Quando la scienza diventa strumento della rivoluzione: il lysenkoismo e la deriva antiscientifica nel blocco sovietico

di Danilo delle Fave

Un aspetto meno conosciuto della storia dei paesi del socialismo reale concerne il rapporto tra scienza e politica. Il marxismo infatti, nella sua pretesa di scientificità contro le “scienze borghesi”, ha prodotto dei risultati grotteschi: la forma più rozza, ma per questo più illuminante, è il lysenkoismo.
Trofim Lysenko fu un agronomo russo, entrato nelle grazie di Stalin e poi di Krusheev per le sue origini contadine e presidente dal 1938 al 1962 dell’accademia Pansovietica Lenin delle scienze agrarie. Divenne popolare sul finire degli anni ’20, sostenendo di aver trovato un modo per fertilizzare i campi senza l’uso di minerali e fertilizzanti chimici grazie alla vernalizzazione, ossia il processo di fioritura di una pianta mediante una prolungata esposizione al freddo invernale.
Effettivamente questo processo riuscì a dare dei buoni risultati visto il clima rigido dell’Unione Sovietica, tuttavia, Lysenko sostenne che lo stato di vernalizzazione poteva diventare ereditario, ossia i semi di una pianta vernalizzata non avrebbero avuto bisogno della vernalizzazione. Questa tesi era giustificata dal rifiuto della genetica e dell’ereditarietà dei geni scoperta da Mendel, denunciata come reazionaria e fascista, oltre alla negazione della lotta per la sopravvivenza darwiniana, vista come una legittimazione della competizione capitalista, a favore di una “cooperazione naturale”.
Le piante, per Lysenko, si “suicidavano” e non morivano per la mancanza di luce o acqua ma per consentire alle piante più in salute di sopravvivere: secondo la sua legge della natura della specie le piante della stessa specie, leggi classe, non competevano tra di loro, perciò bisognava porre le piante molto vicine le une con le altre affinché condividessero l’acqua e la luce tra di loro. Il lysenkoismo divenne presto un mezzo politico per Lysenko stesso di fare carriera ai danni dei biologi sovietici che si opponevano a queste tesi, riuscendo a far imprigionare e deportare i suoi avversari nei Gulag in quanto “borghesi e imperialisti” e a mettere al bando la genetica come disciplina scientifica.
La leadership sovietica usò Lysenko per la propria propaganda, in quanto questo figlio di contadini senza formazione accademica sarebbe stato l’esempio del genio proletario superiore agli “esperti borghesi”. Non a caso nel 1948 il lysenkoismo divenne la posizione ufficiale dell’accademia delle scienze dell’Unione Sovietica e venne esportata anche in altri paesi comunisti come la Cina maoista. Il mix di tecniche antiscientifiche e la brutale repressione del ceto contadino, con la conseguente collettivizzazione, ha portato non solo carestie e milioni di morti, ma ha impedito all’Unione Sovietica di essere autosufficiente sotto il profilo alimentare, a tal punto da dover importare derrate alimentari dall’odiato occidente nei primi anni ’60, quando Krusheev affidò a Lysenko la gestione del suo programma “terre vergini” di stimolo dell’agricoltura.
Il lysenkoismo venne sostenuto anche nella Cina Maoista con il grande balzo in avanti, causando tra il 1958 e il 1961 carestie, disastri naturali come l’esondazione del Fiume Giallo, e tra 15 ai 40 milioni di morti. La più grottesca delle misure adottate fu la campagna di eliminazione dei “quattro flagelli”, ossia una campagna di igiene pubblica che prevedeva lo sterminio di passeri, mosche ratti e zanzare: i passeri, nutrendosi di cereali, sottraevano alla popolazione parte del raccolto, ma la loro scomparsa provocò la proliferazione di cavallette e cimici, vista l’assenza del loro predatore naturale, e la conseguente devastazione dei raccolti. Le misure promosse per l’eliminazione dei ratti, promettendo del denaro per ogni ratto ucciso, portò i contadini ad allevarli per garantirsi un’entrata extra.
La parabola di Lysenko e del lysenkoismo raggiunse il suo zenit tra la fine degli anni’50 e l’inizio degli anni ’60, tuttavia gli evidenti fallimenti sue politiche portò a un rigetto totale all’interno della leadership politica e scientifica sovietica e non. Nei primi anni ’60 venne criticato per la sua anti-scientificità da colleghi come i fisici Zeldovich, Ginzburg e Kapitsa, e il futuro dissidente Andrei Sakharov criticò apertamente Lysenko in una seduta dell’assemblea dell’accademia delle scienze dell’URSS del 1964. Con la caduta del suo protettore Krusheev nel 1964, Lysenko venne estromesso da direttore dell’istituto di genetica e l’accademia delle scienze criticò ufficialmente le sue teorie, rendendolo di fatto un reietto per il mondo scientifico. Una sorte simile tocco ai sostenitori cinesi di Lysenko che, caduti in disgrazia dopo il fallimento del grande balzo in avanti, vennero totalmente emarginati con la morte di Mao nel 1976.
Il lysenkoismo è ormai morto e sepolto, tuttavia il medesimo atteggiamento antiscientifico è portato avanti dagli eredi della New Left: il costruzionismo sociale portato al paradosso, la censura di scoperte scientifiche che mettono in discussione presupposti ideologici, campagne denigratorie sistematiche per studiosi che osano sfidare il “Left Consensus” in ambito accademico, come ad esempio il caso del professore canadese Jordan B. Peterson, costituiscono una seria minaccia non solo per la libertà della ricerca in ambito accademico ma per la società tutta, come dimostra la vicenda del lysenkoismo.

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