La democrazia diretta come sfida alla logica ferrea dell’oligarchia

di Danilo delle Fave

Ogni volta che ci si approccia allo studio del movimento 5 stelle si tende a presentarlo come un fenomeno unico nella storia e legato alla più recente “riscossa dei populismo”. Tuttavia, se ci si sofferma sull’analizzare il meccanismo interno, si possono osservare enormi similitudini con l’emergere dei partiti di massa, di cui il politologo Robert Michels, allievo di Max Weber, è il primo a studiarne nei dettagli i meccanismi. Militante della SPD tedesca, rimane profondamente deluso dall’esperienza politica diretta e si dedica allo studio dei partiti, insegnando nell’università di Torino economia politica e sociologia politica su invito di Luigi Einaudi.

La democrazia e la legge ferrea dell’oligarchia (1909) è il saggio di Michels più famoso dove
enuncia la celebre legge ferrea dell’oligarchia: “chi dice democrazia dice organizzazione, chi dice
organizzazione dice tendenza all’oligarchia.” Lo studio di Michels si sofferma sul ruolo dei partiti politici: la questione è se i partiti rivoluzionari, SPD in testa, possano attuare la rivoluzione di cui si fanno portavoce, o se finiscono con l’essere “normalizzati”, perdendo ogni proposito rivoluzionario una volta conquistato il potere.
Michels pone al centro della sua riflessione il ruolo centrale delle masse nella vita politica dei paesi
in cui vige il suffragio universale: l’antica aristocrazia ora è costretta a persuadere contadini e
proletari che i loro interessi economici e sociali siano i medesimi, pena l’esclusione dall’agone
politico-parlamentare. Al centro della vita politica vi è dunque il partito, il quale a prescindere dal
suo orientamento conservatore o rivoluzionario, sviluppa una tendenza all’oligarchia dovuta alla
necessità dell’organizzazione, necessaria per il raggiungimento dei fini politici.
L’organizzazione si basa sul principio del minimo mezzo, “vale a dire del maggior risparmio possibile di energia”, fondamentale nel caso di partiti operai date le minori disponibilità
Economiche dei suoi membri. Se da un lato le masse sono disorganizzate e di questo la classe dominante se ne avvantaggia, dall’altro il principio dell’organizzazione, che ovvia a tale problema, può condurre a uno snaturamento dei principi democratici.

La base dell’organizzazione sta nell’uguaglianza fra tutti gli organizzati: tutti godono degli stessi diritti e tutti sono eleggibili, tutti gli impieghi vengono coperti in via elettiva e tutti gli impiegati sottostanno al controllo della collettività e possono venir revocati e destituiti. Tuttavia, il formarsi di rami speciali di attività, la differenziazione politica conseguenza dell’organizzazione, induce la formazione di una direzione tecnica ed a conferire ogni
potere effettivo, come cosa che esige specifiche qualità e competenza ai soli capi. I capi diventano
così indipendenti dalla massa: col crescere dell’organizzazione aumentano i compiti degli
amministratori, mentre la possibilità di sorvegliarli di restringe, a tal punto che le funzioni di
controllo vengono delegati a organi di funzionari stipendiati.
Il controllo democratico dunque si restringe. Il principio della divisione del lavoro e le specializzazioni generano una struttura gerarchica e complessa.
Alla luce di ciò la tendenza burocratica e oligarchica è da considerarsi senza dubbio quale frutto di una necessità tecnica e pratica: la rapidità delle decisioni rimane garantita dal centralismo, che consente una rapida presa delle decisioni, elemento di vitale importanza per qualunque organizzazione politica. Si forma quindi un corpo direttivo di professione, cui le masse delegano, sulla base di procure, la rappresentanza permanente.

Prescindendo dagli anarchici, tutti i partiti hanno un obiettivo parlamentare, la via su cui si
muovono è la via legalitaria ed elettorale: lo scopo immediato è l’accrescere l’influenza sul
parlamento, lo scopo ultimo è la conquista del potere politico. Il lavoro parlamentare trasporta i
rappresentanti lontano dai rappresentati: non è dunque un divario iniziale a dividerli, ma soprattutto
l’attività parlamentare, che genera una serie di competenze tali da rendere i capi indispensabili al
partito. Le masse democratiche si trovano perciò in una situazione per cui devono concedere un
potere che elimina il caposaldo della democrazia, sotto la minaccia di suicidio politico.
La creazione di un ente direttivo di professione non è che il preludio del formarsi di una direzione
stabile e inamovibile: dalla delegazione prende le mosse e si sviluppa il diritto alla delegazione.
L’elezione ad uno scopo determinato diventa impiego a vita e la consuetudine diventa diritto: il
singolo incarico diventa ufficio e l’ufficio si tramuta in impiego fisso. La composizione dei
congressi diventa sempre più omogenea, portando le masse ad eleggere i medesimi
rappresentanti.

Ciò è dovuto dal fatto che in nome di una politica stabile si prolunga il mandato dei capi, a volte fino alla morte: un gruppo ristretto che deliberi a porte chiuse ha maggiori probabilità di emettere come corpo deliberante un giudizio oggettivo, rapido ed efficace senza dover passare dai dibattiti. Per sostituire l’elezione diretta con quella indiretta si mette in campo, oltre ai motivi politici, la struttura complessa del partito. Si ha a questo punto l’identificazione del burocrate con tutto il partito e degli interessi dell’uno con quelli dell’altro: se il capo viene attaccato tale attacco viene considerato come un attacco al partito stesso. Il sistema democratico si riduce dunque al diritto delle masse di scegliersi da sé quei padroni ai quali debbano assoluta obbedienza, si riduce ossia al sistema plebiscitario o bonapartista.

L’onnipotenza della burocrazia finisce per innalzarsi a dittatura, poiché in quanto amministratrice del patrimonio del partito dispone dei mezzi per isolare ed escludere gli elementi meno accetti o più irrequieti delle masse. La formazione di regimi oligarchici all’interno di regimi democratici è organica, e ciò è dovuto alla natura dell’organizzazione, definita la signoria degli eletti sugli elettori. Sulla base democratica si innalza, nascondendola, la struttura oligarchica dell’edificio: l’organizzazione di ogni partito rappresenta una potente oligarchia su piede democratico.
Alla luce di questa analisi risultano evidenti le similitudini con il movimento 5 stelle: il movimento, nato come rifiuto radicale della partitocrazia, una volta entrato in parlamento si ritrova inevitabilmente stritolato nelle logiche del parlamentarismo, che ha prodotto profondi cambiamenti nella sua struttura. I meet-up e lo streaming sono stati lentamente indeboliti a favore del direttorio, si è dovuto identificare un capo politico e riformare il codice di condotta dopo il caso Raggi, e stanno emergendo correnti interne al movimento in parlamento incarnate da Di Maio e Fico/Di Battista. Da questo punto di vista i principi di “democrazia diretta” stando lasciando il passo alla prassi parlamentare e politica.
L’unica vera linea di continuità finora è rappresentata dai limiti di mandato per i propri candidati, che tuttavia fa perdere al partito l’expertise pratica guadagnata fino a quel momento, e consentendo ai detrattori del movimento di rappresentarli come dilettanti allo sbaraglio.
Solo il tempo ci dirà se anche questa volta la logica ferrea dell’oligarchia troverà conferma o se riusciranno a trovare un equilibrio tra il principio dell’“uno vale uno” e l’efficacia politica dei rappresentati del movimento.

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