A chi ama la sua terra, a chi l’ha persa

di Vanessa Combattelli


Per lei non c’era città più bella: il mare cristallino, freddo, con delle sfumature di verde acqua come le stesse coscienze degli abitanti.
Lì era nata, lì era cresciuta, e da lì era dovuta andare via, costretta e umiliata perché italiana.
Aveva gli occhi verdi come me quella donna giovane e forte: dovette prima subire la perdita del fratello, poi l’addio feroce e definitivo alla terra della sua famiglia, alla sua bellissima città libera, Fiume.
Si dice che quando perdiamo qualcosa, questa assuma di conseguenza un valore maggiore, quasi disperato, la nostalgia chiamata saudade dai portoghesi.
Per Rosa era così, non c’è stato un giorno della sua vita in cui non abbia ricordato tutto ciò che aveva perso, con l’impotenza arrabbiata, quanto l’anima di quel popolo.
Eppure, Rosa, ancora oggi c’è chi nega persino quella violenza ai vostri danni: ci scherzano, usano slogan brutti e bassi per cercare disprezzo, dedicano strade nei comuni a Tito, intonano inni e cori contro chi in quelle foibe ci è morto, con la sofferenza della vita che va via.
Questa è l’ignoranza, uno dei mali peggiori che la nostra epoca si ritrovi a vivere: quando eri giovane tu, studiare era ancora un lusso di pochi. Non tutti potevano permettersi i libri, le scuole. Ci si faceva vecchi prima perché bisognava faticare e portare in casa la sopravvivenza.
Oggi abbiamo numerosi strumenti a disposizione per combattere l’ignoranza, eppure c’è chi vive per essere deliberatamente ignorante o, ancor peggio, preferisce non sapere.
Quanti partigiani, Rosa!
Partigiani non solo politici, ma anche culturali. Si alzano bandiere rosse, verdi, blu, lo si fa semplicemente per tifoseria, a tutti piace far parte della fazione vincente, ripetere gli slogan impartiti per non doversi sforzare tanto.
E quanti intellettuali faziosi che negherebbero persino che l’erba sia verde e il cielo blu, come si fa?
Cerco di ritrovare un filo rosso tra la tua esistenza e la mia, con la rabbia e l’orgoglio di amare profondamente la propria terra ma anche la consapevolezza che non per tutti è così, e se qualcuno può farti del male, lo fa.
Il potere, Rosa, comanda tutti. Una volta un amico caro mi disse che dovevo imparare a non farmi manipolare dal potere, perché questo è inevitabile se si è in politica. Glielo promisi, mi ripeto spesso il suo monito “non lasciarti governare dal potere, mai.”
Perché più si va in alto, più si dimentica la base, ci si lascia drogare dal successo e dalla sensazione di benessere nel farcela in tutto e contro tutti.
Ma ogni volta che faccio un passo, guardo sempre dietro, ripercorro tutta la strada che è già stata percorsa da te.
Tu con il tuo filo rosso e il mio che ne è continuum.
C’è chi dice che certe battaglie sono nel sangue, come se l’odio per l’ingiustizia potesse essere trasmesso geneticamente, per ripetersi da generazioni in generazioni, anche senza mai un contatto diretto.
Di te mi hanno detto che mai e poi mai hai potuto accettare la condizione alla quale ti avevano relegata, tu eri una grande lavoratrice poi! A Fiume avevi tutto quello che desideravi, ti specchiavi nel mare della tua bellissima città per ritrovarci lo sguardo.
Ti dannavi, condannavi la faziosità della politica per averti trattato come meno di un’italiana.
Proprio tu che come gli altri avevi pagato caro il prezzo di tenere al tricolore!
Abbiamo dovuto attendere il 2004 prima di vedere riconosciuta la tragedia che è stata vissuta sulla pelle dei tuoi conterranei, e se da quella fiamma è partito un incendio, non so ancora dirtelo.
Io detesto i riti, Rosa, odio quando una data diventa l’unico giorno in cui ricordare un avvenimento, indossando le vesti ipocrite per i restanti 364 giorni.
Sicché ogni volta che vivo un momento particolarmente duro nella mia vita, o devo far fronte alle ingiustizie politiche figlie dell’odio nei confronti della meritocrazia, io ti penso.
Penso alla tua battaglia silenziosa contro ciò che non era giusto, comprendo che ho il dovere sacro di continuarla, per il filo rosso che ci unisce, con la consapevolezza di avere nel sangue quella terra che rimpiangevi tanto.
Tutto questo l’ho scritto per te: a Rosa, la mia bisnonna.

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