Non tutta la destra è la mia destra

di Vittoria Farnese


Ho pensato: questa è un’affermazione scontata, tutti direbbero così. Persino a sinistra c’è qualcuno che sosterrebbe la controparte rossa (“non tutta la sinistra è la mia sinistra” ndr).
Eppure poi ho ragionato rispetto al perché non è così scontata come si pensa, alla necessità di denunciare certi comportamenti a scapito di quella che è la mia destra.
Saper stare al mondo, dopotutto, gira attorno anche alla capacità di lavare i propri panni a casa, anche perché le lavanderie a gettoni sono più costose.
Mi capita spesso di viaggiare ed incontrare persone di estrazione politica e sociale assai variegata, qui è opportuno dire che il confronto vien spontaneo: dal banalissimo come va dalle tue parti sino alle discussioni sui massimi sistemi.
E qui viene il bello, si parla con calma e rispetto, mi trovo bene, sono serena nel poter dire cosa penso senza l’ansia di qualcuno che mi corregga passaggio per passaggio perché vuole giocare a fare il più puro.
Poi arriva il fatidico momento in cui ci si dice che, sia nell’una che nell’altra parte, ci sono quei famosi duri da tastiera: offensivi, arroganti, sempre sulla difensiva e pronti a difendere una pseudo idea contro qualsiasi tuo modo di porti.
E qua ci troviamo, sia a destra o a sinistra bisogna riconoscere che è l’atteggiamento, in fondo, il problema.
Così come su Twitter mi è capitato di subire l’esecuzione social dei radical chic contro le mie idee conservatrici e troppo bigotte, a destra mi è successo lo stesso, ho provato una sensazione ben peggiore perché succedeva a casa mia, o almeno la ritenevo tale.
Non possiamo essere d’accordo su tutto, non siamo robot e ne sono felice: amo la libertà, amo poter occupare posizioni diverse dall’altro ma trovare sempre un punto rispettoso di sintesi.
Eppure a casa mia aspetto di trovare quell’atteggiamento rispettoso e saggio che un figlio può trovare in un padre, il confronto essenziale che deve andare oltre la retorica di chi è più a destra di chi.
Così, andando avanti, ho sempre più elaborato delle profonde differenze che dividono la destra (la scoperta dell’acqua calda direte) ed è giusto sia così: questo stesso spazio lo rappresenta nel migliore dei modi.
Però queste differenze quando trovano modo di scontrarsi in un terreno così volgare figlio del peggio militantismo da tastiera -per non parlare di quelle poche riunioni che si fanno passare per consigli di stato, diventano qualcosa di davvero brutto, così brutto che viene voglia tirarsi fuori, accentuare ciò che ci divide per dire noi siamo un’altra cosa, io sono da un’altra parte.
La mia destra non ha un partito in particolare (avrete notato che ho evitato di menzionarli), la mia destra è un atteggiamento prima che simbolo, e non fanno parte della mia destra i militonti figli della frontiera peggiore poca cultura ma tanti paroloni, arroganti e saccenti con tutti e tanti, impauriti dalla minima critica e aggressivi quando non riescono a rispondere a contenuti.
Questi sono i prodotti peggiori – quasi di scarto, della destra politica: noi siamo meglio perché, voi siete niente come mai.
Per poi rivelarsi soggetti completamente estranei alle vere dinamiche politiche, capaci soltanto di ubbidire ed essere parte della complessa manovalanza partitica, senza mai pronunciare la propria testa, accettando tutto perché qualche capo lo ha imposto, ma poi di candidarsi non se ne parla mai, misurarsi prendendo dei voti propri è altra roba, e solo chi milita con cuore e testa può capirne il sacrificio.
In questa destra non ci sono le gare a chi ha attaccato più manifesti o realizzato più colla, perché quella semplicemente non è la mia destra, ma forse non è neanche destra.

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