Perseverare autres diabolicum: un passato che diventa presente.

di Alessia Di Terlizzi.

Il Giorno della memoria è una ricorrenza internazionale celebrata il 27 Gennaio di ogni anno per commemorare le vittime dell’Olocausto. Istituzionalizzato in Italia nel 2000, al fine di ricordare “le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subìto la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”, proprio come citano gli articoli 1 e 2 della Legge n.211 del suddetto anno.

Una giornata da dedicare ad iniziative, cerimonie, momenti di riflessione che segnano la necessità di non cancellare dalle nostre menti una pagina così atroce dell’umanità , un “imperativo civile e morale” verso le vittime e i sopravvissuti, per dirla con le parole del presidente della Camera Roberto Fico.

Ricordare è il primo passo per non ripetere tali crimini, nonostante a distanza di 74 anni la situazione sembra ripresentarsi in maniera del tutto similare. Tuttavia, chi è stato abituato a studiare una Storia di parte, quella dei libri di scuola o peggio ancora quella scritta sui social, si limita ad attribuire, in maniera erronea, il titolo di nuovo Kaiser a Matteo Salvini, Ministro dell’Interno che ha tradotto in azioni concrete il volere di migliaia di italiani, ponendo fine ad un’immigrazione incontrollata e irregolare. Un pretesto del tutto superficiale per fare della buona e infondata propaganda anti-politica.

I reali “corsi e ricorsi storici” in questo caso hanno come tema centrale sì il fenomeno dell’immigrazione, ma il parallelismo verte sull’incapacità dei paesi europei di trovare una soluzione definitiva a questo problema.

Giunto al potere nel 1933, Hitler adottó una serie di misure tese ad escludere la popolazione ebraica dalla vita sociale. Il culmine è rappresentato dalla promulgazione delle leggi di Norimberga nel 1935, seguite da una serie di azioni violente. La reazione della popolazione ebraica a questa tragica situazione fu, ove possibile, l’emigrazione: soluzione approvata ed incoraggiata dalle autorità tedesche che imposero comunque gravose condizioni economiche a coloro che decidevano di emigrare. I luoghi scelti dagli ebrei furono proprio i territori che i tedeschi conquistarono in seguito, per questo motivo i paesi dell’Europa occidentale e delle Americhe temevano un’ondata incontrollata di rifugiati. Infatti, dopo la conquista dell’Austria nel ’38, circa 85.000 rifugiati ebrei (dei 120.000 che espatriarono) raggiunsero gli Stati Uniti sperando di ottenere uno dei 27.000 visti concessi allora dalle quote di immigrazione. La maggior parte non ottenne mai il visto. Alla Conferenza di Evian, nel luglio del 1938, la Repubblica Dominicana fu l’unico paese a dirsi disposto a ricevere un alto numero di rifugiati. In un caso che fece molto scalpore, nel maggio-giugno del 1939, gli Stati Uniti rifiutarono di accogliere più di 900 profughi ebrei salpati da Amburgo, in Germania, a bordo della St. Louis apparsa al largo delle coste della Florida poco dopo che le autorità cubane avevano cancellato i visti di transito dei profughi e negato l’ingresso alla maggior parte dei passeggeri che era ancora in attesa del visto di ingresso negli Stati Uniti. La Francia ne accolse ben pochi, ma non fu in grado di dare una soluzione a causa dei rapporti tesi con la Germania.

Nessuno dei paesi fu in grado di accogliere i profughi ebraici, a dir la verità.  Fu per questo che la Germania decise di ovviare il problema con l’attuazione della “soluzione finale”, approvata durante la Conferenza di Wannsee nel 1942. Un provvedimento che ha portato allo sterminio di massa di 6 milioni di ebrei in campi di concentramento, in condizioni disumane che hanno annientato in primis la loro dignità di uomini.  

È questa la situazione che oggi si sta ripresentando: una collettiva sindrome da Ponzio Pilato che avvolge la stessa Europa complice già settant’anni fa dello sterminio ebraico e si nasconde sotto il finto senso umanitario di nazioni che accusano altre di razzismo, ma scaricano di notte nei boschi immigrati irregolari.

Una storia poco nota, poiché si tende a focalizzare l’attenzione esclusivamente su ciò che avvenne negli anni ‘43-’45, dimenticandosi di indagare sull’iter che ha portato al più grande genocidio di tutti i tempi.

Oggi non c’è un’immigrazione ebraica, i profughi sono prevalentemente tunisini, nigeriani, sudanesi che scappano dall’inciviltà dei loro paesi in guerra. Neanche oggi si è in grado di prendere una decisione comunitaria o di mettere in atto azioni che favoriscano la crescita e la ripresa di questi paesi devastati oltre da continue lotte, fame e ignoranza.

Insomma errare umanum est perseverare autem diabolicum, eppure cambiano gli addendi ma il risultato resta invariato.

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