Patrimonio culturale: tra minore intervento dello Stato e più autonomia.

di Federica Ciampa. – Pubblicato sulla quinta edizione cartacea di Nazione Futura, ottobre 2018.

Uno dei maggiori problemi che affligge la diffusione della cultura in Italia è la gestione del nostro patrimonio culturale visitabile. Infatti, secondo i dati ISTAT riferiti al 2016 e pubblicati nel dicembre 2017, in Italia vi sono 4.158 musei, 536 monumenti e 282 aree archeologiche, per un totale di 4.976 luoghi visitabili. Fra questi 472 sono gestiti dal Ministero dei beni e delle attività culturali; di circa 2000 se ne occupano enti culturali o privati e i restanti rispondono direttamente agli enti locali, come Regioni, Province e Comuni.

Dunque, si può osservare che la maggior parte del nostro patrimonio culturale, se non è direttamente gestito dallo Stato, è comunque gestito da enti pubblici. Inoltre, giova evidenziare che tra le strutture prettamente statali vi sono quelle che attirano il maggior numero di turisti italiani e stranieri, fra le quali, a titolo esemplificativo, ricordiamo solo la Galleria degli Uffizi, la Reggia di Caserta e il Colosseo.

Per quanto riguarda gli incassi, i musei italiani, stando ai dati forniti dal sopracitato Ministero, nel corso del 2017, hanno incassato complessivamente circa 200 milioni: un fatturato certo in aumento rispetto agli anni precedenti, ma decisamente scarno rispetto all’alto numero di strutture presenti sul territorio.

Altre problematiche, comuni a molti monumenti, musei e siti archeologici, riguardano la manutenzione, la conservazione, gli investimenti in nuove ricerche e la loro pacifica fruizione da parte dei visitatori. Dunque, il nostro appare come un sistema culturale in costante crisi.

Per risolvere le suddette questioni e, di conseguenza, rilanciare la cultura, assumendo come punto di partenza il nostro smisurato patrimonio culturale, gli enti pubblici dovrebbero cedere più autonomia ai musei stessi, lasciando loro anche la possibilità di servirsi di fondi provenienti da soggetti privati.

In primo luogo, il guadagno di una struttura, deve restare interamente nelle sue casse. In secondo luogo, i direttori devono avere la massima discrezionalità e devono autonomamente occuparsi della scelta del prezzo del biglietto di ingresso, delle assunzioni, delle iniziative, della gestione degli incassi e del loro reinvestimento.

I privati, invece, possono coordinare, in via esclusiva, i servizi aggiuntivi adiacenti ai luoghi visitati, come ad esempio bookshop, editoria, servizi di audioguide e magari anche di ristorazione. Inoltre, l’istituzione museale o archeologica può creare una sezione apposita sui propri social network e sul proprio sito internet, in cui chiede a chiunque sia interessato, di divenire suo socio, attraverso un’iscrizione e un contributo annuali che, ad esempio, possono dare accesso ad agevolazioni: in questo modo viene a crearsi una sorta di associazione all’interno di ogni struttura, che ha un ruolo attivo non solo nel suo sviluppo, ma anche nello sviluppo culturale più genericamente inteso.

A questo punto, al Ministero dei beni e delle attività culturali resta solo di stabilire norme di mera condotta che tutti gli organi apicali di questi organismi sono tenute a rispettare: innanzitutto, ogni luogo deve predisporre un proprio bilancio, sulla base del quale dovrà necessariamente reinvestire una percentuale degli utili, decisa proprio dall’autorità governativa, ovviamente in proporzione ai guadagni. Gli investimenti devono riguardare non solo l’ordinaria e la straordinaria manutenzione, ma anche la ricerca e l’innovazione. Inoltre, può stabilire a quali categorie possono spettare delle riduzioni sul biglietto di ingresso, che, negli altri Paesi europei, sono, ad esempio, disabili, studenti sotto i venticinque anni di età e nuclei familiari più numerosi. Infine, il Ministero deve assicurarsi che le regole stabilite vengano rispettate: per questo sarebbe opportuno inviasse annualmente un’ispezione.

Pertanto solo lasciando il più ampio spazio possibile ai singoli e lasciando che la cultura appartenga ad ognuno, essa può essere rilanciata e può divenire fruibile in modo più efficiente.

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