Giorgio Almirante: Autobiografia di un “fucilatore”

di Tommaso de Brabant


Al principio degli anni ’70, il Movimento Sociale Italiano è più forte che mai.
Nell’estate del 1970, la rivolta a Reggio Calabria, guidata da Ciccio Franco al grido Boia chi molla! aveva proposto i missini come forza vicina alle istanze popolari. Alle regionali del 1971 in Sicilia, il MSI raccoglie un inaudito 16% (resta celebre la foto di Almirante che legge il Secolo d’Italia la cui prima pagina annuncia Il presagio è divenuto certezza: vittoria). Alle elezioni politiche del 1972 il partito (che nel ’68, al suo miglior risultato sino ad allora, non aveva raggiunto il 7%) sfiora il 9% alla Camera e lo supera al Senato, scatenando l’allarme tra i partiti allineati del sistema: la reazione è la persecuzione giudiziaria – che si affianca alla violenza fisica, che da molti anni faceva vittime tra i militanti missini.
Già nell’estate 1970 – poco dopo l’assedio al comizio almirantiano in Piazza della Vittoria a Genova, dove Ugo Venturini fu ammazzato a bottigliate da Lotta Continua – erano stati rinvenuti i documenti con i quali Almirante, allora funzionario del MinCulPop, nel 1944 diramava l’ordine di fucilazione per i renitenti alla leva. Un mese dopo le elezioni del ’72 comincia invece la più grave minaccia di repressione per il MSI: il magistrato ed ex partigiano azionista Luigi Bianchi d’Espinosa lancia ad Almirante l’accusa di ricostituzione del partito fascista, chiedendo alla Camera l’autorizzazione a procedere contro il segretario missino. L’autorizzazione è accettata da una maggioranza schiacciante: la persecuzione giudiziaria al partito continuerà, senza esito – nonostante l’oppressione di tutti i partiti dell’arco costituzionale, e numerose manifestazioni organizzate dalla sinistra al solo scopo di chiedere la soppressione del partito, sino oltre la morte dello stesso Almirante.
Nel 1973 Giorgio Almirante, guida politica e fine scrittore, si difende pubblicando per i tipi del Borghese la sua Autobiografia di un “fucilatore”, la cui copertina lo vede però come “fucilato”, ritraendolo nel centro di un mirino. La violenza di cui Almirante si ritiene vittima non è però quella fisica; è invece quella giornalistica e giudiziaria. Almirante premette che il titolo è un doppio scherzo, non essendo il libro un’autobiografia e non essendo lui stesso un fucilatore; sul primo punto si può dargli ragione, sul secondo no.
Autobiografia di un “fucilatore” non è una biografia in senso stretto: Almirante non è interessato alla rassegna documentaristica di fatti vita morte e miracoli. È invece un diario sentimentale e filosofico, ricorda – con le dovute proporzioni – Confessioni di una maschera di Mishima e Stato civile di Drieu La Rochelle.
Almirante scrive come parla, il tono è lo stesso, i contenuti pure. A leggerlo sembra di vederlo, il predicatore macilento (come lo chiamava, non proprio con affetto, Staiti di Cuddia), con l’espressione sorniona dell’epocale manifesto …noi possiamo guardarti negli occhi. È l’Almirante più furbo, quello che col congresso del gennaio 1973 ribadisce la linea delle precedenti elezioni, dando spazio alla Destra Nazionale e togliendolo all’anima postfascista del partito, che oltre vent’anni prima di Fiuggi si trova così in minoranza. L’Almirante che pur senza rinnegare niente si è ripulito: il presentabilissimo capo della destra in doppiopetto tutta Legge & Ordine, che allarga il consenso del suo partito dai nostalgici sino alla borghesia che considera la Democrazia Cristiana troppo ammiccante alla sinistra e financo al Partito Comunista: sarà la bomba di Piazza della Loggia a Brescia, a far crollare la chimera almirantiana di un movimento che raccogliesse consensi da Terza Posizione e Ordine Nuovo fino ai monarchici e al qualunquismo della “maggioranza silenziosa”.
