8 settembre: sfumature di guerra nascoste

di Massimo Weilbacher

Molte fotografie scattate durante la II Guerra Mondiale hanno immortalato il momento della resa.
La resa dei Francesi nel vagone di Compiegne dopo la disfatta del giugno 1940, ad esempio, con un Hitler euforico e sprezzante di fronte al silenzioso firmatario francese, il generale Charles Huntziger.
La resa degli Inglesi a Singapore, dove il 15 febbraio 1942 il generale Sir Arthur Percival dovette sottomettersi alle durissime condizioni del giapponese Tomoyuki Yamashita, soprannominato la Tigre della Malesia, firmando la più grave capitolazione della storia britannica.
La resa degli americani nelle Filippine il 7 maggio 1942 a Manila quando, dopo la caduta della fortezza di Corregidor, il generale Johnathan Wainwright fu costretto ad arrendersi al generale giapponese Maseharu Hmima, segnando così per gli alleati il momento più drammatico della guerra nel Pacifico.
Per non parlare, poi, della lunga serie delle rese tedesche, da quella di Staligrado, dove il 31 gennaio 1943 il fresco feldmaresciallo Friedrich Paulus, oramai allo stremo, si consegnò ai Sovietici trovandosi di fronte l’allora commissario politico Nikita Krusciov, fino alla capitolazione finale del III Reich, firmata da Alfred Jodl il 7 maggio 1945 a Reims e replicata il giorno dopo a Karlshorst da Wilhelm Keitel a beneficio dei Russi.
Una sequenza che si concluderà solo il 2 settembre 1945 sul ponte della Corazzata Missouri, ancorata nella baia di Tokyo, con la famosa cerimonia della resa dell’Impero del Sol Levante nella quale i delegati giapponesi circondati da disprezzo e ostilità ascoltano, impassibili e dignitosi, il durissimo discorso del Generale Douglas Mac Arthur per poi firmare l’atto di resa incondizionata, controfirmato anche da Wainwright e Percival stavolta testimoni vittoriosi della loro disfatta.
Le fotografie di questi avvenimenti, e di molti altri analoghi che hanno riguardato sia i Tedeschi che gli Alleati, hanno tutte qualcosa in comune: ci presentano vincitori duri e talvolta sprezzanti e sconfitti avviliti ma dignitosi, con volti lividi, lineamenti tirati ed espressioni cariche di rabbia per essere stati costretti a compiere uno degli atti più vergognosi ed umilianti per qualsiasi nazione, per qualsiasi popolo e per qualsiasi esercito.
Consapevoli, oltretutto, che a ciò sarebbe seguita una durissima prigionia o, come nel caso dei feldmarescialli Keitel e Jodl, un processo dall’esito scontato che li avrebbe condotti sul patibolo..
Tra le immagini degli atti di resa della Seconda Guerra Mondiale spicca però una vistosa eccezione: la fotografia scattata a Malta la mattina dell’11 settembre 1943 al momento della resa della flotta italiana e della sua consegna agli Inglesi in attuazione delle umilianti disposizioni dell’Armistizio.
Vi compare l’ammiraglio Alberto Da Zara, in quel momento comandante della squadra navale italiana, il quale, disteso e sorridente, stringe amichevolmente la mano al commodoro Roger Dick, capo di stato maggiore dell’ammiraglio Andrew Cunningham, venuto ad accoglierlo al molo di La Valletta.
Guardando la fotografia nessuno direbbe che fino a tre giorni prima Da Zara e Dick erano (o per meglio dire avrebbero dovuto essere) nemici.
L’atteggiamento dell’ammiraglio italiano non è certo quello di un ufficiale che sta portando a termine un compito infame e mortificante in una delle peggiori situazioni, la resa senza condizioni, in cui possano trovarsi una nazione e le sue forze armate.
Sembra piuttosto il cordiale incontro professionale  tra due stimati colleghi o tra due vecchi amici che si ritrovano per una piacevole rimpatriata.
