Geert Wilders: il vento anti-Europa soffia da Nord

di Manuel Massimiliano La Placa 

Con le elezioni europee del maggio 2019 alle porte, inizia a stringersi il cerchio sullo scacchiere delle forze politiche che non soltanto non si riconoscono negli attuali assetti istituzionali comunitari, ma spesso ne vogliono scardinare l’essenza dalle fondamenta.
Tra queste, senza dubbio c’è il PVV – Partito per la Libertà dei Paesi Bassi, capitanato da Geert Wilders, uno degli esponenti più tenaci e curiosi del nuovo fronte “populista”.

Nato a Venlo, nel Limburgo, nel 1963 e cresciuto in una famiglia cattolica, figlio di padre olandese e madre originaria dell’Indonesia, ad oggi si dichiara agnostico.
Dopo aver conseguito una specializzazione scolastica in campo assicurativo, Wilders decide di intraprendere un viaggio in Israele ove rimane per circa un anno, per poi visitare i paesi arabi e constatarne la carenza di democrazia per come percepita nel mondo occidentale.

Forte di una esperienza simile, che lo porterà sempre su posizioni filo-israeliane, una volta rientrato in Patria decide di occuparsi attivamente di politica in qualità di collaboratore e redattore di articoli e discorsi per il VVD – Partito Popolare per la Libertà e la Democrazia, storico movimento di ispirazione moderata, fondato nel 1948 ed ancor oggi al centro della scena politica.
È proprio in seno al partito che Wilders conosce quello che può essere definito a tutti gli effetti il suo Maestro politico: Frits Bolkestein, al fianco del quale lavora alacremente dal 1990 al 1998.
Durante questo periodo, che gli consente di specializzarsi in politica estera, il giovane Wilders viaggia parecchio e diventa un profondo conoscitore della realtà del Medio Oriente, dalla quale tanto lui quanto lo stesso Bolkestein iniziano a sviluppare una ragionata critica all’immigrazione di massa, nello specifico di matrice islamica.

Forte di una solida preparazione e ormai maturo, Wilders decide di intraprendere la carriera politica attiva e nel 1997, a trentaquattro anni, viene eletto al Consiglio Municipale di Utrecht nelle fila del VVD e, nemmeno un anno dopo, fa il suo ingresso alla Camera dei Paesi Bassi.

In linea con i cardini ideologici del suo partito, Wilders si presenta come un moderato di centrodestra, pur scettico nei confronti dell’Unione Europea e, soprattutto, durissimo verso l’estremismo islamico.
Sono gli anni in cui si ispira maggiormente all’esperienza inglese di Margaret Thatcher facendo di fisco, tassazione e spesa pubblica i suoi cavalli di battaglia.
Forse proprio per queste ragioni, che lo vedono come uno dei tanti esponenti di un grande partito monocolore, i suoi primi anni da parlamentare non brillano per originalità e intraprendenza.

Il vero punto di svolta, peraltro, ha luogo qualche anno dopo, tra il 2002 ed il 2004, quando Wilders si pone a capo dell’ala destra del VVD e, in conflitto con i vertici del movimento sul tema immigrazione, viene espulso.
In realtà, il terreno dello scontro sono i negoziati europei per l’ingresso della Turchia in Europa, con l’ala sinistra del partito favorevole, mentre Wilders vi si oppone con fermezza.
Nel 2006 fonda quindi il “suo” PVV, un’arma politica che plasmerà a sua immagine ed attraverso la quale riuscirà sempre a rimanere al centro del dibattito, erodendo consensi proprio al suo ex partito.
Alle elezioni nazionali del 22 novembre dello stesso anno, infatti, il PVV esordisce con il 5,9% dei consensi eleggendo 9 deputati, quinta forza politica dei Paesi Bassi.

Il perno del successo è, ovviamente, Wilders in persona: la sua oratoria è fluente e precisa, mentre il suo antieuropeismo culminato nella battaglia contro l’adozione di una Costituzione Europea ne amplificano la popolarità.

