Silvia Romano, il “se l’è cercata” e l’egoismo occidentale post ISIS

di Vittoria Farnese

Fino a vent’anni fa era normale per la cronaca sentir di qualche connazionale rapito da gruppi terroristici, morire sotto le bombe di un paese esotico ed instabile, facendo una fine tremenda agli occhi dell’opinione pubblica.
Poi si è passati ad un meno ovvio scenario: morire prendendo la metropolitana di Londra, restare amputati di qualche arto attraversando una strada celebre di Nizza, fare una fine tremenda stando in Occidente, a casa propria.
E così persino il terrorismo e le brutte morti si sono piegate a quel meschino principio di globalizzazione, dove morire per mano di uno straniero al grido di Allah non era più scontato né nuovo.
Adesso esce per la cronaca la storia di Silvia Romano, una ragazza di ventitrè anni che era in Kenya per uno “stage” legato ai suoi studi internazionali.
La milanese è stata rapita da un gruppo armato nella cittadina africana di Chakama, a detta del testimone presente cercavano proprio lei, l’italiana.
Al momento non vi sono ancora dichiarazioni, la matrice è incerta e la Farnesina obbliga al silenzio vista la situazione delicata.
La notizia del rapimento è stata comunque accolta da reazioni diverse, forse alcune – seppur crude ed ingiustificabili, non sorprendono più: il passato ha ben modellato l’opinione pubblica.
Infatti è condiviso da gran parte dei presenti che questa ragazza se la sia andata a cercare: non si va in un paese con quella instabilità senza tenere conto dei rischi, fa parte del mestiere.
Così torniamo al discorso iniziale, al modus operandi che fino a vent’anni fa (ma anche meno) era verità universalmente riconosciuta: una morte in un paese straniero, qualcosa che può accadere, come un incidente oppure un paio di chiavi perse.
Perché questo Occidente nel corso degli anni ha dovuto far fronte a nuovi tipi di pericolo che prima non aveva calcolato: gli attentati, il rischio di morire uscendo di casa.
Tutto questo ha reso l’opinione pubblica più insensibile, forse persino egoista.
Ma se per certi versi questo egoismo può essere giustificabile, al tempo stesso non possiamo trattare così una connazionale che – nel bene e nel male, non ha fatto altro che andare ad aiutarli a casa loro.
Certo, “casa loro” non è esattamente il centro sociale di turno né una sala dove si parla di immigrazione senza giungere a nulla di serio.
“Casa loro” è un luogo pericoloso, pieno di rischi.
Eppure Silvia non può neanche essere trattata come la classica radical chic alla ricerca di notorietà attraverso l’altruismo: non si fanno viaggi del genere per essere apprezzati su Facebook, basterebbe molto meno.
Ciò che ha fatto Silvia è un vero e proprio sacrificio nei confronti dei propri ideali e dei propri sogni, è ingiusto trattarla come una ragazzina incosciente che voleva giocare a salvare vite.
Sicuramente non ha la maturità di un uomo di mezza età, ma la mente e il cuore di una ventenne che vive per gran parte di sogni e paure.
Non possiamo accettare commenti ingiuriosi contro di lei, adesso – come italiani, dobbiamo stringerci attorno per la nostra connazionale.

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