Il mare d’Italia: piccolo elogio di un popolo di navigatori e avventurieri

di Vanessa Combattelli

Qualsiasi elogio alla propria patria che si rispetti, deve avere almeno uno di questi elementi: la terra, il mare ed un eroe.
L’equazione vale anche per il libro di Guido Santulli, il Mare d’Italia, un racconto romantico in chiave contemporanea che narra tutta la bellezza di un’appartenenza territoriale e culturale, approfondendo quelli che sono gli aspetti molte volte dimenticati, o persino contaminati dalla contro-propaganda.
Il protagonista è l’Adriatico, lo scrittore è abruzzese, il suo cuore è italiano più che mai.

Sicché ogni persona che prende in mano questo libro ascolta inevitabilmente il legame tra la propria anima e quel mare – figlio di tante storie e rocambolesche avventure.
Il racconto comincia con una passeggiata del protagonista, il quale racconta al lettore del viaggio in programma: viaggiare per mare sino a raggiungere Fiume, luogo che è diventato il simbolo di un’Italia culturale e storica forte delle sue convinzioni, nonostante la geopolitica attuale le abbia dato altro nome e altre vesti.
Così è l’avventura del contemporaneo che non può fare a meno di non sentirsi connesso al grande disegno del proprio popolo, una ricerca quasi disperata e necessaria della propria origine, del proprio sincero sentire.
Parte così: riflessioni che sanno di foscoliano con un certo fascino per il mistero che ricorda la famosa Ballata del Vecchio Marinaio di Samuel T. Coleridge, un continuo chiedersi e domandarsi rispetto a ciò che ci circonda: letteratura, politica ed appartenenza; si toccano vette quasi religiose nella descrizione di questo mare.
Ancora più intrigante è la funzione che ha su di noi il territorio: Santulli parla di due tipi di prospettive, quella marina e quella montana, con una funzione altrettanto diversa nella prospettiva che quest’ultime generano.
La Via del Mare ha una visione orizzontale delle cose, sicché i paesaggi stessi sono diversi, ambivalenza nello stile di cucina, al modo di pensare e alla propria inflessione dialettale.
La Via della Montagna ha una prospettiva verso l’alto, ricorda tanto quel pensiero di Petrarca nella scalata del Monte Ventoso: chi è dell’entroterra sa che deve andare in alto per vedere tutto, faticare ed essere pronto alla fatica.
Ma è esattamente questo il fascino delle due prospettive: entrambe hanno ben a mente cosa significa il sacrificio, nel loro singolo si sono sapute sviluppare sino a rendere della terra un elemento di realizzazione.
E’ un elogio – inevitabile quando la lettrice è abruzzese, anche alla stessa regione che ospita mare e montagna come due sorelle legate dal medesimo destino, con uomini e donne “forti e gentili” davvero.
Ma il libro non è territoriale, Santulli parte dalla propria terra per estendere il suo sguardo a tutta l’Italia, quello che viene davvero cantato è un racconto di ciò che significa essere italiani, partendo dalla bellezza dei nostri mari, con una storia che lega coloro che hanno abbracciato nel corso della propria vita il mestiere del navigatore.
Sicché, come recita una famosa incisione, il mare è inevitabilmente colonna portante del nostro essere italiani:“Italiani, popolo di santi, navigatori e poeti”.
Questo di Santulli supera i confini di un semplice racconto romantico, raggiunge infatti anche un’aspra critica a tutto ciò che ha contaminato la nostra anima e il nostro sincero ardire; il che rappresenta a tutti gli effetti il bacio tra letteratura e politica, due binari da sempre vicini – basti pensare a Dante, che sono nel recente hanno subito una vergognosa separazione a causa dell’emergere della mediocrità degli scrittori contemporanei.
Il mare assume confini di sacro, come se avesse la portentosa capacità di esprimere una spiritualità a sé, il che è risultati di più spiritualità messe assieme, quelle italiane; sicché anche la Chiesa viene menzionata a proposito:
“Oggi assistiamo alla degenerazione di una chiesa moderna, che riduce l’universalità romana ad una parodia priva di qualsivoglia slancio spirituale, in balia di un pontefice che non costruisce ponti in altezza verso ciò che è sacro e divino, bensì edifica in orizzontale, dall’uomo verso l’uomo, trasformando il cattolicesimo in una enorme organizzazione non governativa.”
Non c’è spazio alcuno di timore per un uomo che guarda con sicurezza il proprio mare, consapevole che sia una delle più sincere espressioni del proprio popolo; nessuno può negare l’evidenzia, perché l’Italia è nata così: culla dell’Occidente, abbracciata dal suo mare, madre di navigatori, santi e poeti.
“Già, il mare! Non mi era mai sembrato così italiano come in quel momento.
Anzi, per un attimo mi sembrò più italiano quel mare della stessa terra sulla quale cammivano, come se migliaia di anni di storia e di Tradizioni, connesse all’anima della nostra stirpe, aleggiassero ora sulla cresta delle onde, guardando a riva col tono grave di chi è stato tradito.”

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