Essere Nazione. Come l’europeismo e la globalizzazione distruggono l’identità.

di Giacomo Rossi.

Mai come in questi tempi si sente parlare di necessità di aprirsi al mondo che ci circonda: culturalmente ed economicamente. Essere chiusi in sé stessi non solo andrebbe contro la nostra utilità, ma addirittura cozzerebbe con la Costituzione, che secondo alcune interpretazioni esclude la possibilità di un’economia nazionale e di non essere completamente sottomessi al diritto internazionale. Inutile negarlo, i mezzi di comunicazione e di trasporto che hanno reso il mondo più piccolo per certi versi sono una cosa assolutamente positiva. Basta pensare alla maggiore reattività che si ha di fronte alle grandi crisi umanitarie e alla semplificazione del settore delle infrastrutture. Ma ogni medaglia ha un’altra faccia, e in questo caso che il saldo complessivo della globalizzazione sia negativo è un’evidenza dei fatti. Partiamo dall’economia. Nell’ormai purtroppo lontana era degli Stati Nazione, la produttività di un paese era risultato diretto esclusivamente della capacità industriale e della forza lavoro interna. Paesi piccoli, come la Gran Bretagna, diventavano potenti (sì, anche grazie alle politiche coloniali, che però rappresentavano una minuscola parte del prodotto interno lordo) grazie ad una capacità di ingegno industriale propria del paese stesso. L’abbattimento delle frontiere finanziarie, la creazione della Banca Mondiale e del Fondo Monetario Internazionale, hanno generato nuove necessità. Quelle di dover confrontare a tutti i costi la propria economia con quella estera. Ecco che nascono unità di misura come lo spread, che vogliono non fornire un dato assoluto sulla situazione economica di uno Stato, ma definirla in base ad un termine di paragone del tutto arbitrario, come la Germania. Il risultato è che per puntare alla produttività in termini numerici assoluti, essa viene vista come un qualcosa completamente senza prezzo, raggiungibile a qualsiasi costo. Ecco che ci ritroviamo in una società completamente pervasa dal capitalismo, globale, senza limitazioni, che non tiene conto dell’ingegno del singolo produttore, ma solo della sua capacità di creare ricchezza. Non importa quindi chi abbia creato cosa, si fa sempre gara a vendere al prezzo più conveniente, che nel caso dei beni di prima necessità si traduce in una vera e propria estorsione. Ma perché bisogna partecipare a questo gioco al massacro? Perché l’imperialismo Novecentesco, con l’alba del nuovo millennio, si è trasformato in imperialismo finanziario, un’oscenità che consiste nello “schiacciamento” delle economie più piccole. Allora cosa fa, la piccola Italia, per salvarsi da un confronto a cui non può sottrarsi? Svende la sua manodopera, deprezza il Made in Italy, cede a imprenditori stranieri le sue fabbriche e via dicendo.
Ma questo immondo danno economico è solo la punta dell’iceberg dei pericoli della globalizzazione. La cultura è stata la vittima principale. Ma ancor più grave è che essa sia stata trasformata da strumento di crescita a strumento di decrescita. La cultura, la Nazione, la Patria, per l’economista liberal moderno, sono ostacoli allo spostamento di merci, persone e capitali, quindi al profitto. Con una popolazione attaccata alla sua terra come si potrebbero importare a Londra decine di migliaia di lavapiatti sottopagati? Come si sposterebbero i migliori manager d’Italia in giro per tutta Europa a lavorare per aziende straniere? Come si giustificherebbe l’invasione migratoria che stiamo subendo in questi anni, voluta per arricchire i grandi capitalisti sulla pelle di chi soffre la miseria? Qualcuno diceva che la violenza più atroce consiste nell’inganno. Ancor peggio se ad essere ingannati sono i giovani. Infatti, si è creato il mito della “cultura europea”, un ibrido di retaggi dei vari popoli che abitano il Vecchio Continente, amorfa, senza sapore e senza finalità. L’Erasmus, gli scambi culturali, tutte buone idee in partenza, trasformate in strumenti di demolizione delle identità e della morale. La vedo, questa “generazione Erasmus”, e non provo rabbia, provo pena. Pena verso dei miei coetanei sradicati, che vorrebbero essere tutto: tedeschi, inglesi, francesi, cinesi o arabi. E che invece non sono niente. Mai completamente accettati dalla cultura che diceva di volerli accogliere e ormai distaccati dalle loro radici. Senza speranza e senza futuro, senza un io. Questa smania di farci diventare ogni cosa alla fine ci ha fatto diventare il niente. La generazione Erasmus non è da aberrare, è da salvare. Ma come si può salvare chi ti considera un nemico?
Bisogna partire dai piccoli borghi, dalle università cittadine, dagli eroi della Patria, da Garibaldi, da Mazzini, da D’Annunzio. Occorre riportare al centro della cultura la Nazione, il culto delle radici, ricreare l’identità smarrita. Occorre essere conservatori e reazionari, rivoluzionari e al contempo moderati. Oggi più che mai essere Nazionalisti è un dovere morale e civile. Nel rispetto di chi ha creato questa Nazione, omaggiando chi l’ha difesa anche a costo della vita. E soprattutto, per non piegarci ancora al giogo del capitalismo, degli sfruttatori e dei liberali, che nel nome della tolleranza, hanno distrutto ogni cosa.

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