Il primo Re, un diamante fatto di fuoco, riti e violenza

di Alessio Valente

Tante aspettative e tanti dubbi hanno accompagnato l’uscita di questo film, forse come non se ne vedevano da tempo. Quel clima di attesa, che gli inglesi chiamano Hype, che rende l’uscita nelle sale un evento ancor più unico. I dubbi erano molti e provenienti in larga misura dal mondo dei tradizionalisti romani, che paventavano un totale fallimento per quanto riguarda il lato religioso del mito, lato assolutamente non trascurabile, ed anzi centrale, che è però stato rispetto dal regista Matteo Rovere, contrariamente all’opinione diffusa.

L’aspetto della religio infatti, per quanto sia riportato in maniera estremamente semplificata (si parla di un Dio ed una Dea, a volte triplice, a volte no) e contaminata, sicuramente, da un pizzico di visioni e cultura new age, resta centrale per tutta la durata del film. Dalla figura della vestale a quella del fuoco sacro, che Romolo ha tanto a cuore di portare con sé, verso la propria futura terra, il tema religioso pare avvolgere i protagonisti durante tutta la loro storia.

Centralità e onnipresenza religiosa decisamente verosimile per quella che era la concezione degli uomini antichi, che mai distinguevano la differenza fra un piano materiale ed uno spirituale sopravvenuta solo secoli dopo con il cristianesimo. Fra i popoli antichi, i romani erano poi fra i più religiosi, estremamente attenti alla correttezza dei riti e consci che il soldato romano dominava il mondo poiché “più religioso di tutti”. La volontà divina sarà perno centrale della romanità, dalla fondazione alla massima espansione, e questo Rovere ce lo ha ricordato, seppur in maniera estremamente semplificata.

Sul piano spirituale, quindi, il film ha saputo soddisfare sufficientemente le esigenze di un pubblico più attento ed, appunto, esigente, quale quello dei tradizionalisti. E’ da rilevare anche la presenza del principio classico della hibrys, per cui vediamo soccombere un Remo tracotante, divenuto superbo e sacrilego, a dispetto di un Romolo che non smette mai di mantenere un profilo religioso e più che rispettoso, rimanendo conscio del fatto che il favore degli dei sarà essenziale alla nascita della nuova città. Ecco dunque che Romolo prevale sul fratello perché ha premura di pensare costantemente al fuoco sacro e al suo trasporto, mentre Remo si perde quasi nell’ateismo e nelle manie di onnipotenza. Il fratricidio, quindi, diviene l’atto in cui scopriamo ed esperiamo tangibilmente il ruolo della volontà degli dei nella formazione di Roma.

Altro aspetto rivelante e altra scelta decisamente azzeccata da parte di Rovere, è invece quella della lingua. Il film infatti è recitato in una lingua proto-latina per cui è stato necessario avvalersi della consulenza di alcuni ricercatori dell’università La Sapienza. Per quanto a molti potrebbe risultare fastidioso dover leggere i dialoghi tramite i sottotitoli, la scelta compiuta e la straordinaria bravura con cui gli attori hanno recitato in un idioma a loro sconosciuto, e tanto antico, donano al film la caratteristica di essere una vera e propria esperienza, che immerge lo spettatore e quasi lo catapulta fino a tempi tanto remoti. Un modus di raccontare la storia che, sicuramente, ha tratto la sua ispirazione dai capolavori di Mel Gibson come La passione di Cristo (aramaico) e Apocalypto (lingua Maya).

Mel Gibson, dunque, come ispirazione. Ma hollywood sembra entrare nell’italianissimo schermo anche per come è stato realizzato il resto della pellicola, che si distanzia prepotentemente dal cinema italiano, un po’ in decadenza, a cui siamo abituati. Dopo averlo visto in sala, infatti, capiterà sicuramente di sentire qualcuno bisbigliare “non sembra neanche italiano!”.

Veniamo dunque ad alcuni fra gli altri dubbi sollevati dal potenziale pubblico, tutti dipendenti dalla crisi e dalla storia del cinema italiano: “La produzione sarà all’altezza dell’ambizione?”. Ebbene si, ogni scena, dai combattimenti, ai dialoghi, ai momenti introspettivi, è girata con una maestria tale da far dimenticare i limiti del cinema nostrano e che avrà ben diritto di ritagliarsi un posto fra i film degni di essere considerati pietre miliari.

E dalle considerazioni sulla realizzazione non si può che aggiungere un’ultima nota sulla violenza. Una violenza che accompagna molte delle scene di combattimento e che è servita allo spettatore senza filtri, escamotage o mascheramenti. Una violenza forse quasi ai limiti del gore, ma che porta a al risultato di conferire al tutto l’ultimo tocco di estremo realismo che rende il film unico nel suo panorama. Senz’altro non molto adatta ai più deboli di stomaco, riesce a dare alle numerose lotte che accompagnano i personaggi durante la propria marcia verso la fondazione quel tocco di ulteriore di crudele verità.

Per questo la decisione di dare al film l’appellativo espresso nel titolo dell’articolo: un diamante di fuoco, riti e violenza che ci parla di qualcosa di grande. Una grandezza di cui riusciamo appena ad avere cognizione solamente durante i titoli di coda.

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