Preservare le diversità è il più grande dono che possiamo farci in un mondo sempre più globalizzato: la mia esperienza Erasmus in Corea

di Salvatore Ruffino.

Non ero nuovo ad esperienze simili: lasciare una piccola realtà dell’entroterra siciliano per una grande città come Milano è stato già un passo che mi è sembrato immenso tre anni fa ma per niente paragonabile a quello che ho vissuto negli ultimi 4 mesi. Pensate a un posto lontano quasi 9000 km da tutto ciò che chiamate casa, famiglia, amici, buon cibo, la nazione che amate tanto e 8 ore di fuso orario ed eccovi Seoul. 
Nell’immaginario comune, fare un’esperienza di studio all’estero equivale a fare party ogni sera, non studiare come faresti in Italia, passare le materie più facilmente e vivere in una realtà drogata dove tutto è stupendo e niente è difficile; per molti probabilmente è così e in parte lo è davvero. Ma andare in Erasmus – o nel mio caso Overseas – non è solo questo anzi rappresenta la parte meno importante della suddetta esperienza.
Non vi parlerò di quanto la Corea del Sud sia un posto affascinante, stupendo e sicuro dove tutto sembra funzionare alla perfezione: mi interessa comunicarvi, se possibile, ciò che ho imparato e perché chiunque – se avesse la possibilità – dovrebbe fare questa esperienza.
L’esperienza di vivere secondo le regole di un altro paese, abituandosi allo stile di vita della gente del posto può sembrare difficile, specie quando si tratta di un paese culturalmente così distante come la Corea del Sud e vai a vivere in un dormitorio studentesco – che a proposito, niente di lontanamente simile a quelli nostri.
Nell’università in cui ho studiato, la Chung-Ang University, eravamo circa 460 studenti internazionali che rappresentavano più di 40 paesi di ogni continente: quindi sono stato davvero fortunato perché ciò mi ha dato la possibilità di potermi confrontare con tanti altri giovani di paesi come il Senegal, la Svezia, l’Alaska o la Mongolia, tanto per citarne alcuni, e scoprire quante cose in comune tu possa avere con persone che hanno vissuto in tutt’altro posto e tutt’altra maniera.
Questo potrebbe essere l’inizio di un sermone tipico da Radical Chic in cui si dice che siamo tutti uguali, che i confini sono concetti razzisti o superati e che l’erasmus è un qualcosa che può essere compreso da qualcuno facente parte della sedicente sinistra progressista no borders. Ma fidatevi, non è così: comprendere e conoscere  più affondo le diversità che colorano questo mondo stupendo mi ha reso ancora più sicuro di quanto queste stesse diversità vanno preservate tutte, indistintamente, per evitare che tutto finisca in quell’enorme calderone privo di sfumature che qualcuno chiama multiculturalismo.Il senso di esperienze come questa non è solo quello di capire cosa accomuna ad esempio un ragazzo dell’entroterra siciliano con una ragazza della provincia cinese dello Shaanxi, perché vedete che non è così difficile: entrambi sognano un mondo migliore, la possibilità di potere fare il lavoro che ci piace, girare il mondo e avere una famiglia felice. Il senso di questa esperienza è più quello di comprendere  ( e accettare ) le differenze che ci sono tra culture così diverse e nonostante tutto riuscire ad essere amici parlando e confrontandosi senza filtri imposti da perbenismo e politically correct che rendono ogni dialogo una finzione. Per questo vi consiglio di partire e andare il più lontano possibile dal vostro paese per qualche mese: assaporare una nuova cultura, conoscere gente e usanze di posti lontani, confrontarsi con persone di altri paesi e adattarsi a una nuova realtà vi farà crescere e vi renderà persone migliori.Questo però bisogna farlo immergendosi nella cultura del posto e non frequentando solo discoteche perciò armatevi di pazienza, qualche mappa e viaggiate con uno zaino in spalla:  uscite dai grandi centri cittadini, muovetevi prendendo gli autobus o i treni locali provando a parlare con gente del posto; andate a mangiare nei piccoli “ristorantini” a conduzione familiare non frequentati da turisti e provate l’esperienza di farvi imboccare dalla vecchietta  che gestisce quella cucina rudimentale da dove escono piatti di un qualche imprecisato animale – mentre ti grida qualcosa in coreano che tu nemmeno capisci; visitate i posti più autentici e rappresentativi di quella cultura millenaria che state cominciando ad amare e provate esperienze forti come quelle di passare un week end in un tempio buddhista vivendo come i monaci del posto.E sono sicuro che anche voi avrete quella stessa sicurezza di chi come me, ha veramente a cuore la diversità culturale: bisogna preservare questa ricchezza ad ogni costo, contro un concetto distopico avallato da gente ipocrita che vorrebbe far diventare il mondo un posto tutto uguale, piatto, noioso e senza sfumature che renderebbe ogni dialogo e ogni confronto qualcosa di sterile e tristemente inutile.

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