Almirante si schermisce, timido come fin da subito afferma di essere. Modesto ma istrionico, colto e ruspante. Si richiama a Guicciardini, sventola il santino della sua magnifica ossessione: Dante. Si prostra, si umilia, il modo più antico ed efficace per presentarsi immacolato. Dichiara di essere stato soldato poco prode, ma lo fu; si definisce a più riprese ingenuo, ed è improbabile lo sia mai stato in vita sua; sono pedine che l’abile scacchista sacrifica per disarmare l’accusatore. Un signore tanto sincero, che mostra i propri guasti e difetti, non nasconde nulla! Invece nasconde, sorvolando sulla dannosissima cantonata di Valle Giulia, sulla pluridecennale vicinanza alla Roma in grembiule, sugli aiuti ai gruppi eversivi (che mai gli perdoneranno l’augurio di doppia fucilazione alle spalle) e sul fatto che fucilatore, nonostante le virgolette apposte al titolo e il continuo respingere l’accusa, Almirante lo fu davvero, perché il documento con l’ordine di esecuzione nei confronti dei renitenti alla leva era autentico e da lui vergato. À la guerre comme à la guerre.
Autobiografia di un “fucilatore” è un bel libro: purtroppo però è un inganno, sin dalla sua ragion d’essere – respingere un’accusa fondata. Un libro che rappresenta bene Almirante: un continuo chiaroscuro. Come il suo autore, è un libro intelligente, elegante, colto, e ingannevole. Almirante ha sbagliato tanto, troppo. Forse i suoi sbagli più grande (tralasciando la solita scelta di Fini in qualità di suo successore, tormentone ribadito pavlovianamente su facebook) sono stati la mancata valorizzazione della cultura di destra (proprio lui, uno dei politici più eruditi e profondi della storia italiana) e la rottura del dialogo con la destra giovanile, che pur potendo contare su di una grandissima intelligenza non è mai riuscito a comprendere – o non lo ha mai voluto.
Un libro che si può leggere come un bell’affresco di un’Italia piccola e rimpianta. Perché alla cavalcata in compagnia di Almirante nell’epopea repubblichina – un episodio di grande letteratura, dal grottesco sbandamento del reggimento a Frosinone agli incontri con Mussolini (ed è disarmante l’aneddoto della tripla telefonata fra un Almirante intimidito e compassionevole e il Duce ormai sfracellato che con voce smarrita gli chiede notizie dell’avanzata alleata su Roma, episodio che Almirante racconterà col magone in una storica intervista a Giovanni Minoli) – segue il suo racconto sul fare politica nell’Italia di provincia del dopoguerra: un ricordo bellissimo di piazze gremite o desolate, di scoramenti e di entusiasmi, carretti elettorali e comizi sgangheratissimi. Qui Almirante non è più sornione, non è più furbo: è palesemente sincero, sanguigno, italianissimo quando racconta di discorsi interrotti per l’entusiasmo dei sostenitori, del presentatore che lo presenta come il baffino da contrapporre al baffone Stalin, o dei vari accostamenti a santi lanciati da militanti locali stupiti di trovarsi di fronte niente meno che un deputato. Quando Almirante invoca la sua gente, non fa l’imbonitore. O meglio: lo fa, ma consapevole di essere un guitto tra i cafoni, non c’è nessun distacco.
Si arriva, con tanta nostalgia dell’avvenire, all’ultimo capitolo: il più bello, celebre e citato, quello con l’invocazione ai giovani. Qui Almirante è davvero poeta e guida:
Noi siamo caduti e ci siamo rialzati parecchie volte; e se l’avversario irride alle nostre cadute, noi confidiamo nella nostra capacità di risollevarci.
E infine:
Se volete un motto che vi ispiri e vi rafforzi, ricordate: VIVI COME SE TU DOVESSI MORIRE SUBITO; PENSA COME SE TU NON DOVESSI MORIRE MAI.

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