“Buio in sala”: Sette minuti dopo la mezzanotte. Un film sul coraggio e la fantasia

di Gianmaria Busatta

Conor O’Malley è un ragazzo di dodici anni, timido e introverso. A scuola è brutalmente bulleggiato dai compagni di classe. A casa la mamma sta morendo di cancro terminale; e le relazioni con l’odiata nonna e il padre indolente non vanno per il verso giusto. L’unico rifugio sono il disegno e la fantasia.
Una notte Conor riceve la visita di un mostro, un enorme albero antropomorfo, il quale gli racconterà tre storie; al termine di queste Conor dovrà raccontargli la sua storia, basata sulla “verità”.
Apparentemente un fantasy, Sette minuti dopo la mezzanotte (il titolo originale è A Monster calls) è in realtà un film drammatico che si serve del fantastico come pretesto per raccontare il difficile e intenso rapporto tra un figlio preadolescente e la madre affetta da una malattia terminale. Il risultato è un’armonia tra forti emozioni e un’intelligente spettacolarizzazione delle immagini.
Siamo ben lontani da quel cinema inteso come prodotto commerciale pompato di effetti speciali: qui la CGI è ottima e, allo stesso tempo, non si sostituisce mai al messaggio che ogni singola scena trasmette. L’impatto visivo è semprepudico e onesto.
Alquanto interessanti anche due delle storie raccontate dall’albero-mostro, poiché si tratta di sequenze animate che imitano la pittura ad acquarello. Uno degli esperimenti di computer grafica più artistici ed espressivi portati sul grande schermo.
L’unica piccola pecca del lungometraggio è una sceneggiatura non in grado di competere con i passaggi narrativi caratterizzati da un ritmo più lento (non sono molti, ma si avvertono nel corso del film). Il regista spagnolo Bayona (che ha già diretto The Orphanage e The impossible) conferma il suo stile registico minuzioso e ricercato dall’inizio alla fine, e obbliga lo spettatore a lasciarsi trasportare dalle emozioni.
Convince molto anche il cast: la bravissima Sigourney Weaver è la nonna austera e tutta d’un pezzo; la dolce mamma di Conor è Felicity Jones, che ha incredibilmente trasformato il suo corpo per la parte; la ruvida e profonda voce dell’albero è di Liam Neeson (nella versione originale).
Il film, che a tratti è un gotico-fiabesco simile allo stile di Tim Burton, a tratti enormemente patetico (nel senso che provoca pàthos) come Colpa delle stelle, non scade mai nel banale o nel già visto, e attraverso una climax crescente di emozioni s’intende approfondire l’essenza dell’uomo: il nostro carattere, gli stati d’animo e i sentimenti che viviamo sono solo alcune delle innumerevoli maschere che indossiamo. È la Verità il presupposto delle nostre relazioni e la chiave di lettura della realtà. Come per il giovane Conor: il coraggio spesso è necessario, la fantasia sempre indispensabile.

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