Nicolò Govoni. Contro il volonturismo ed altre finzioni

di Eugenio Spina.

Nicolò Govoni, classe ’93, cremonese, con due colleghi ha fondato l’associazione Still I Rise. Nello hotspot di Samo, mar Egeo, hanno aperto la scuola «Mazì» – ‘insieme’ in greco. È l’unico posto sicuro sull’isola, nel quale dalle 08:45 alle 18:30 possano stare 150 ragazzi dagli 11 ai 17 anni. Possono godere del diritto all’educazione, negato per mesi, un anno, uno e mezzo da malfunzionamenti procedurali e dalla corruzione delle autorità, sulle quali grava la crisi greca. Possono tornare a coltivare se stessi, aiutati da una psicologa, ripristinando ciò che è stato tolto alla loro infanzia profuga.

Condizione per la libertà è l’educazione. Govoni l’ha imparato insegnando in un orfanotrofio indiano. Là si sono dissolte le sue illusioni su un certo tipo di volontariato. Il suo Bianco come Dio, Rizzoli, 2018, racconta questa storia. Libro non definibile se non con parole rubate all’autore: una bella tazza – contenente la verità: caffè amaro. Che tipo di amarezza?

Per l’India ero partito da volonturista. Il volonturismo? Poco discusso ma diffusissimo. Un business. Rende 170 miliardi di dollari alle organizzazioni, che annualmente giocano sul desiderio di gratificazione di 20 milioni di giovanissimi, non resi da esse capaci di aiutare. Da Cremona, dove avevo sempre vissuto, nel 2013 dò 1000 euro a un’associazione internazionale. Mi catapultano a Dayavu Home, orfanotrofio del povero e rurale Tamil Nadu, sud India. A giocare coi bambini e ad insegnare. Ma ho vent’anni, non sono un insegnante e non c’è supervisione. Di quei soldi arriva alla struttura una parte minuscola. Per 1000 euro avevo comprato il biglietto di un lunapark. Dove godermi il privilegio di poter fare come se gli orfani recitassero in una scenografia; affinché io, benintenzionato turista bianco, potessi essere spettatore interattivo, pagante e come sacro. Separato da ciò che non gratifica ma compiaciuto della mia compassione. Questo è volonturismo.

Parlando con Joshua, direttore di Dayavu Home, confidi come a un padre di aver intuito quanto sia un genere quasi coloniale di volontariato. Nell’Ottocento il bianco lucrava sulle vite, assolvendosi in base all’intenzione di modernizzare. In base a quella di lenire le sofferenze causate, il volonturismo non è un’analoga “filantropia + il 5%”?

I volontari sono ingenuamente occidentali: hanno il privilegio della leggerezza, con cui credono di aiutare. Le associazioni dovrebbero educarli al rispetto. Ma gli analisti gustano quanto sia paternalista mandarli impreparati. E i manager assaporano quanto volonturismo ed imperialismo rimino.

Come sei passato alla responsabilità verso l’orfanotrofio, corpo di cui hai scoperto di non poter essere che membro?

C’era Antony: abbandonato dalla madre col padre psichicamente disturbato. Per me era un fratello minore ed io surrogato della famiglia. Per uno, due, tre mesi fingi di essere papà, mamma, fratello, sorella… Ma i volontari tornano a casa. Per lui è stato un secondo trauma, che l’ha distrutto. Poi mi sono nuovamente trasferito per quattro anni a Dayavu Home, ma ce ne sono voluti tre per rimediare a un danno fatto in tre mesi. Che non sia cosciente sottolinea il problema. Nessuno vuol far star peggio una persona in difficoltà, io l’ho fatto perché all’associazione non era importato di formarmi. Ti vendono un’esperienza di gratificazione a spese altrui. Tornato in Italia mi sentivo uno schifo. Antony ci stava malissimo, la mia partenza aveva distrutto l’armonia che avevamo finto. Raccolgo fondi e torno là autonomo da associazioni. Vivo in orfanotrofio per altri quattro anni e mi iscrivo all’università in India.

Sei capitato senza volerlo in una delle più prestigiose. Leggendo le pagine sugli studenti, riecheggia come Arjun Appadurai ha definito l’élite indiana: gli ultimi inglesi. Anche solo per Realpolitik, per questa élite si dovrebbe sottrarre il business del volontariato ad organizzazioni straniere?

Avverti che tentano di fare come se i poveri stessero in un altro paese. Stessa città, frequentano posti dove non se ne vedono. Entri dentro al centro commerciale in tassì, cerchi di avere meno contatti possibili con la strada. Fai come se i poveri non esistessero, vuoi alienartene e non ti toccano. Quando glieli fai notare, è motivo di vergogna che ce ne siano. The Millionaire: da noi famosissimo, l’avevo visto anni prima e come a molti mi era piaciuto. Loro lo odiano. Mostra ciò che vogliono escludere dal loro quotidiano. L’élite indiana si pone in modo volonturistico verso queste persone, nonostante siano la loro gente. Chi li aiuta lo fa perché li considera di serie B.

Le culture indiane non sono state tradizionalmente disponibili all’introduzione dell’elemento egualitario, immesso in quelle europee dalla cristianizzazione, ma non possiamo dire se sia stato meglio o peggio. Per il cristiano Joshua dev’essere stato significativo aver fondato un orfanotrofio protestante.

