezzo secolo sugli scudi, assieme al loro fondatore.
Si spegne la luce più genuina e pura dell’heavy metal e del rock; crolla il faro che, con il suo anticonformismo, la sua irriverenza e la sua tenacia ha saputo tracciare una linea di demarcazione tra realtà e finzione.
Lemmy non è morto ricco, né affogando nell’oro: ha continuato a preferire una vita meno opulenta ma da condurre a testa alta, piuttosto che viverne una senza signifcato sommerso dal denaro delle case discografiche.
Nato per perdere, ha certamente saputo vivere per vincere e, malgrado i suoi difetti, le parole che ha composto rimarranno per sempre scolpite nel cuore e nella mente di quanti lo hanno amato non soltanto come artista, ma come un fratello, un amico, un padre.

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