Eroi controrivoluzionari – “Henri de La Rochejaquelein”

di Manuel Berardinucci

“Andiamo a cercare il nemico: se avanzo, seguitemi; se indietreggio, uccidetemi; se mi uccidono, vendicatemi!”
Queste parole non furono pronunciate da Che Guevara, nemmeno da qualche partigiano italiano, ma da qualcuno che scelse di stare dalla parte sbagliata della storia, che in un tempo di rivoluzioni e cambiamenti epocali, scelse la lealtà al Trono e all’Altare, che preferì la Tradizione e la Spiritualità all’avvento della moderna società materialista: Henri de La Rochejaquelein. Come è noto, i personaggi non ascrivibili al pantheon del progressismo sotto ogni sua forma, vengono ricordati solo se è possibile demonizzarli. Quando invece si tratta di personalità, come quella del protagonista di questo scritto, che invece non è possibile infangare, condannare, aborrire, si preferisce farli restare nell’ombra. Allora mi sembra giusto raccontare brevemente la vita di un eroe antirivoluzionario. Henri de La Rochejaquelein nacque a Château de la Durbellière nel 1772 e frequentò la scuola militare di Sorèze. Divenne Ufficiale della Guardia Costituzionale del Re Luigi XVI e quando, il 10 agosto 1792, il Palazzo delle Tuilleries, in cui risiedeva il sovrano con la sua famiglia, venne assaltato dai popolani parigini, egli decise di combattere rifiutando di seguire il padre che stava emigrando fuori dalla Francia. Dopo la sconfitta, secondo i dettami della neonata repubblica, venne chiamato alle armi per far fronte alle Guerre rivoluzionarie francesi. Egli decise di disertare e unendosi al cugino Louis-Marie de Salgues, prese parte alle guerre di Vandea (un dipartimento francese la cui popolazione, a seguito della Rivoluzione Francese, essendo particolarmente legato alla tradizione Cattolica e leale alla Corona, decise di ribellarsi al governo rivoluzionario). Il 13 aprile 1794 si mise alla testa di qualche migliaio di contadini e ottenne, a Les Aubiers, la sua prima vittoria contro l’esercito repubblicano. Ad agosto, presso Luçon, raggruppò l’esercito vandeano, che era sul punto di disperdersi, e vinse la battaglia di Chantonnay a settembre. Dovette ritirarsi attraverso la Loira dopo essere stato sconfitto per inferiorità di mezzi a Cholet, il 17 ottobre. Durante quest’ultima battaglia Maurice d’Elbée venne gravemente ferito ed egli gli succedette come “Generalissimo” dell’Esercito cattolico e reale. Dopo aver marciato su Granville e preso Avranches, non riuscì a tenere quest’ultima e fu costretto a ritirarsi attraverso la Loira continuando una guerriglia contro i repubblicani e venendo sconfitto a Savenay il 23 dicembre. Il 4 gennaio dell’anno successivo si mise a capo della sua ultima spedizione, dirigendo l’esercito verso Nuaillé. La città stava per essere incendiata dai repubblicani, ma prima che ciò accadesse, il 28 gennaio 1794, il Generalissimo attaccò avendo la meglio sui suoi nemici e portando molti di essi alla resa. Secondo la ricostruzione degli avvenimenti, vide due granatieri in fuga che decise di inseguire per imprigionarli e interrogarli. I due, tuttavia, gli stavano tendendo un agguato: uno di essi si nascose dietro ad un cespuglio, mentre l’altro continuava a correre per fungere da esca. Quando Henri de La Rochejaquelein con i suoi ufficiali al seguito, giunse all’altezza del suo fucile, il granatiere nascosto mirò ad uno dei cavalieri, ma egli lo vide e si lanciò su di lui per bloccarlo, ma non fece in tempo, poiché l’avversario gli sparò un colpo mortale in fronte. Il suo corpo fu seppellito proprio dove una pallottola gli aveva tolto la vita e, per impedire ai repubblicani di identificare il cadavere per vituperarlo, il suo carissimo amico Jean Nicolas Stofflet, gli cambiò gli abiti, gli sfregiò il viso con la sciabola e piangendo disse: “Ho perso ciò che avevo di più caro al mondo”. Anni più tardi un contadino indicò il luogo di sepoltura e fu deposto nella chiesa di Saint Aubin di Baubigné.
Credo che questa sia una storia, degna di essere di essere raccontata.

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