Per lui la componente religiosa è importantissima, Dayavu Home è nata dalla fede. Cristianesimo e islam poi sono minoritari ma relativamente: 10% di musulmani e 5% di cristiani sono molti, rapportati a una popolazione numerosa come l’indiana.

Oggi governa il Bharata Janata Party. Tende a fare dell’eredità hindu ciò in cui gli Indiani dovrebbero riconoscersi, indipendentemente da religione e/o etnia. Questo nazionalismo hindu spinge il BJP a contrastare la miseria in luoghi come il Tamil Nadu? In essi, come si porrebbe l’identità hindu del partito rispetto ad islamici e cristiani?

Il BJP, al potere da poco prima che mi trasferissi, sta fortemente a destra. Stare a destra in India è accentuare valori hindu. I musulmani sono assediati più di prima. Forse i cristiani meno di loro. Ma ho potuto vedere il potere andare dal partito precedente, meno esclusivista, al BJP, che sfavorisce orfanotrofi cristiani. Joshua non ha voluto supporti da nessun esecutivo, ma con quello attuale avrebbe problemi. Il panorama indiano poi è diverso da come ce lo rappresenteremmo. Questo governo, malgrado il suo nazionalismo hindu, è orientato a Occidente.

Avevo immaginato che con un Modi non ci si volesse rifare se non selettivamente all’Occidente.

Modi invita americani ed europei più del predecessore: vuol fare network. In università scherzavamo, quando era stato eletto: sembrava che il suo lavoro fosse farsi selfie coi politici stranieri. Per l’europeo che non conosce l’India è difficile. Modi afferma valori, culti, folclore hindu – cercando di invitare più che può le multinazionali. Non si è arrivati a problematizzare il volonturismo. Siete bianchi e portate soldi? Venite, chi se ne frega se usate i nostri bambini.

Da stagista al South Asian Morning Post sei riuscito a scrivere sul volonturismo?

No, ad Hong Kong non mi chiedevano dell’India, pur date le frizioni tra la vicina Pechino e Nuova Delhi. Non ho potuto far davvero sapere come dannosamente funzioni il volonturismo prima di Bianco come Dio. Nell’interesse delle associazioni, i media non parlano di volonturismo. Diventando responsabilmente capace di aiutare a Dayavu Home, capivo il fenomeno. Cercando articoli, studi universitari l’ho portato in tesi. Nessuno vuol far volontariato con organizzazioni mangiasoldi: se si dice come stanno le cose, la gente se ne interessa. L’ambiente umanitario puzza, ma è difficile dire perché. Ma quando ne delineamo le problematiche, la gente dice: mi suona, l’avevo in mente ed ecco perché. Cominciano a parlarne. Se rendiamo il volonturismo di dominio pubblico, nessuno andrà più a farlo. Scorri Google: compaiono le organizzazioni che possono pagarsi il posizionamento nelle prime pagine. Superale e trovi realtà che non chiedono soldi ma docenti, sportivi che sappiano insegnare… Il volonturismo valorizza i tuoi soldi e il tuo tempo, il volontariato il tuo tempo e il tuo talento. A Samo ci servono insegnanti e psicologi. Se uno dice: vi do 2000 euro, voglio far volontariato ma non so far niente, rispondiamo: donali, ma non possiamo averti coi bambini.

Hai maturato le tue visioni attraverso alterni periodi tra Italia ed India. Hai scritto che quanto più stavi là – dove avevi trovato un padre, figli, fratelli – tanto più approfondivi le tue radici italiane. Perché il volonturista cerca di fuggire, da che cosa scappa, che cosa vorrebbe trovare?

Allontanandomi dalla patria mi sono avvicinato di più alle sue lettere, alla sua cucina… Ora scelgo aspetti della cultura italiana che voglio nella mia vita. In patria mi circondava e la davo per scontata. I nostri riferimenti dicono: se studi questo non lavorerai, perpetuano l’idea di un’Italia morente. Se la percepisci così lo diventa. I ventenni soffocano inutili, in un ambiente che temono non permetta di impiegare i loro talenti. Vedono il trompe l’oeil volonturistico, foto plateali in cui fai nascere bambini. Pagano e s’illudono di poter per un mese soddisfare il desiderio più umano: sentirsi utili. Ma non li preparano, là non sanno far niente, non fanno nulla per non essere d’intralcio, possono anche prendere il sole e non gli diranno niente. A mentire sulla loro compassionevole utilità, il selfie in cui abbracciano un bambino emaciato. Se questa bugia non li schifa, basta a scuoterli dal languore in cui la mancanza di scopo li ha gettati, ma fa male agli Antony. Ed aumenta il cinismo di quelli che realizzano: tornano e chiudono col volontariato, aspettandosi di comprare la stessa parte nella farsa. Spero che letto Bianco come Dio pensino: voglio fare un mese da qualche parte responsabilmente. Ci sono bambini in difficoltà anche qua, faccio volontariato locale, non per piacere ma con fatica.

Come si passi dalla bella intenzione all’etica, Govoni lo racconta nel libro. Con uno stile secco, virile, infondente coraggio, narra come si individui uno scopo a cui dedicarsi. Comprendendo la negatività del reale, ed avendo coraggio di sancire in esso valori, valutabili nei fatti. In Bianco come Dio non c’è retorica, solo esperienza sofferta.

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