È tuttavia il 2007 l’anno che lo porta definitivamente alla ribalta delle cronache internazionali: decide infatti di girare un cortometraggio, presentato anche all’Onu, in chiave anti-islamizzazione e della durata di 17 minuti.
Il fatto gli costa parecchie polemiche e anche due processi, ma gli frutta soprattutto un enorme consenso popolare in Patria che si traduce, alle elezioni europee del 2009, nel 16,97% dei consensi.
Wilders fiuta il vento del cambiamento tra gli elettori e decide di irrobustire ulteriormente la propria proposta politica facendo della serrata lotta alla islamizzazione dell’Occidente il suo punto forte, unito ad una visione volta alla rottura totale dell’Unione Europea con l’ipotesi di una fuoriuscita dei Paesi Bassi dalla stessa.

Le masse sono affascinate da quell’abile oratore con la chioma ossigenata che parla di rinascita degli Stati nazionali in alternativa ad una entità sovranazionale nemica delle autonomie.
Alle elezioni nazionali del 2010 la creatura di Wilders balza al 15,5% e conquista 24 seggi.
Un vero punto di svolta, perché i Paesi Bassi hanno assoluto bisogno di un Governo stabile in un periodo storico di piena crisi economica, e qualunque accordo deve passare necessariamente per il PVV.
Un po’ a sorpresa, Wilders decide di concedere appoggio esterno al nuovo Governo guidato da Mark Rutte, espressione degli ex colleghi del VVD e sostenuto anche da una rappresentanza cristiano-democratica.
Tuttavia, nel 2012 lo stesso Wilders decide di ritirare l’appoggio a tale Esecutivo, di fatto portando i Paesi Bassi ad elezioni anticipate, a causa dell’incapacità di Rutte di mantenere gli accordi volti ad un importante giro di vite sull’immigrazione.
È forte e chiara, inoltre, la critica del PVV ai diktat europei legati al 3% nei rapporti deficit/P.I.L., tuttavia è insufficiente a salvare le proprie sorti elettorali dalla disapprovazione degli elettori per il sostegno, seppure esterno, all’Esecutivo uscente.

Wilders si rende conto del momento di difficoltà e cerca di non perdere la partita incardinando la successiva campagna elettorale sui canonici toni duri ed inflessibili sul tema Unione Europea, arrivando a proporre ufficialmente l’uscita dei Paesi Bassi nonché l’abbandono dell’Euro per il ritorno di una valuta nazionale, allineandosi in questo ad altri grandi partiti europei come il Front National di Marine Le Pen dalla quale fino a quel momento ha sempre mantenuto le distanze dichiarandosi lontano tanto dalle ideologie social-comuniste quanto dai nostalgismi di destra.

Tuttavia l’impegno profuso non è sufficiente a frenare il disincanto della gente ed il PVV ottiene “solo” il 10,1% e 15 seggi, un ridimensionamento che non consente di bissare il clamoroso successo di due anni prima.
Per Wilders, ad ogni modo, pare trattarsi soltanto di una fisiologica battuta d’arresto.

Si propone quindi di stringere una cooperazione transnazionale con i più grandi partiti populisti e sovranisti d’Europa tra i quali figura anche la Lega di Matteo Salvini e, sulla scia di una campagna elettorale durissima, nel 2014 il PVV trionfa conquistando il 17% dei consensi e ritornando al centro della scena, pronto a lanciarsi nella rincorsa per le ambitissime elezioni nazionali del 2017.

Un appuntamento al quale Wilders si presenta in grande spolvero, tuttavia tallonato dall’eterno Rutte che decide di correre sul suo stesso terreno parlando di sicurezza, espulsioni e un nuovo giro di vite contro le moschee ritenute a rischio inflitrazione di cellule del terrorismo islamico, tuttavia in chiave europeista.

Il PVV perde le elezioni e non riesce ad andare oltre il 13% guadagnando 20 seggi, pur confermandosi secondo partito nazionale dietro al VVD.

Allo stato attuale, la prossima sfida di Wilders è senza dubbio rappresentata dalle elezioni europee, alle quali si presenta rilanciando una concezione di Europa basata su una cultura occidentale dominante, libera da una aggregazione sovranazionale intenta a privare gli Stati sovrani della loro identità e lontana da una islamizzazione percepita come un pericolo imminente.
Il fronte sovranista irrobustisce le proprie fila, e mentre il guanto di sfida all’Europa è stato da tempo lanciato, anche i Paesi Bassi hanno risposto all’appello.

 

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