Essere camerata: il senso profondo di un legame indissolubile

di Chiara Soldani.

“Il camerata non è un compagno d’arme o di partito, ma un fratello di sangue, di cui si ha piena fiducia. Il più grande atto di fiducia che un uomo può fare è affidare la propria vita ad un’altra persona. Ebbene un camerata guarda alla vita dell’altro camerata come fosse la sua, e viceversa. Adoro questi ragazzi”. Così scriveva Léon Degrelle: qualcosa che valeva ieri, esattamente come oggi. Essere camerata, infatti, non si limita ad indicare “militanza”. Il legame che unisce in nome del cameratismo, va ben oltre ideologia e politica: benché siano terreno comune, presupposti imprescindibili. La condivisione di quelle “radici profonde che non gelano mai” rappresenta il nodo, indissolubile, che unisce i due fili: entità che, da quel momento in poi, non saranno più distinte. Il termine deriva dalle “camerate” (spazi abitativi comuni nel gergo militare), alludendo quindi ad una lotta che sia comune. Ma è in Italia e Germania, che il termine acquisisce (anche) accezione politica. Utilizzato infatti per indicare gli aderenti al Partito Nazionale Fascista e durante l’epoca nazionalsocialista dagli aderenti al NSDAP (Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori), il termine “camerata” (in tedesco Kamerad/Kameraden), acquisì tale valore da entrare (nel 1926) nello statuto del PNF: andò quindi a sostituire i vari “soci e iscritti”. Ben spiegato anche nell’Endecalogo di Longanesi (nella versione del 1942), il vero significato del termine: “Un camerata è per te un fratello: vive con te, pensa come te, lo avrai a lato nella battaglia”. Fratello, quindi: ma non amico (o almeno, non soltanto). Perché l’amicizia (specie oggi, tendenzialmente più effimera che profonda), allude ad un legame che rischia di confondersi con la mondanità, il divertimento. Qualcosa di fine a stesso, senza alcuna progettualità: senza necessaria condivisione profonda. Un “amico”, può esserci come non. E può (cosa frequente) dileguarsi nei momenti più difficili e bui. Il camerata, invece, c’è sempre: se di vero camerata trattasi, ovviamente. Tutto questo è “desiderio di condividere con altri uomini un’esperienza straordinaria, nazionale e comunitaria. La ‘Kameradenschaft’ è il senso di fratellanza che nasce dall’esigenza di un’immersione continua nell’azione”. Azione: che sia “pura ed eterna”, esattamente come la forza che l’ha generata. Cameratismo come rifiuto di egoismi ed individualismo: il “noi”, prima dell’ “io”. È anche disciplina, obbedienza: seguire leggi scritte, col sangue e con l’onore. Qualcosa di prezioso, unico, indissolubile. Un legame per la vita e oltre questa stessa: perché “ Etsi mortuus urit- Seppur morto, egli arde…”. Una unione, che richiede devozione e impegno. Come ben ricorda, ancora, Degrelle nel suo Militia (a pagina 31): “Un grande ideale dà sempre la forza di dominare il proprio corpo, di soffrire la fatica, la fame, il freddo. Che importano le notti bianche, il lavoro opprimente, gli affanni o la povertà! L’essenziale è avere in fondo al proprio cuore una grande forza che rianima e spinge avanti, che rinsalda i nervi, che fa pulsare a forti battiti il sangue stanco, che infonde negli occhi il fuoco ardente e conquistatore. Allora più nulla dà sofferenza, il dolore stesso diviene gioia perché esso è un mezzo di più per elevare il suo dono, per purificare il suo sacrificio”. Insegnamento eterno, esempio ispiratore: ieri come oggi. E “Che il Destino ci trovi sempre forti e degni”: nello spirito, del cameratismo vero. Un fuoco da alimentare, senza che si spenga mai.

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