Tsipras e dignità: due rette parallele

di Manuel Di Pasquale.

Ricordo la campagna elettorale del 2014: molti giovani europeisti erano pronti a giurare amore eterno per Alexis Tsipras, l’uomo che in teoria avrebbe potuto rendere l’Unione Europea un qualcosa di più giusto. Soprattutto, perché in quel periodo la Grecia era la nazione più martoriata dalle politiche d’austerità. Doveva essere l’uomo pronto a battere i pugni sul tavolo per difendere a tutti i costi l’umile popolo greco. Ci hanno intortato e rimbambito con la storia dell’Oxi, cioè del popolo ellenico che rimandava al mittente le pretese di Bruxelles. Invece, ecco che il sinistro (nel significato puro del termine) Tsipras permette a banche straniere di appropriarsi dei fondi destinati alla povera gente, che nel mentre faceva la fila per un pezzo di pane. Tutti ricordano il politico greco togliersi la cravatta per dire ai burocrati di prendere pure quella come pagamento. Quest’anno l’ha rimessa, perché a quanto pare, la crisi ellenica sarebbe finita. Finita per speculatori e affaristi, perché per la gente comune ci sono dati allarmanti: disoccupazione al 19%, ricchezza pro capite diminuita, salari più bassi e debito pubblico gonfiato da creditori stranieri, proprio per tenere la Grecia sotto scacco da parte degli altri stati.

Dopo tutto questo, Tsipras viene a farci la lezione: “Cedete subito oppure sarà peggio”. Sembra una minaccia in stile mafiosa. Tsipras, che con quest’uscita molto infelice ha venduto la sua ultima briciola di dignità, viene a dirci che non serve fare la voce grossa, far valere la propria volontà, essere padroni del proprio destino. No, viene a dirci che bisogna essere schiavi. Che vergogna. Eppure, Tsipras avrebbe dovuto imparare che il benessere di un popolo, di una nazione, specialmente la propria, deve stare sopra a tutto, specialmente prima degli interessi di alcuni signorotti in giacca e cravatta chiusi dentro un palazzo. Invece, da salvatore della patria è diventato liquidatore della sovranità.

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