Tommaso de Brabant intervista Francesco Rocca: provocazione e libertà nella dittatura del Politically Correct

di Tommaso de Brabant


Il fraintendimento di una provocazione non può negare anni di servizio per la cittadinanza

T. – Dove comincia la tua formazione politica? Da una tradizione di famiglia, o da esempi esterni?
F. – A casa si è sempre parlato di politica, grazie a mio padre, consigliere di zona per 15 anni; ha trasmesso questa passione a tutti e quattro noi fratelli. Proveniente dal MSI, ha terminato il suo percorso politico col Popolo della Libertà.
Ho frequentato le superiori, e ne vado fiero, dai salesiani, che mi hanno acceso varie passioni: anche se ho un diploma tecnico da perito meccanico, non è mancato lo studio e l’approfondimento delle discipline umanistiche e all’aspetto sociale della vita.
Ho deciso di cominciare la militanza dopo due episodi del 2014: la prima, estate, un’aggressione subita da cinque colombiani ubriachi, mentre accompagnavo un’amica a casa. Ne sono uscito bene, con soltanto un dito rotto per aver protetto il volto dai tavoli e dalle sedie che mi hanno lanciato addosso.
Il secondo episodio che mi ha svegliato fu nell’autunno: nelle case ALER sono aumentate le occupazioni abusive di alloggi sfitti da anni: occupate da rom e africani, che spesso le utilizzano come base d’appoggio per spaccio, nascondere refurtiva.
Nell’ottobre del ’14, un gesto intimidatorio ai danni di una signora egiziana, che si era opposta a una occupazione abusiva: per ritorsione le hanno bruciato la porta di casa. L’episodio mi ha svegliato. Pochi giorni dopo l’episodio, la sola (nonostante il gran risvolto mediatico della vicenda) esponente politica a interessarsi alla grave situazione del quartiere Molise-Calvairate, è stata Giorgia Meloni, che visitò la donna per esprimerle solidarietà. Da quel momento milito con Fratelli d’Italia e Gioventù Nazionale. Il fattaccio accadde di mercoledì; sabato andai al gazebo in piazza s. Carlo.

T. – Il tuo percorso politico come si è sviluppato?

F. – Dal 2014 al ‘16 ho assimilato ciò che riguarda il mondo della militanza: gerarchia, rispetto dei ruoli, e i riferimenti della destra sociale. Non avevo ancora avuto una scuola politica, e restavo un autodidatta. Con la militanza in Gioventù Nazionale mi sono costruito un bagaglio, a volte mi guardo pensando a com’ero quattro-cinque anni fa e mi rendo conto che in ogni ambito della mia vita – lavoro, famiglia, dialogo – sono cresciuto. Ho imparato a capire le problematiche delle persone che ho intorno, sono diventato sensibile riguardo le tematiche legate a solidarietà e sociale. Questi aspetti mi sembra siano affrontati concretamente, a Milano e in Italia, soltanto dalla destra sociale.
Nel 2016 mi sono candidato nel mio municipio, con Fratelli d’Italia, proponendo la lotta contro occupazioni abusive, spaccio, bivacchi, scippi, furti, violenze (soprattutto le molestie). Grazie al lavoro di squadra con Gioventù Nazionale, con la mia famiglia, con il mio quartiere, ho potuto essere il primo eletto di Fratelli d’Italia nella mia zona. Da solo non sarei mai riuscito: per prepararsi a queste battaglie serve una squadra forte, che crede in te e che non devi mai deludere. Spesso mi è stato detto: ora che sei in politica, non cambiare; rispondo richiamando l’umiltà della mia carica, e ribadendo che sono sempre a disposizione del mio quartiere.
Alla mia prima esperienza istituzionale, sono stato votato da 181 persone, primo per Fratelli d’Italia nella zona. Non me l’aspettavo, militando soltanto da due anni.
Il presidente di municipio Bassi ha creduto in me, affidandomi la Commissione Sicurezza & Verde, con delega a parchi, agricoltura e coesione sociale: sicurezza-verde è un binomio azzeccato, data la problematicità delle zone verdi a Milano – vi si concentra l’illegalità. Purtroppo il territorio del Municipio 4 ha molte aree dismesse – capannoni, aree verdi, palazzoni oggetto di speculazione edilizia: così vaste aree diventano zone franche, in cui dilaga e governa il degrado. Tristemente noti sono il boschetto di Rogoredo, i campi rom, i mercati dell’usato rubato di viale Puglie… la vasta area di Corvetto è all’onore delle cronache per l’illegalità.
Con la nostra commissione, oltre alle specifiche attività di denuncia alle Autorità, proviamo a ricostruire e consolidare le comunità dei quartieri con i cittadini, come successo con la pulizia dei muri della casa popolare in viale Molise. Cosa deve fare un’istituzione, oltre a perseguire il benessere della comunità? Deve far appassionare il cittadino a tutto quel che sia pubblico, riprendendosi gli spazi pubblici e la Cosa pubblica, contrastando così la criminalità. Purtroppo a Milano interi quartieri, dalle 18 in poi, sono in mano ai delinquenti, e la gente non è libera, le ragazze devono essere accompagnate. La nostra città è sempre stata lungimirante, all’avanguardia, non possiamo avere questi problemi, a maggior ragione ancora nel 2019. La mancanza di sicurezza non rende liberi.

