Rosso Istria, uno sguardo verso l’abisso.

di Alessio Valente

Non è facile recensire un film come Red Land, che attraverso la sensibilità del regista riesce a raccontare una delle pagine più buie della storia mescolando sapientemente l’arte alla cruda realtà. Com’è noto, il film infatti tratta della tragedia degli Italiani d’Istria, consumatasi nei giorni in cui le truppe titine perpetravano indisturbate i loro ripugnanti crimini.

Il film segue la storia della famiglia Cossetto, focalizzandosi sulla triste vicenda vissuta da Norma, rea secondo i carnefici di essere la figlia di un podestà fascista, trasferito a Trieste dopo gli eventi dell’otto settembre. Non è solo la famiglia però a ricevere le attenzioni del regista ma tutti gli italiani dell’area, fra cui anche coloro i quali scelsero di approfittare della situazione per passare fra le fila partigiane.

Un crescendo di tensione e angoscia ci accompagna durante tutta la pellicola e ci lascia immedesimare con lo spirito dei civili che, pur festeggiando una probabile fine della guerra, non sanno quale sarà il destino che li attende e che iniziano a temere sempre di più. Allo stesso tempo viviamo il fermento e la speranza di quelli che scelsero di affiancare i titini, persi in una strana commistione fra tradimento e auto-distruzione (o forse un misero tentativo di salvarsi), poiché consci che anche per loro, italiani come gli altri, non ci sarebbe stato un futuro roseo.

Ed è così che si arriva, sempre in un crescendo di violenze e abusi, ai crimini commessi dai partigiani italo-jugoslavi in quei giorni bui. La durezza prende il sopravvento e non è facile assistere alle scene sempre più raccapriccianti che si susseguono fino al triste epilogo di Norma. Oltre alla rabbia e al dolore sopraggiunge un certo senso di impotenza che forse è assai simile a quello provato da chi quei giorni li ha vissuti davvero.

Maximiliano Hernando Bruno, il regista, riesce incredibilmente a renderci sopportabile la vista dello stupro collettivo subito dalla giovane istriana, con dei piccoli espedienti, come un gioco di ombre creato da una lampada ondulante, che riescono a lenire la crudeltà della scena. Il cinema ci ha abituato ad alti tassi di violenza di tutti i generi, ma è sapere di assistere a fatti realmente accaduti da nostri innocenti compatrioti che rende il tutto estremamente doloroso.

Eppure Bruno riesce con estrema sensibilità a porgere un velo di dolcezza sull’atrocità finale vissuta dalla Cossetto, quando alla fine del suo calvario viene gettata, per ultima, in una foiba, rimanendo ancora viva, come se il destino avesse voluto aggiungere quella sofferenza in più per beffarsi di noi e delle vette di crudeltà che l’uomo riesce a toccare. Un ulteriore patimento finale che è come una lacrima che cade in un vaso già copiosamente straripante, a testimonianza di quanto inutile sia stato tutto ciò a cui abbiamo assistito fino a quel momento.

E’ una bambola, il mezzo usato dal regista per stendere il suo velo di dolcezza. Una mano invisibile che si posa a carezzare Norma e che assomiglia molto al gesto che si compie quando si lascia un fiore innanzi a una lapide. E questa forse è la magia del cinema, che permettere al regista di diventare più “grande” di quelle vicende che farebbero sentire piccolo qualsiasi uomo. Una bambola che seguiamo di tratto in tratto durante tutto il film e che, gettata da una sopravvissuta in visita, rotola verso l’oscurità della foiba insieme al corpo della Cossetto, in una sincronia che va al di là del tempo e, forse, persino del bene e del male.

Un ultima immagine che ci evoca proprio l’innocenza di chi ha pagato ingiustamente e inutilmente. Così come ci evocano l’innocenza, all’inizio del film, i cervi che assistono silenziosamente al boato degli spari in lontananza e l’altro silenzio, quello della foresta, che sembra assistere impassibile ad un’altra triste pagina della storia dell’uomo.

Non è facile descrivere quello che ci rimane alla fine del film. Un misto di rabbia verso i carnefici e i loro fiancheggiatori e di dolore, per le vittime che hanno versato anche il nostro sangue.
Appare difficile non provare odio verso chi ha sempre sminuito la vicenda per fini ideologico e per chi addirittura l’ha esalta, anche recentemente, rendendosi per sempre complice nella più stupida delle maniere.

Quello che si può senz’altro dire con certezza, è che Rosso Istria è uno di quei film che ti cambia lo sguardo, almeno per una sera. Forse qualcosa di dovuto verso chi lo sguardo l’ha avuto cambiato per tutta la vita, o peggio, cambiato per una notte e spento per sempre.

Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *