La religione come ricerca di sé stessi o inganno?

di Alessandro Soldà

 

La religione è l’origine della ricerca dell’uomo del suo orizzonte di senso; i meccanismi del mondo, la vita e la morte, e il ciclo delle stagioni sono state, o per certi aspetti sono tutt’ora, le questioni che gli uomini fin dalle prime esperienze di vita comunitaria hanno rimandato al divino e al metafisico.

Ogni culto ha assunto una sua peculiarità e si è distinto e caratterizzato dagli altri, anche se non sono mai mancati dei processi di scambio, assimilazione o prestiti tra i diversi fenomeni religiosi: per farla breve, la storia non è avara di contaminazioni tra le diverse culture.

È un dato di fatto. È un momento naturale e fisiologico: nessuno ne è esente, perché anche nel nostro piccolo quotidiano acquisiamo continuamente, e spesso inconsciamente, suggestioni, idee, modi di essere e comportamenti provenienti dall’altro o dall’ambiente in cui ci troviamo.

Non ce ne rendiamo conto. Un ragionamento simile, che ora specificheremo, lo possiamo scrivere sul rapporto che la filosofia ebbe ai suoi inizi con la religione. Se guardiamo con attenzione ai primi passi degli esseri umani in questa direzione, non è raro che filosofi come Pitagora e Parmenide attingano anche pesantemente ad un patrimonio religioso di una certa importanza: rimanendo fermi ai due casi appena citati, Pitagora mutua dall’Orfismo la complessa dottrina della metempsicosi; la rielabora, e accanto ad essa sviluppa la sua riflessione sulla matematica, divenendo entrambe le pietre angolari del pensiero e delle scuole pitagoriche, sparpagliate in Grecia e nelle diverse colonie greche.

Analogamente, Parmenide: di lui non ci rimane che un frammento del suo poema “Sulla Natura”, o meglio il proemio; in sé è la narrazione mistica di un’iniziazione di una persona alla, per usare le sue parole, «ben rotonda verità». Così dobbiamo presumere che l’architettura del suo pensiero non diverga di molto da quello pitagorico o misterico. La filosofia, ai suoi albori, è iniziatica. Come la poesia: sono le Muse a scendere dall’Elicone e a scegliere quale mortale potrà cantare, ispirato dal divino (si veda qui il proemio della Teogonia di Esiodo. Forse, entrambe, lo sono ancora oggi?)

I motivi misterici di Pitagora e di Parmenide verranno poi ripresi da Platone: non è un caso che poi la struttura del suo pensiero – il platonismo e il neoplatonismo – verrà presa di peso dai diversi gruppi esoterici e dal Cristianesimo (lo vedremo più avanti come). Bisogna, però, tentare di spiegare la prospettiva che di questa “invenzione” letteraria avevano gli antichi greci.

Dovessimo tener fede a quanto scrive Andrea Aguti nel suo “Introduzione alla filosofia della religione” – edito dalla Morcelliana, a Brescia, nel 2016 – la filosofia platonica si colloca nella storia del pensiero come una sorte di religione filosofica, adatta alle classi colte, e che divergeva da quella civile comune a tutta la Grecia.

Prendiamo con le pinze, e con la massima cautela, la dicitura “religione filosofica”: è una riduzione, eseguita qui per motivi di tempo e di spazio. Dietro a Platone, ne parleremo meglio in seguito, troviamo infatti un intero universo complesso dove la religione trova, a dire il vero, una posizione di minoranza. O, almeno, per quanto riguarda la sua comune definizione.

Un ultimo accenno: per quanto poi la filosofia si emancipi nel corso degli anni e dei secoli dalla religione, permane in molti pensatori – anche contemporanei – una traccia religiosa. Anche se la rinnegano, è presente; disegna, anzi, inconsciamente il loro stesso pensiero. Un esempio, anche se farà storcere il naso a molti? Karl Marx.

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