Arlecchini di concetti

di Eugenio Spina.

Non molto tempo fa, annotando gli effetti della sbronza sessantottarda non ancora passataci, avevo registrato la dissolvenza di ogni immagine di quell’andare insieme, al quale dovrebbe equivalere il patriottismo; e mi ero chiesto se essa non avesse guadagnato al 4 novembre il discredito noto.
Ma non mi è piaciuto né chi non ha saputo dire nulla, se non ripetere quanto Cadorna fosse duro, né chi ha parlato della grande guerra come se l’avesse fatta. I copioni vanno a chi debba vestire la giubba del nazionalista millantatore o del sedicente pacifista.
Io avrei voluto ricordare quando, cent’anni fa, nacquero le visioni del mondo gestate in trincea, gli embrioni delle quali erano stati concepiti prima del conflitto. Ogni combattente incubò un differente punto di vista su come, riposto il moschetto, avrebbe voluto il paese. Posizioni giocoforza contrastanti, ma tutte condizionate dall’aver potuto contare solo sull’altro, che accanto portava il grigioverde come te, pur avendo un grado maggiore o minore del tuo o non parlando il tuo dialetto. Per quanto diversamente l’un dall’altro avreste potuto voler le cose finita la guerra, dopo di essa non avreste potuto credere che, la vostra, fosse l’idea di un destino solo contadino, od operaio, o borghese. Ma imprescindibilmente anche italiano. Il monarchico, il repubblicano, il socialista, il cattolico, il protofascista o chi sarebbe diventato comunista, avrebbero da allora gustato, forse per la prima volta, come fossero stati creati degli italiani; ai quali far realizzare un destino tanto o monarchico, o repubblicano o così via… quanto migliormente espressivo dell’identità italiana, rispetto agli avversari.
Le scuole di pensiero che si sarebbero così sfidate per i successivi settant’anni, duecento anni fa erano embrionali; diventarono maggiorenni dopo la grande guerra. Oggi sono corpi senescenti, se non cadaveri ambulanti. Una sola pare vegetare relativamente in forze: quella cresciuta come liberal-socialista. Travestitasi dopo il ’45 da italomarxista, divenuta così riferimento dell’intelligencija borghese, detentrice dell’egemonia culturale. Tale resta, pur se invecchiando ha dismesso l’eskimo e si è palesata per ciò che è: liberal-radicale, alla parigina o alla newyorkese.
È questa che cuce l’arlecchino di concetti, per cui la vittoria del ’18 sarebbe anticamera del fascismo. Perché? Perché Salandra nel ’15 era nazionalista, come i borghesi che volevano la guerra. Verrebbe da chiedersi se questi borghesi avessero due gambe e due braccia come noi, con le borse Vuitton ma che siamo del quarto stato, ma comunque: Mussolini era pure nazionalista. Nel ’18 i contadini vollero far la rivoluzione; Mussolini, che aveva lasciato che fossero mandati in guerra, no: perché era borghese, infatti nazionalista, e li bastonò.
Mi si scusi, ma come si vede, queste non sono che minchiate inanellate in una collana che è troppo anche chiamare “narrazione”, come vorrebbe il gergo alla moda. Qualsiasi cosa borghese, contadino, operaio vogliano dire, bisogna discutere se il fascismo sia stato il famigerato bastone della borghesia: di fatto, con esso l’élite liberale fu emarginata. Si potrebbe dibattere se il fascismo abbia creato un carrozzone burocratico, in cui il potere avrebbe dovuto andare al mondo del lavoro, organizzato corporativamente, mentre fu del partito. Ma che rispetto al periodo liberale esso sia stato gattopardesco, mutando tutto al fine di lasciarlo uguale, è inattendibile.
Il fascismo non continuò la politica di quell’Italia. Famoso il discorso di Mussolini, secondo cui non si dovesse aver nostalgia di prima del ’15. In quell’anno, chi come lui veniva dal sindacalismo rivoluzionario volle la guerra. Per creare le condizioni di un moto rivoluzionario diverso sia dal riformismo degli altri socialisti, sia dalla via poi imboccata dalla frangia che dette vita alla scissione comunista. I sindacalisti rivoluzionari, come Mussolini, vollero il patriottico clima bellico per un socialismo non gradualista ma rivoluzionario, non internazionalista ma nazionale, non marxista né bernsteiniano: soreliano. Queste le ragioni della cesura protofascista rispetto al mondo liberale, che volle la guerra per altre ragioni.
Educato a quel liberalismo fu Gadda, e interventista lo fu per motivi diversi. Disilluso da come si combatté, lo fu anche da come si vinse: lo constatò, ma ciò non lo portò al fascismo: restò sulle proprie posizioni conservatrici.
È infatti come dibattere del volterriano sole a mezzogiorno, disquisire se la mutilazione operata dall’Intesa alla vittoria dell’alleato italiano abbia codeterminato la crisi postbellica. Non è un mito nazionalista, né fascista: è un fatto. E come tale – diremmo rubando una espressione di N. G. D Dávila – carnefice delle idee astratte.

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