L’infinito Sessantotto: identikit di una rivoluzione farlocca

di Federica Ciampa.

In occasione del mezzo secolo che separa questa epoca da quella del movimento del Sessantotto, Stenio Solinas interviene con il libro “L’infinito Sessantotto” (La Vela, 2018) sulle contraddizioni di quella che sarebbe dovuta essere una vera e propria rivoluzione politica, sociale e culturale, ma che, in realtà, della rivoluzione aveva solo qualche slogan urlato più forte e qualche sbiadito contorno. Una pseudo-rivoluzione, dunque, sfociata, negli anni successivi, nel terrorismo, nel consumismo, nell’omologazione dei “sessantottini” a quella classe borghese di cui facevano parte, ma che, allo stesso tempo e con non poca ipocrisia, volevano superare, annientare, sostituire.
L’autore evidenzia – attraverso uno stile assimilabile, spesso, ad una sorta di stream of consciousness di joyciana memoria – come lo spirito del ’68 incarnato dal famoso “vietato vietare”, abbia giustificato ogni comportamento, ogni trasgressione, ogni edonismo. Uno spirito confluito, alla fine, nell’esterofilia, nella globalizzazione, nella negazione della cultura nazionale, nell’assimilazione dell’uomo alle merci. Uno spirito, ancora, simboleggiato sia dalle cause umanitarie per i popoli oppressi del Terzo Mondo, sia dall’appoggio alle rivoluzioni di stampo comunista, rinnegando, però, Stalin e Lenin, i quali pure erano comunisti, ma non erano “i comunisti quelli veri”. Uno spirito, quindi, incoerente e anche stracolmo di ossimori.
Tuttavia, sul banco degli imputati, non vi è solo la sinistra progressista che, in quegli anni, aveva appoggiato la Contestazione, ma anche l’inesistenza e l’inconsistenza di una destra che aveva – ed ha tutt’ora – non poche responsabilità: in primo luogo, perché cercava la soluzione a quella ventata ribellistica in “parole d’ordine usurate se non del tutto scadute” ; in secondo luogo, perché, in quegli anni, “a destra non c’era niente” se non un cretinismo, “situato a difesa di un insieme di valori, di un codice comportamentale che intanto era già saltato, perché pura forma senza contenuto”. Di conseguenza, secondo Solinas, era impossibile pensare ad un “Sessantotto di destra”, magari costituito da tricolori, valori nazionali e comunità.
Per queste ragioni, dunque, il ’68 è il primo cortocircuito di una modernizzazione senza regole, individualista e fine a se stessa. L’Italia non ha gli strumenti per regolare questa modernizzazione: non esiste il senso dello Stato, né una programmazione a lungo termine; le istituzioni latitano; i partiti ampliano i propri consensi, ampliando, allo stesso tempo, il debito pubblico e il clientelismo. Il Sessantotto non è, però, infinito solo perché, nonostante la crisi dei partiti, il modus operandi della politica è rimasto, a grandi linee, sempre lo stesso ed, anzi, è stato utilizzato anche da coloro che sostenevano quella sorta di ondata rivoluzionaria. Il Sessantotto è infinito, soprattutto perché il modello che si è imposto in quegli anni, costituito da libertà sessuale, diciotto politico, destrutturazione della cosiddetta famiglia tradizionale e tutte le sue innumerevoli conseguenze, prepotentemente e ciclicamente, presentano i loro risvolti ancora oggi, essendo, però, nel frattempo, divenuti uno status quo, al quale non si possono porre obiezioni, se non si vuole essere etichettati come “retrogradi”, “bigotti”, “fascisti”.
Ad ogni modo, le conclusioni a cui l’autore perviene lasciano al lettore uno spiraglio di speranza. Infatti, egli sottolinea come le elezioni dello scorso marzo abbiano la possibilità di segnare la fine di un progressismo, in cui l’ideologia dei diritti individuali e della mondializzazione hanno reso inutile il diritto dei popoli a difendere il proprio stile di vita. Il Sessantotto sembra, quindi, archiviato: se definitivamente “ce lo dirà il tempo”.

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