Riflessione sulle Patrie nel tempo del globalismo

di Manuel Berardinucci


Da decenni si alternano al governo della maggior parte delle Nazioni occidentali, le forze moderate di centrodestra e centrosinistra sotto diversi nomi. Popolari/cattolici/conservatori/liberali da una parte e progressisti/socialdemocratici/socialisti/laburisti dall’altra. In nessuno dei due casi si è posto un freno alla globalizzazione, al mondialismo, alla cancellazione di ogni forma di sovranità e identità nazionale. Di tanto in tanto qualche voce si alzava nello schieramento di centrodestra (soprattutto in Italia, dove quest’ultimo andava dai popolari ai populisti), ma nulla di particolarmente incisivo. Proprio negli ultimi tempi, tempi di massima realizzazione del disegno globali sta, con una migrazione epocale dal Sud del mondo verso il Nord, con il mercato deregolamentato, le sempre maggiori cessioni di sovranità alle Istituzioni Europee, le famiglie politiche tradizionali prima citate hanno lasciato il passo a nuovi e vecchi partiti che si sono erti in difesa delle Patrie e dei Popoli. Negli USA vince Donald Trump, nella modernissima Inghilterra la Brexit viene votata dalla maggioranza dei cittadini, in Francia per battere Marine LePen tutti i moderati devono correre a sostenere un pericoloso centrista liberale che è inviso alla gran parte del popolo, in Italia le elezioni vengono vinte da un centrodestra a trazione leghista e presso le persone comuni si guarda con sempre maggiore stima e ammirazione a leader esteri come Orban e Putin. C’è chi sostiene che il successo dei Patrioti (ognuno legga qui ciò che preferisce, populisti, nazionalisti, fascisti e chi più ne ha più ne metta) sia dovuto alla crisi economica, agli innegabili problemi di ordine sociale ed economico portati dall’immigrazione incontrollata, alla scarsa attenzione dei moderati ai problemi delle fasce medie e basse della cittadinanza. Tutto vero, in parte, ma a mio avviso vi è una motivazione più profonda che scava nell’animo umano. Stavo rileggendo uno dei miei libri preferiti, “I dolori del giovane Werther” di Goethe e mi sono imbattuto in qualche riga che ha fatto scaturire questa riflessione e che voglio riportare di seguito:
“Ma ahimè, quando accorriamo là, quando il quaggiù è diventato qui, è tutto come prima, ci ritroviamo nella nostra miseria, nella nostra limitatezza, e la nostra anima anela al conforto svanito.
Per questo anche il più irrequieto dei vagabondi prova alla fine nostalgia della patria, e nella sua capanna, al seno della sua sposa, in mezzo ai suoi figli, tra gli affanni per mantenerli, trova quel diletto che aveva inutilmente cercato nel vasto mondo.”
L’Occidente ha rincorso per troppo tempo la modernità, il progresso, ha cercato di essere cosmopolita e all’avanguardia e alla fine si è ritrovato svuotato di se stesso. L’abbattimento di ogni confine tra gli Stati, tra i sessi, tra le generazioni, non ha portato ad essere tutti uniti nella diversità (come ancora oggi si tenta di propagandare) , ma tutti isolati nell’omologazione. Tutti meri numeri della società dei consumi, soli poiché distruggendo i segni distintivi delle comunità, distruggi le comunità stesse e non ne crei una che le comprenda tutte, ma lasci i suoi membri nel caos, a vagare senza più una stella cometa a guidarli, un punto di riferimento, un “centro di gravità permanente”. E quando anche l’ultimo Faro del mondo, la Chiesa Cattolica, sembra essersi spento, tutto sembra finito. Il nulla ha vinto. Le Patrie non esistono più, il sesso è una libera scelta dell’individuo, la famiglia è un costrutto sociale, la religione può tranquillamente adattarsi ai capricci del mondo moderno, anziché rappresentare un modello intangibile e non soggetto a cambiamenti dovuti ad agenti esterni. In questo panorama desolante, una fiamma si riaccende nel cuore dei popoli, vogliono nuovamente sentirsi italiani, maschi, eterosessuali e cattolici, senza vergognasi, senza dover aggiungere “ma”, “se”, “però”. Nel tempo del globalismo la Patria rappresenta la capanna della citazione prima riportata, che protegge l’uomo contemporaneo e lo fa sentire al sicuro. Visi conosciuti, la sua lingua, strade famigliari, una bandiera che sventola nell’aria, un Inno che fa vibrare il cuore, un popolo con mille difetti, ma i suoi, quelli di sempre. Ovviamente non sarà sufficiente votare i nazionalpopulisti per porre un definitivo argine alla furia distruttrice del progressismo politicamente corretto, ma è un buon inizio. Ora serve una risposta culturale che parta dall’alto e coinvolga il basso. La sfida non è semplice, i nostri avversari hanno mezzi potenti e metodi subdoli, ma noi abbiamo la Storia dalla nostra e poi “il domani appartiene a Noi”.


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