Flat tax: rivoluzione fiscale o oggetto misterioso?

di Manuel La Placa


Presentata durante la campagna elettorale del 2018 dal centrodestra come lo strumento che avrebbe definitivamente rivoluzionato il sistema fiscale e della tassazione italiano, annunciata come un perno imprescindibile anche all’interno del famoso contratto di governo stipulato dalla Lega di Matteo Salvini con il M5S del trio Di Maio – Di Battista – Fico, la Flat Tax sinora è rimasta mediaticamente in secondo piano, surclassata all’interno dello scenario politico dalle pressanti questioni legate a quota 100 e reddito di cittadinanza.

Eppure, si tratta di un elemento sul quale l’intero tessuto produttivo italiano contava molto, ragione per cui parecchi voti del mondo imprenditoriale si sono concentrati proprio sulla coalizione di centrodestra, tenuto anche conto del nebuloso e piuttosto vago modo di approcciare la materia avanzato dai competitors grillini.

Durante la fase elettorale, infatti, sono state proprio Forza Italia e Lega a farla da padrone sul tema. Il partito di Silvio Berlusconi, come noto, proponeva una aliquota unica pari al 23% con una no tax area stimata pari a 12.000,00 € con detrazioni per ogni figlio a carico, con un costo complessivo di manovra pari a 50 miliardi di euro. Il movimento di Salvini, invece, ha avanzato una proposta di manovra dal costo di quasi 65 miliardi di euro con un’aliquota unica pari al 15%, perciò molto più bassa rispetto a quella degli azzurri, da concentrare sul reddito complessivo famigliare con detrazioni fisse pari ad € 3.000,00 per ogni componente. Le criticità legate al predetto modello persistevano per le fasce di reddito più basse, per le quali veniva mantenuta una clausola di salvaguardia volta ad applicare il precedente regime fiscale IRPEF qualora più conveniente rispetto alla cd.tassa piatta.

Orbene, quanto avvenuto all’indomani delle elezioni per il rinnovo del Parlamento nazionale è cosa nota, con la formazione dell’Esecutivo gialloverde e la rottura della coalizione di centrodestra. Ad oggi, quasi un anno dopo la formazione del Governo Conte, l’arrembante spinta che inizialmente aveva accompagnato l’introduzione della Flat Tax pare essersi sopita per lasciare spazio ad altre iniziative, nonostante all’interno della nuova legge di bilancio per il 2019 il tema sia stato nuovamente trattato, certamente in maniera differente rispetto alle premesse (e promesse) elettorali.

In primo luogo, posto il vincolante principio di progressività previsto dalla nostra Costituzione (art.53), che impone di calmierare il livello di tassazione in relazione ai redditi in concreto riconducibili a ciascun contribuente italiano, l’Esecutivo ha dovuto spacchettare il nuovo tributo in due aliquote per poterne rispettare i crismi, in quanto generalmente la tassazione piatta in forma pura determina l’applicazione di una stessa, identica aliquota a tutti i contribuenti, indipendentemente dagli scaglioni di reddito ad essi attribuibili. Pertanto, ne consegue l’applicabilità di una prima imposta sostitutiva (ribattezzata mini-flat tax) al 15% (5% per il primo quinquennio lavorativo) con decorrenza dal 01.01.2019 al regime cd.forfettario relativo a partite IVA, start-up ed in particolare a tutte le persone fisiche che esercitano attività imprenditoriali, professionali o d’arte con ricavi e compensi inferiori ad € 65.000,00. Il predetto regime non può essere applicato laddove i beneficiari partecipino contestualmente ad esercizio di attività, società personali, associazioni ovvero imprese familiari ovvero controllino, direttamente o indirettamente, S.r.l., associazioni in partecipazione riconducibili a quelle svolte da coloro che esercitano attività imprenditoriali e professionali. Nondimeno, esso non è estensibile per coloro i quali esercitino in modo prevalente la propria attività presso datori di lavoro o soggetti riconducibili a questi ultimi, in maniera diretta o indiretta, coi quali sia in corso un rapporto di lavoro o un tale rapporto vi sia stato durante gli ultimi due periodi d’imposta precedenti.

Dal 01.01.2020, invece, un regime differenziato determinerà l’applicazione di una imposta sostitutiva al 20% per ricavi e compensi compresi tra i 65.000,00 € ed i 100.000,00 €. Tale sistema non verrà esteso a quei soggetti che si avvalgono di regimi IVA speciali e di regimi forfetari di determinazione del reddito, nonché a soggetti non residenti in Italia (salvi, invece, i residenti nel territorio dell’UE con reddito prodotto sul territorio italiano per almeno il 75%), a coloro che effettuano cessioni di fabbricati, terreni edificabili o mezzi di trasporto nuovi, a coloro che partecipano contemporaneamente all’esercizio di attività presso società personali, associazioni ovvero imprese familiari o coloro i quali controllano direttamente o indirettamente S.r.l. o associazioni in partecipazione aventi ad oggetto attività direttamente o indirettamente riconducibili a quelle di esercizio d’impresa, arti e professioni. Infine, il predetto regime non si applicherà a coloro che esercitano prevalentemente attività nei confronti di datori di lavoro o soggetti ad essi riconducibili, con i quali sia in corso un rapporto di lavoro o vi sia stato un tale rapporto nei due precedenti periodi d’imposta.

Spetta ora all’Esecutivo, introdotta la tassa piatta, reperire le necessarie coperture per la definitiva messa a regime e la sostenibilità di quello strumento che, almeno nelle intenzioni dell’ala di centrodestra, dovrebbe definitivamente sorpassare il vecchio sistema IRPEF e consentire così al tessuto produttivo italiano, almeno nelle intenzioni, di prendere una boccata d’ossigeno e ripartire in termini di investimenti, assunzioni e circolazione del capitale monetario.

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