Solo la natura e il romanticismo sono “inaffondabili”

di Manuel Berardinucci


“L’inaffondabile” era soprannominato il transatlantico della White Star Line: l’RMS Titanic. Beffa del destino, passerà alla storia nient’affatto per la sua “inaffondabilità”, ma, anzi, proprio perché nel suo viaggio inaugurale, la notte tra il 14 e il 15 aprile, si scontrò con un iceberg che ne causerà l’inabissamento e la morte di più di 1400 dei suoi passeggeri. La tragedia, rimasta impressa nel cuore di tutti noi grazie alla straordinaria pellicola del 1997 con Di Caprio e Kate Winslet, rappresenta, a mio avviso, una grandiosa, quanto tremenda, rivincita della natura sulla superpia umana, oltre che un trionfo del romanticismo in alcuni dei principali protagonisti della vicenda. Mi riferisco al prioritario salvataggio cavalleresco di donne e bambini, al Capitano che sceglie di affondare con la sua nave (anche se non ancora sono chiare le circostanze esatte del suo decesso), alla mitica orchestra che suonerà fino alla fine per contenere il panico, alla storia dei ricchissimi e anziani coniugi Straus (a entrambi fu offerto un posto sulle scialuppe, ma il marito, Isidor, lo rifiutò, per cederlo ad altre donne, bambini e giovani, venne seguito nel suo gesto dalla moglie che non accettò l’idea di abbandonare il consorte e così annegarono insieme, nel letto della loro cabina) e alle altre innumerevoli storie che circolano, vere o presunte, su quella notte di orrore e romanticismo.
Il Titanic fu progettato per essere colossale, imponente, rapido, elegante e sicuro. Era il prodotto di una società saldamente fiduciosa nella scienza e nel progresso, di cui il transatlantico rappresentava la massima espressione. La sua fine significò, dunque, non solo un dramma per le vittime e un tremendo incidente marittimo, ma anche il tramonto di un’epoca in cui l’uomo sognava di sfidare la natura che però, con la sua benevolenza alle volte e altre con la sua furia distruttrice, ci ricorda che siamo tutti alla sua mercé. Su quella nave vi erano persone di ogni estrazione sociale, dai popolani, all’aristocrazia, alla ricca imprenditoria, ma seguirono tutti lo stesso inesorabile destino. Nessun uomo sarà mai abbastanza ricco e potente da dominare la natura e tutto ciò che essa può rappresentare (Dio per alcuni, una Matrigna per altri, la Madre Terra e così via). Il materialismo perde. Oggi vediamo rifiorire nell’uomo la volontà di sottomettere la natura ai suoi desideri e talvolta capricci, alla sua visione delle cose, come se essa potesse essere sottomessa ad un’ideologia piuttosto che ad un’altra. A differenza di un tempo però, l’uomo contemporaneo non tenta di più di sfidare Dio, il cielo, la terra e l’acqua, con opere grandiose che comunque denotavano una visione ambiziosa e titanica, ma modificando l’intimità della vita individuale. Così vediamo destrutturata la famiglia nella sua concezione non solo tradizionale, ma anche e soprattutto naturale (perché ricordiamo a tutti che nessuna unione, tranne quella tra sesso maschile e femminile, può generare una vita, se non in provetta), prodotti e diffusi alimenti figli di esperimenti chimici, delegittimato il genere sessuale originale in nome di un libero arbitrio nella scelta di quest’ultimo che è, quantomeno, discutibile e infine, ridotta la natalità ad affare commerciale attraverso la pratica dell’utero in affitto.

“Accenderemo fuochi per testimoniare che due più due fa quattro. Sguaineremo spade per dimostrare che le foglie sono verdi in estate. Non ci resterà quindi che difendere non solo le incredibili virtù e saggezze della vita umana, ma qualcosa di ancora più incredibile: questo immenso, impossibile universo che ci guarda dritto negli occhi. Combatteremo per i prodigi visibili come se fossero invisibili. Guarderemo l’erba e i cieli impossibili con uno strano coraggio. Saremo tra coloro che hanno visto eppure hanno creduto.”
G.K. Chesterton


Share This:

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *