Che il “Giorno del ricordo” non sia solo oggi: la verità non deve essere infoibata

Di Chiara Soldani

Che il “Giorno del ricordo” non sia solo oggi: la verità non deve essere infoibata

“Infoibare” è un verbo atroce. Ed è duplice il motivo. Se da una parte c’è infatti il significato che rievoca la barbaria di una vera e propria mattanza, dall’altro troviamo la sua valenza temporale: “infoibare” è il segnalibro su di una precisa, pagina di storia. Una storia truce e a tinte rosse: “rosse”, anche in questo caso, per un duplice motivo. Nel libro “Foibe” Gianni Oliva scrive: “Gettare un uomo in una foiba significa considerarlo alla stregua di un rifiuto, gettarlo dove da sempre la gente istriana getta ciò che non serve più.  La vittima sprofondata nell’antro viene cancellata nell’esistenza fisica, nel nome, nella memoria”. Quasi ventimila nostri fratelli torturati, assassinati e gettati nelle foibe. Quelle che, tuttora, qualcuno osa definire semplici “fenditure carsiche”. Le erano, certo: ma soprattutto, furono “discariche umane”. Tomba precoce, inaccettabile e ingiusta. Le milizie della Jugoslavia di Tito, alla fine della seconda guerra mondiale, si macchiarono le mani. E la coscienza, per sempre: la stessa ereditata dallo stuolo che parla di “fenditure carsiche”, revisioni e negazioni. Si parla di “Giorno del Ricordo” dal 2004, quando il Parlamento approvò la «legge Menia» (dal nome del deputato triestino Roberto Menia, che l’aveva proposta). Di strada se ne è fatta, non ancora abbastanza: e i boicottaggi, le censure, sono i semafori rossi che ricordano quanto cammino ci sia ancora da fare. Ma il silenzio, pian piano e con fatica enorme, ha lasciato spazio a parole, testimonianze, immagini. Il “Giorno del ricordo” è oggi ma deve essere ogni giorno, appunto. Perché le foibe, esistono ancora: più subdole e nascoste. Sono gli attacchi feroci, le violenze dei “buoni”, le catene che vogliono sopprimere le menti dei liberi. Le foibe di oggi sono spintoni al buonsenso, trappole a libertà. Ed ecco come funzionavo: file di catene umane e disumanità. I condannati venivano infatti legati l’un l’altro, con un lungo fil di ferro stretto ai polsi e schierati sugli argini delle foibe. Quindi si apriva il fuoco trapassando, a raffiche di mitra, non tutto il gruppo ma soltanto i primi tre o quattro della catena, i quali, precipitando nell’abisso (morti o gravemente feriti) trascinavano con sé gli altri sventurati. Condannati a sopravvivere per giorni sui fondali delle voragini, sui cadaveri dei loro pari, tra sofferenze inaudite. La memoria dei martiri deve rivivere: oggi, come sempre. Perché è missione e dovere morale. Perché la verità non può e non deve essere infoibata mai.

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