Quante mortificazioni a scuola per gli incompresi

di Vanessa Combattelli



Lasciate che i nostri figli crescano alti,
e alcuni più alti degli altri
se saranno in grado di farlo.
(Margaret Thatcher)

Sono all’incontro scuola famiglia di mio fratello e vedo passare diverse mamme febbricitanti tra un corridoio e un altro: è una cornice che posso dire di conoscere come le mie tasche, nonostante la mia carriera scolastica sia ormai terminata da due anni – per dare il via a quella universitaria, restano situazioni comuni per tutti.
Le file prevedono di essere lunghe e noiose, il mio telefono è scarico e non ho portato neanche un libro, perciò mi concentro sul disegno attaccato sulla parete adiacente a me: un albero con bei fiori primaverili.
Tra queste mura è racchiusa la mia infanzia e la mia adolescenza: qui è dove ho fatto le elementari e le medie, il simbolo di una parentesi di vita inconsapevolmente felice, ma al tempo stesso parentesi di numerose mortificazioni che mi hanno fatto sentire senza talento nei confronti di ciò che amavo fare.
Così vedo la prima versione di me in quell’edificio: una piccola bambina dagli occhi grandi e col grembiule blu delle Winx, i rimproveri classici delle maestre, la mia voglia di trovare grandi amici con cui vivere le avventure che immaginavo, la penna dispettosa che utilizzavo per scrivere racconti comprensibili solo a me e l’antipatica lavagna che portava sillabe e verbi, il cattivo rumore del gesso su di essa.
Ricordo tutto, non so dire se mi sembra sia passato tanto oppure solo un poco, ma se mi concentro riesco ancora a vedere quella vispa bambina correre tra i corridoi.
Mi viene un sorriso spontaneo quando rammento della mia prima avventura giornalistica (chiamarla così è un’esagerazione voluta): i miei compagni di classe avevano lanciato una forma di giornalino scolastico ed io – sentendomi dispiaciuta ma al col tempo orgogliosa per essere stata esclusa, lanciai una mia idea: avevo solo un foglio giallo sotto il banco, me lo feci bastare e creai il Giornalino Giallo.
Durò solo qualche giorno: lo trovai infatti ridotto in mille pezzi e buttato al cestino una mattina, l’unica cosa che mi destò dal continuare quell’intraprendente progetto editoriale era la mancanza di altri fogli gialli.
Vengo interrotta da quel flusso di pensieri quando tocca a me, maledico mia madre che mi ha delegata a quella tediosa prassi, raccolgo la mia borsa ed entro.
Quando esco da quel primo turno penso a mia volta a come sia strano trovarsi dall’altra parte del banco: ricordo con apprensione i giorni scuola-famiglia di quel periodo della mia vita, per una ragione e per un’altra – fino a quando non ho raggiunto il liceo, sono sempre stata circondata da insegnanti critici nei miei confronti, nonostante sentissi di dare il massimo.
Dopo tanti anni mi chiedo se fossi io quella sbagliata oppure quei docenti troppo offuscati dal darmi un giudizio, eppure tante mortificazioni non le ho mai meritate, di questo sono sicura.
Ricordo la sensazione di impotenza e la mia tristezza nel non sentirmi mai allo stesso livello degli altri, sembravo destinata a non brillare e a vivere nella mediocrità.
Trovavo però bellezza in quelle poesie che mi mettevo a leggere mentre tutti facevano altro: amai i versi di Pascoli e D’Annunzio, sfogliando da sola quelle pagine che sentivo amiche.
Adesso basta: mi guardo attorno felice di aver superato da tanto quella fase della mia vita, le file lunghe e noiose non si sono ancora sfoltite, ma io per fortuna ho finito le mie.
Non ho voglia di cambiare nulla del mio passato, eppure mi chiedo quanti bambini siano nella stessa condizione che vivevo io dieci anni fa: si può insegnare senza mortificare? Sicuramente sì, si può insegnare soprattutto permettendo alla luce del singolo di venire fuori.
Questo fortunatamente ho avuto modo di viverlo, perché se oggi seguo la strada giornalistica lo devo soprattutto ad un mio bravo insegnante; e mi basta pensare questo per sentirmi sicura: per ogni mortificazione, il futuro riserva almeno una stella buona; forse questo è il ruolo più sacro che si possa avere: guardare la luce di ognuno e capirla, perché nessuno ha lo stesso talento dell’altro e proprio per questo va aiutato nel comprenderlo.

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