La prostituzione non è un lavoro come tutti gli altri

di Carlo Maria Barisoni

Sono giornate calde per quanto riguarda il mestiere più antico del mondo: c’è chi si dice prontissimo a legalizzarlo, il pensiero comune gira attorno agli introiti statali, la sicurezza nell’atto, la pulizia e l’igiene.
Effettivamente non possiamo negarlo, chi si prostituisce oggi lo fa in una condizione di assoluta anarchia, tutto gira attorno al grande sistema della criminalità organizzata e i corpi vengono venduti come si vende un oggetto di poco conto.
La donna è sempre stata la principale protagonista di questa attività, ma non bisogna dimenticare della prostituzione maschile, parallela e presente nei tempi come quella femminile; facciamo un po’ di storia.
In alcune fonti babilonesi, si parla di prostituzione sacra; ovvero ogni donna obbligatoriamente, doveva raggiungere almeno una volta nella sua vita il santuario di Mitta dedicato alla Dea Anahita (la corrispettiva Dea dell’amore) offrendo il proprio corpo ad un straniero, questo valeva come simbolo di accoglienza.
Passiamo all’Antica Grecia: anche qui la prostituzione era comune e frequente.
Sia le donne che i ragazzi potevano infatti abbracciare “l’arte del piacere”.
L’aspetto interessante è che le prostitute erano le uniche donne ad essere indipendenti nel contesto greco, queste erano tenute ad indossare abiti particolari e dovevano pagare delle imposte legate al proprio lavoro.
Naturalmente non può mancare l’Impero Romano: la prostituzione era legale, pubblica e diffusa.
I cittadini romani potevano intrattere rapporti sessuali sia con prostitute che con giovani maschi: erano presenti numerosi bordelli romani che rappresentavano delle proprie attrattive turistiche per gli stranieri.
Ma nonostante questo aspetto accettabile nella gestione della prostituzione, bisogna sottolineare con necessità il triste trattamento riservato alle donne che si prostituivano: gran parte di loro erano ex-schiave, relegate al ruolo di infames (persone del tutto prive di posizione sociale e private della maggior parte delle protezioni accordate ai cittadini ai sensi del diritto romano)
“Le prostitute erano spesso di origine straniera catturate nel corso delle guerre e ridotte in stato di schiavitù o abbandonate a loro stesse: i bambini e le bambine abbandonate finivano quasi sempre con l’entrare nel giro della prostituzione.”
Di esempi storici a riguardo siamo generosamente provvisti, vi sono poi delle forme di prostituzione ancora più gravi che riguardano giovani costretti ad essere venduti sotto forma di schiavi sessuali. (come succede con i ragazzi danzanti in Afghanistan).
Senz’altro occorre precisare che chi si ritiene favorevole alla prostituzione intende non il suo sfruttamento, bensì individui liberi e consapevoli di darsi all’altro.
Ma come può una simile mortificazione essere ritenuta eticamente accettabile? Vi è una stigmatizzazione del fenomeno solo perché ha radici molto antiche, ma dubito fortemente che una persona mentalmente stabile e senza crolli emotivi possa vendere il proprio corpo nelle mani di uno sconosciuto.
Ovviamente oggi non è più una questione economica: basta vedere le baby squillo di Roma Nord, tutte ragazze di buona famiglia che semplicemente sembrano godere di vendersi e “sporcarsi”, nonostante i soldi e lo status sociale familiare alto.
Eppure la stabilità mentale manca anche a loro, molto probabilmente se si operasse una perizia psicologica ci si renderebbe conto della fragilità che le caratterizza.
Lascio il mio articolo con un quesito aperto: possiamo davvero credere che la prostituzione sia un lavoro come un altro?


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