T. – Quale è, al presente, il tuo impegno politico?

F. – Da luglio, sono presidente di Gioventù Nazionale a Milano Città, con lo scopo di creare un gruppo di giovani patrioti, dai 15 ai 32 anni, che abbiano per obiettivo il miglioramento della nazione, della città, del quartiere, partendo anche dalla propria via: cominciare a preoccuparsi delle cose che capitano attorno a sé. Essere esempio: abbiamo la presunzione di avere questo compito, tenendo bene in testa che la nostra patria, purtroppo ora in decadenza economica, sociale e morale deve tornare a splendere. Le nostre attività sono varie, siamo consapevoli che le distrazioni di questa società individualistica sono molte: perciò facciamo non soltanto serate culturali, o dedicate all’apprendimento delle istituzioni, ma anche attività sul territorio (raccolta e consegna di cibo, raccolta adesioni – per cambiare il mondo non si può essere in pochi) e divertimento (pizza, aperitivi, sport).
L’obiettivo per il 2021 è: cambiare colore alla città, perché se è vero che Milano esercita una forte attrazione turistica, fuori dai Bastioni è ormai difficile anche camminare tranquillamente. Mi meraviglio che proprio una giunta di sinistra, che a parole ha sempre avuto a cuore periferie e lavoratori, dopo sette anni mantenga una Milano di serie A di contro una di serie B. Le situazioni di degrado certo già c’erano, ma sono aumentate e peggiorate. Bisogna tornare a governare la città, e ridurre questa diseguaglianza sociale.
Sono fiero del risultato di Fratelli d’Italia nel mio quartiere alle ultime elezioni: il partito vi è arrivato al 7%, un risultato storico, frutto del nostro duro lavoro. Se consumi le scarpe, dedichi le tue giornate alla gente facendo politica semplice e sana, dando risposte dirette a domande dirette (il municipio è il primo gradino della gerarchia istituzionale), la gente apprezza. E nell’era dei social, devi anche mostrare per bene quel che fai.

T. – Sei tuo malgrado salito all’onore delle cronache per lo scandalo provocato da una foto in cui posi, in un presepe, accanto a una statuina d’una pastorella col braccio alzato. Nella didascalia mandavi un saluto a Laura Boldrini ed Emanuele Fiano. Uno scherzo da niente, ma ti sei attirato minacce e richieste di dimissioni.

F. – Era la mia prima visita a Gardaland… spero non mi abbiano dato il Daspo! Poco prima di Natale c’è stato un altro “scandalo”: un pupazzo di Babbo Natale a Pozzuoli è stato condannato da una certa sinistra, perché “salutava romanamente”. Con la mia provocazione ho inteso augurare buon Natale a coloro che, da un paio d’anni, fomentano questa caccia alle streghe: Boldrini e Fiano. Non ho insultato nessuno: era una semplice provocazione, uno sfottò innocuo. Dopo nemmeno un’ora, l’Anpi e diverse pagine “antifasciste” su Facebook, come i Sentinelli di Milano, avevano scatenato il putiferio. Moltissimi loro seguaci hanno scambiata la pastorella del presepe per una bambina, accusandomi di essere un “padre indegno” cui andava tolta la patria potestà… d’una statuetta del presepe di Gardaland. Gli insulti sono stati pesanti, assieme al solito rovesciamento di foto per richiamare piazzale Loreto, tante le minacce tramite messaggi privati. Eppure si definiscono difensori della democrazia: se è così, cosa è questa democrazia, cosa sono il pacifismo e i buoni sentimenti, dato che i più aggressivi fra loro esibivano sul profilo facebook la bandiera arcobaleno? Cosa è l’antifascismo militante nel 2019? Perché tali accuse verso una persona nata nel 1989, che non può quindi essere fascista, essendo il fascismo un periodo circoscritto e che fa comunque parte della storia del nostro paese? Dopo 74 anni il paese deve andare avanti, cercando una sana conciliazione nazionale, come quella perseguita da Putin: dopo gli zar e il comunismo la Russia, consapevole della propria storia, quella buona come quella cattiva, va avanti migliorando la condizione della patria e il benessere dei cittadini. La mia provocazione ha così dimostrato che c’è ancora gente che riempie la propria esistenza con la caccia ai fantasmi. Mi hanno chiesto di dimettermi, ma con l’attività che faccio sul territorio e il mio impegno sul Municipio 4, nessuno lo ha mai chiesto. Perché personalità istituzionali possono salutare col pugno chiuso? Sala spesso lo ha fatto, per esempio quando ha accolto Morales all’Expo: lo stesso gesto che facevano Stalin, Ceausescu, Hoxa, Menghitsu, Tito… perché nessuno ha detto nulla?

T. – Come vedi l’immediato futuro del tuo partito, a Milano e in vista delle imminenti elezioni europee?

F. – Tanti esponenti di Fratelli d’Italia sono costantemente presenti sul territorio, e i cittadini lo sanno: FdI può soltanto crescere, ma ora occorre lavorare su di una visione di medio-lungo periodo per governare la città, che dal 2011 è in forte decadimento.
Un amministratore deve studiare, imparare dagli esempi virtuosi che in Europa non mancano, essere anche “artista”, studiare quel che di buono c’è nelle città d’Italia, d’Europa, anche del mondo, e valutare se sia fattibile una certa attività, o adattarla per rendere Milano più bella – ogni città sta a sé, ha una sua identità e una sua storia. Il paragone Italia-estero non regge. Smettiamola di piangerci addosso, e dire aprioristicamente che gli altri paesi sono migliori, non è sempre così.

Tommaso de Brabant 8.I 2019

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