Da Caporetto a Vittorio Veneto. La generazione 1899 che salvò l’Italia

Di Paolo Muttoni

Oggi, il 24 ottobre è una data importantissima, per la sua duplice valenza militare della “Grande Guerra”. Il 24 ottobre 1917 cominciò l’offensiva austro-tedesca, a Caporetto, che vide l’esercito italiano sciogliersi letteralmente come neve al sole d’agosto.

Esattamente 1 anno dopo, il 24 ottobre 1918, cominciò la grande offensiva sul piano che portò negli italiani il sogno di entrare in territorio austriaco, fermato solo dalla pace che pose fine alla prima guerra mondiale.

Emblematico è chi combatte queste due battaglie, ed i particolare la seconda.

 

Partiamo dalla prima. La più dolorosa da raccontare. La disfatta di Caporetto.

Dai reperti storici postumi, dalle lettere, ma già allora si scriveva sui giornali, l’offensiva tedesca era annunciata da mesi. Erano settimane che i tedeschi stavano muovendo centinaia di migliaia di soldati verso le linee friuliane. Addirittura il giorno prima dell’offensiva arrivò un disertore austriaco con mappe, indicazioni, numero di soldati, dove avrebbero attaccato, quando avrebbero attaccato, ma nulla. L’allora comandante in capo dell’esercito italiano , generale Cadorna, sottovalutò la situazione convinto di poter resistere all’attacco senza alcun tipo di problema.

Alle 2:00 del 24 ottobre i tedeschi cominciarono a bombardare le trincee italiane, proseguendo fino alle 6 del mattino, per arrestarsi 30 minuti e ricominciare fino alle 8:00, i tedeschi non aspettarono neanche la fine di quest’ultimo e alla fine delle 7 si lanciarono nelle trincee nemiche cogliendo di sorpresa gli italiani nascosti nei buchi, uccidendoli  uno dopo l’altro, da qui comincerà un’avanzata che porterà in pochi giorni l’intero nord-est nelle mani dei tedeschi.

All’attacco resistette, eroicamente ma invano, per molte ore solo un battaglione di alpini che però dovette arrendersi in quanto, forse, era uno degli ultimi reparti di un esercito alla deriva.  In poche ore i tedeschi fecero 30 mila prigionieri italiani, moltissimi soldati divennero sbandanti, gettarono le armi e scapparono in ritirata. La situazione era , una carovana di soldati e civili che scappavano verso ovest inseguiti da un centro in marcia totale.

 

I comandi militari furono subito accusati di inadeguatezza e negligenza. Cadorna, Badoglio e gli altri generali però, al posto di assumersi le loro responsabilità scaricarono tutta la colpa sui soldati italiani accusandoli di codardia.

 

Bollettino 887 di Luigi Cadorna dopo Caporetto:

“La mancata resistenza di riparti della II° Armata vilmente ritiratisi senza combattere, o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti ad impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria. La nostra linea si ripiega secondo il piano stabilito. I magazzini ed i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra, dà affidamento al Comando Supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza del Paese, saprà compiere il suo dovere.”

 

La questione ora non era più di conquistare le terre irredente, ma salvare la patria invasa. Si decise come ultima linea il Piave, se avessero superato quella l’unità italiana era in pericolo.

 

Cadorna fu subito destituito. Fu nominato Generale Diaz, che in 1 solo anno risollevò un paese.

I tedeschi fermarono la loro avanzata sul Piave, “[..]Il Piave mormorò non passa lo straniero[..”], per ora l’unità era salva. Adesso vi era da riorganizzare l’esercito, anzi più che risollevare andava ricreato un esercito. Vennero chiamati in leva quei ragazzi 18-17 anni che avrebbero salvato l’Italia. La classe 1899 che seppe cosa vuol dire morire per la patria.

 

Diaz cambiò anche il modo di relazionarsi con l’esercito, si passò dal metodo medievale e autoritario di Cadorna, a quello più amichevole e moderno di Diaz. Il paese rispose pronto alla chiamata, le industrie divennero tutte belliche, lo stato si indebitò fino al collo. In pochi mesi l’Italia era risollevata, economicamente, moralmente e militarmente.

 

A questo punto la politica premeva, voleva un’offensiva, perché vedeva che la guerra nel mondo stava volgendo verso la fine, e vincere la guerra senza aver vinto neanche una battaglia avrebbe voluto dire solo una cosa “Umiliazione”. Diaz però non era sprovveduto e seppe saggiamente aspettare il momento giusto, il momento propizio era l’arrivo delle armate richieste ai suoi alleati, arrivarono  3 divisioni inglesi, 2 divisioni francesi e 100 mila americani.

 

L’ordine partì il 24 ottobre 1918 alle 03:00. Gli italiani cominciarono l’attacco, l’offensiva del monte grappa, non senza fatica e morti, basti pensare che solo il 27 ottobre si riuscì ad avanzare, offensiva che si concluse il 3 novembre con la firma dell’armistizio e la fine della guerra il giorno successivo.

 

“Comando Supremo, 4 novembre 1918, ore 12 Bollettino di guerra n. 1268

La guerra contro l’Austria-Ungheria che, sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l’Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta. La gigantesca battaglia ingaggiata il 24 dello scorso ottobre ed alla quale prendevano parte cinquantuno divisioni italiane, tre britanniche, due francesi, una cecoslovacca ed un reggimento americano, contro settantatré divisioni austroungariche, è finita. La fulminea e arditissima avanzata del XXIX Corpo d’Armata su Trento, sbarrando le vie della ritirata alle armate nemiche del Trentino, travolte ad occidente dalle truppe della VII armata e ad oriente da quelle della I, VI e IV, ha determinato ieri lo sfacelo totale della fronte avversaria. Dal Brenta al Torre l’irresistibile slancio della XII, della VIII, della X armata e delle divisioni di cavalleria, ricaccia sempre più indietro il nemico fuggente. Nella pianura, S.A.R. il Duca d’Aosta avanza rapidamente alla testa della sua invitta III armata, anelante di ritornare sulle posizioni da essa già vittoriosamente conquistate, che mai aveva perdute. L’Esercito Austro-Ungarico è annientato: esso ha subito perdite gravissime nell’accanita resistenza dei primi giorni e nell’inseguimento ha perduto quantità ingentissime di materiale di ogni sorta e pressoché per intero i suoi magazzini e i depositi. Ha lasciato finora nelle nostre mani circa trecentomila prigionieri con interi stati maggiori e non meno di cinquemila cannoni. I resti di quello che fu uno dei più potenti eserciti del mondo risalgono in disordine e senza speranza le valli che avevano discese con orgogliosa sicurezza.” (Armando Diaz, comandante supremo del Regio Esercito)

 

La guerra era vinta, o come dirà D’annunzio in seguito , la “Vittoria Mutilata”. Resta però un fatto significativo, che sarà un must per la storia italiana, dopo la batosta di Caporetto l’Italia ha saputo rispondere unita e compatta, costruendo la vittoria di Vittorio Veneto. Vittoria che non fu ottenuta solo con le armi, ma fu ottenuta con l’unità di un popolo (Unità che era utopia fino al quel momento) e con la voglia di rivincita verso un modo internazionale che ci vedeva come gli ultimi “Gli sfigati”.  Si può dire chiaramente che senza Caporetto non avremmo mai avuto un Vittorio Veneto.

W. L’Italia e W la generazione del 1899 da cui tutti dovremmo prendere esempio per lo spirito di sacrificio dimostrato.

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