Invece quel giorno, sotto lo sguardo incredulo degli equipaggi delle navi inglesi, la flotta più potente del Mediterraneo si era consegnata docilmente e spontaneamente al nemico nell’illusione generale che lo spregiudicato passaggio da un campo all’altro, il porsi disinvoltamente al servizio del vecchio nemico dopo che erano definitivamente mutate le sorti della guerra avrebbe fatto guadagnare chissà quali benemerenze presso i vincitori.
Naturalmente non fu così.
Alla fine della guerra gli alleati non ebbero nessun riguardo per l’Italia che, ugualmente disprezzata tanto dai vinti quanto dai vincitori, fu trattata semplicemente come una nazione sconfitta e fu costretta a firmare un mortificante trattato di pace senza nessun particolare riguardo né riconoscimento per la poco dignitosa cosiddetta cobelligeranza.
Neppure le ingenue aspettative degli ammiragli, qualcuno traditore, molti altri opportunisti e quasi tutti illusi, si realizzarono: i cannoni delle corazzate vennero disattivati, le navi furono internate o utilizzate come trasporti.
Sarà poi il trattato di pace a smembrare e smantellare definitivamente la flotta riducendola ai minimi termini.
La bizzarra idea propalata dallo Stato Maggiore e dagli ammiragli collusi col nemico agli ufficiali ed agli equipaggi per far digerire loro l’ordine di resa e consentire la consegna della flotta senza problemi, e cioè che fosse una decisione dolorosa ma inevitabile che avrebbe portato grandi vantaggi futuri all’Italia, si rivelò per quello che era: un subdolo espediente o, nella migliore delle ipotesi, una stupida illusione.
In realtà il cosiddetto “Protocollo Dick”, allegato al testo dell’armistizio e redatto proprio dall’ufficiale tanto cordialmente intrattenuto dall’ammiraglio Da Zara, aveva imposto alla flotta condizioni persino più dure di quelle imposte dai Tedeschi alla flotta francese nel 1940 senza nessuna possibilità di negoziazione.
Il tradimento non aveva pagato ma era costato carissimo; come dirà poi il Comandante Borghese, un popolo può perdere una guerra ma non può perdere la dignità.
Neppure la fotografia della firma dell’Armistizio Breve sotto la tenda del comando alleato nei pressi di Cassibile, alle 17,15 del 3 settembre 1943, fornisce l’immagine di una resa dignitosa.
L’Italia è rappresentata da un azzimato signore in doppiopetto scuro, Giuseppe Castellano, che in realtà sarebbe un generale del Regio Esercito, l’uomo di fiducia del capo di stato maggiore Vittorio Ambrosio e figura chiave nelle vicende del 25 luglio (era stato lui ad organizzare l’arresto di Mussolini a Villa Savoia) e dal console Franco Montanari che funge da interprete.
Castellano è in borghese perché la firma dell’armistizio è segreta: proveniente da Roma, la minuscola delegazione italiana si trova dietro le linee nemiche, di fronte ai comandanti supremi alleati Eisenhower ed Alexander, mentre qualche centinaio di chilometri più a nord le truppe italiane, a fianco di quelle tedesche, combattono ancora contro i soldati inglesi ed americani.
Non è una resa come quelle di cui abbiamo parlato all’inizio; non avviene dopo furiosi combattimenti per l’impossibilità oggettiva di proseguire la lotta.
È invece l’atto finale di una serie di intrighi e congiure poste in essere da fazioni rivali dell’Esercito (Ambrosio e Castellano da una parte, Roatta e Carboni dall’altra) che per conto del governo Badoglio cercano di trattare con gli alleati, l’una indipendentemente dall’altra, l’uscita dell’Italia dalla guerra che significa, in realtà, l’abbandono dell’alleanza con la Germania e il repentino passaggio dalla parte di Inglesi e Americani.
