Novembre e le nostre tradizioni: così ricordiamo i nostri cari

di Vanessa Combattelli

 

Anche questa consueta nebbia mattutina segna che un nuovo mese è arrivato: novembre.
Per molti mese della riflessione, della malinconia perchè fa buio prima, della memoria poiché proprio nei primi giorni di novembre si ricorda chi è andato via.
Le nostre tradizioni sono importanti: fanno viva la nostra identità; inoltre è forse straordinario pensare che alcune delle nostre abitudini possono vantare radici in un passato molto remoto.
La festa di Ognissanti, ad esempio, era celebrata in molte chiese già dal IV secolo.
La ricorrenza della chiesa occidentale potrebbe derivare dalla festa romana della dedicatio Sanctae Mariae ad Martyres, ovvero l’anniversario della trasformazione del Pantheon in chiesa dedicata alla Vergine e a tutti i martiri.
Questi giorni in particolare ci ricordano chi abbiamo perso e chi non c’è più e tutti, nel nostro piccolo, ci sentiamo coinvolti da questa prima aria novembrina; è un dolore collettivo quello che si prova.
Nel corso della nostra vita ci ritroviamo a perdere qualcuno di caro anche quando meno ce lo aspettiamo, una persona che per noi era tutto e rappresentava magari un punto di riferimento costante, qualcuno che ci ha visti crescere e ci ha aiutati anche nel farlo.
Il dolore iniziale è paralizzante, chi lo ha vissuto lo sa bene, è un misto tra incredulità che sia davvero accaduto e grande angoscia e sofferenza quando, invece, il peso di quella perdita si concretizza.
Ognuno ha un modo diverso per metabolizzare una perdita, a volte ci si abitua semplicemente e si sopporta quella realtà andando avanti, come ogni singolo giorno, nella routine.
Anche nel fare questo, però, ci vuole forza, non ci si deve lasciare abbattere dai colpi bassi della vita.
Anche questo siamo noi: gente con spirito tenace che silenziosamente ha fatto una promessa:”andrò avanti anche per te”.
Il vero segreto però sta nel ricordare, alcuni pensano che dimenticare qualcuno basti a cancellare il vuoto che la sua perdita ha generato, ma non è così: sarebbe falso, dimenticare significa togliere dei pezzi da se stessi, significa annullarsi e non essere le stesse persone.
Invece il vero miracolo sta nel ricordare, nel volere bene e, forse, anche nell’illudersi.
C’è quell’Ugo Foscolo, nella sua celebre opera “Dei Sepolcri”, che esprime tutte le emozioni che emergono in questi giorni.
Si realizza quanto fragile sia la natura umana ma, al tempo stesso, si comprende che nel ricordo si genera l’eterno, poiché finché noi ricordiamo una persona che non c’è più, essa non smetterà mai di vivere; e allora le tombe sono anche un segnale che, nonostante sia materiale deteriorato dal tempo, ricorda quell’esistenza ormai è solo cenere ed ombre ma che, in ogni caso, sembra gridare nella sua solitudine e tristezza quel “io c’ero, io esistevo, io vivevo e voi, guardandomi, mi ricordate e mi fate tornare a vivere.”
aIl poeta poi dice qualcosa che sarà familiare a molti: quell’illusione di poter dialogare con i propri morti, lo stesso Foscolo andava nella tomba dell’amatissima madre raccontandole la sua giornata, ciò che lo turbava e lo rendeva triste o felice, un dialogo che non riceveva mai risposta ma che al tempo stesso rappresentava un’illusione che a Foscolo piaceva alimentare, poichè l’amore, quello vero, non muore neanche quando si è separati da un cielo immenso.
Ed infine, il famoso poema termina così:
“E tu onore di pianti, Ettore, avrai,
ove fia santo e lagrimato il sangue
per la patria versato, e finché il Sole
risplenderà su le sciagure umane.”
In questi ultimi versi Foscolo celebra coloro che sono morti per la propria patria, a opinione sua sono quelli più valorosi il cui ricordo sarà reso immortale dalla propria terra, amata e amatissima.

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