“Vai via, sei nero”, ma è un falso: la nuova frontiera delle bufale progressiste

di Alessio Valente

Ora sono qui, a metà viaggio con il ragazzo vicino. Si chiama Mamadou, ha 25 anni, è nato in Senegal ma vive da 15 anni a Bolzano. Lavora da qualche anno con orari e ritmi molto pesanti: monta i forni per un’azienda locale. Mi ha detto con gli occhi lucidi che è stufo, che è stanco di questa cattiveria, che lui non voleva fare nulla semplicemente andare a Roma come tutti noi a trovare un suo amico. “credimi, non faccio nulla di male. Non sono cattivo. Voglio solo sedermi e riposare perché sono stanco.”.

No, non è un estratto dell’ultimo romanzo in uscita nelle libreria. Uno di quei romanzi che fanno esplodere le emozioni e che hanno tutte le probabilità di diventare best sellers. No, quello riportato poco sopra è un estratto di un post di una ragazza trentina, che dal buio della sua cameretta e col volto illuminato dalla luce dello schermo è tutta intenta a raccontarci l’ultimo episodio razzista a cui ha assistito, con la speranza e la fiducia di riuscire a mobilitare l’Italia migliore, quella dei buoni.

No, la storia ovviamente non è vera, poiché si è rivelata essere l’ennesima storia falsa circolante sul web. Ricapitoliamola: la ragazza sale su un flixbus diretto a Roma e prende posto. Poco dopo sale un uomo di colore, di cui lei riesce a conoscere nome e storia personale. Qualcosa però va storto: una signora anziana sgrida l’uomo appena entrato e gli intima di non sedersi accanto a lei. E’ di colore e di un’altra religione, la signora non lo vuole, scatenando addirittura le lacrime del povero malcapitato. Alla fine arriva la polizia e tutto si risolve, il bene riesce ancora una volta a trionfare.

Ovviamente sulla notizia si getta a capofitto mezza redazione di Repubblica, che riporta la notizia dando ulteriore risonanza al post di Facebook attraverso cui era stata veicolata. Qualcosa va storto, di nuovo. “Io ero su quell’autobus e ho fatto da interprete fra il ragazzo e la polizia. Le cose non sono andate così.”, puntualizza una ragazza fra i commenti al post. Essa spiega anche le dinamiche dell’accaduto: il sistema flixbus assegna più posto alle stesse persone prevedendo un supplemento per riservarli. Il ragazzo viene quindi fatto accomodare oltre la quarta fila, come da prassi.

Ma non è finita per la povera paladina delle notizie vissute in prima persona, poco dopo commenta un’altra persona e si viene a scoprire che il nome del ragazzo non è neanche quello riportato nel post. “Prove? Oltre alle telecamere, il fatto che ci abbia parlato poco fa. Ora spiega il motivo di questa cazzatona”. Difficile uscire da quest’intricata verità schiacciante per la ragazza, proveremo a farlo noi per lei: le elezioni.

A Trento infatti era previsto, due giorni dopo lo scioccante accaduto razzista, la visita di Matteo per le elezioni provinciali. Qualcuno azzarda pure una ipotesi che conferirebbe al falso un profilo più studiato a tavolino. La ragazza infatti sarebbe figlia di un candidato Pd e, cosa sicuramente più di secondo piano, di una donna attiva nel movimento magliette rosse. Il tutto corredato da foto prese proprio dal social network. Che dire, chi di social ferisce, di social perisce. Ci riserviamo però il diritto, e dovere, di non segnalare quest’ultima ipotesi come notizia, per l’amore per la verità e l’onestà intellettuale che ci contraddistingue. La foto resta comunque visionabile fra i commenti del post incriminato.

Quello emerge da tutta questa storia, è come lo strumento social, specialmente se utilizzato dalle miriadi di piccole web star cariche di contatti e amicizie, sta diventando sempre di più uno strumento volto a deviare e confondere l’opinione pubblica con mezzi decisamente subdoli e scorretti, in cui cadono in continuazione anche giornali che dovrebbero essere autorevoli ma che divengono, giorno dopo giorno, sempre più prossimi al livello della mera carta straccia priva di qualsivoglia utilità e alla mercé di un qualsiasi post su Facebook privo di riscontri.

Continueremo a seguire post “famosi”, non essendo questo il primo, e probabilmente neanche l’ultimo, di una lunga catena di false notizie che si diffondono sul web fra like e condivisioni varie. La retorica però è assolutamente innovativa quanto pietosa: il racconto dell’esperienza diretta condita da momenti salienti e carichi di emozioni che farebbero invidia persino ai migliori plot hollywoodiani.

Nel frattempo, ci accodiamo al consiglio che abbiamo letto in un commento e che a quanto pare è stato dispensato in qualità di “una mamma”. E lo sottoscriviamo col sorriso, perché amanti della serenità e della responsabilità, augurando il meglio proprio come farebbe una mamma:
“Dopo i cinque minuti di notorietà che ti sei procurata, sarebbe cosa sana e giusta chiedere scusa per questo abbaglio?”

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