Le trattative con gli Alleati, dalle quali l’Italia non avrebbe ottenuto nient’altro che l’ordine di arrendersi senza condizioni, erano iniziate subito dopo la caduta di Mussolini ed erano state accompagnate dai durissimi bombardamenti su Milano che avevano lo scopo di ammorbidire l’ambigua posizione italiana.
Il mese di agosto aveva visto i generali italiani fare la spola, segretamente, con il quartier generale del nemico o negoziare in territorio neutrale, a Lisbona e Madrid, in un’escalation di opportunismo, doppio gioco e tradimenti che avrebbe poi portato alla fuga ignominiosa da Roma del re e dei vertici militari (dopo avere prelevato fondi della Banca d’Italia prudenzialmente convertiti per tempo in sterline e franchi svizzeri e mai rendicontati) ed al disfacimento dello stato e delle forze armate con tutto quello che ne sarebbe seguito.
Quel giorno, però, il generale Castellano non immaginava le conseguenza tragiche di quella firma apposta sui documenti, scritti in una lingua a lui totalmente sconosciuta, che il generale americano Walter Bedell Smith gli metteva davanti ed il cui contenuto restava per lui in gran parte incomprensibile.
La foto successiva alla firma lo mostra sovrastato da un raggiante Eisenhower al quale stringe la mano senza troppo entusiasmo.
C’è però qualcosa che le fotografie scattate sotto la tenda piantata tra gli ulivi della Masseria San Michele di Cassibile non raccontano.
Non c’era solo il governo Badoglio a trattare con gli Alleati.
Ben attento a non essere mai ripreso, un giovane Vito Guarrasi – affiliato alla massoneria, futuro depositario di molti segreti siciliani e garante di affari ed interessi di ogni genere oltre che, evidentemente, già allora referente dei poteri mafiosi che avevano collaborato in modo determinante allo sbarco alleato – aveva, discretamente ma attentamente, seguito l’avvenimento dopo avere attivamente partecipato ai negoziati con libero accesso sia al comando supremo alleato che a quello italiano, pur essendo solo un semplice e sconosciuto capitano di complemento.
Dopo la dura repressione del Fascismo, con l’armistizio e l’arrivo degli alleati si apriva per la mafia un lungo periodo di prosperità.
L’8 settembre non fu solo una resa militare, ma la dissoluzione di una intera nazione, di un popolo e della sua inetta, inaffidabile ed irresponsabile classe dirigente, zeppa di opportunisti senza scrupoli e voltagabbana, che nel maldestro tentativo di sopravvivere e, magari, di sfruttare la situazione a proprio personale vantaggio non esitò a servirsi per i propri fini del tradimento e del doppio gioco, gettando un intero popolo nella vergogna, consegnando centinaia di migliaia di militari italiani alla morte o alla prigionia ed il resto del Paese alla guerra civile.
Quel giorno finì l’idea dell’Italia come grande nazione, l’idea che dopo la riunificazione politica, la costruzione dello stato unitario, la vittoria nella Grande Guerra l’Italia potesse finalmente diventare protagonista della storia europea, e non solo oggetto delle politiche altrui, e che gli Italiani potessero trattare con pari dignità con Inglesi, Francesi e Tedeschi.
Gli avvenimenti dell’estate 1943 dimostrano invece che tutto questo era solo un’illusione.
Gli italiani erano rimasti, per la gran parte, quelli di sempre: divisi ed inaffidabili, privi di un vero sentimento nazionale, sempre pronti a sacrificare l’interesse nazionale per quello personale o particolare, sempre pronti a mettersi al servizio del migliore offerente, sempre pronti a scannarsi tra loro a beneficio degli interessi stranieri.
Dopo la guerra (persa) l’Italia è diventata un “paese democratico” ma non è mai più stata una nazione, non ha mai recuperato né la dignità perduta l’8 settembre 1943 né il rispetto delle altre nazioni, che continuano a considerarci “i soliti italiani” ed a trattarci di conseguenza, come dimostrano chiaramente le vicende europee di questi anni.

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