Meditazione su chi siamo: identità e globalizzazione

A cura di Eugenio Spina e Vanessa Combattelli

Abbiamo un volto per definire la nostra storia: dagli aspetti estetici a quelli culturali, dalle tradizioni ai nostri modi di dire quando una cosa ci piace o meno.
Sicché – per quanti oggi vogliano rinnegare confini e dirsi cittadini del mondo, è bene ricordare che invece siamo figli di una storia e di un popolo, condividendo un destino comune e un’identità, unicamente nostra.
Il dramma del XXI secolo è dopotutto quello di dirsi assenti di tetto e casa, comoda invenzione per non dover rendere conto a nessuno della propria esistenza, fingendo che tutti siano trasformabili in qualcos’altro, nella speranza continua di reinventarsi sino a perdere il vero significato della propria essenza.
Zygmunt Bauman parlava a questo proposito di identità liquida, essa è riscontrabile in tutto: relazioni umane, sentimentali, orientamento sessuale, identità intesa come personalità sino a toccare l’aspetto più grande di questo, la nazione.
In questo breve saggio ci occuperemo di parlare dell’identità di una nazione in quanto tale, approfondendo gli aspetti che riguardano la cultura e la storia di essa, offrendo due visioni della stessa visuale: antropologica e politologica.
Dal punto di vista antropologico, possiamo guardare a come siamo diventati ciò che siamo intessendo certi simboli in una rete dalla trama e dall’ordito discernibili quali nostri propri. Questa rete è la nostra cultura. Dimenticati i significati di tali simboli, siamo rimasti impigliati in quella rete. Dobbiamo comprendere di nuovo quei significati. Non per smagliare la rete, senza la quale non potremmo pescare – ma per evitare di esserne pesci.
Sicché è spesso ricorrente nelle analisi sociologiche facenti riferimento alla politica la metafora del corteo, quella che infatti viene chiamata socializzazione culturale si manifesta in questo modo: alla testa del corteo vediamo gli anziani della società, coloro che lasciano in eredità una serie di valori lasciata in costruendo al corpo del corteo (gli adulti).
Alla sua coda ci sono invece i neonati e i bambini, i nuovi del sistema.
Ma in ogni sistema che si rispetti questi nuovi protagonisti sono definibili anche portatori di valori e innovazione rispetto ai format instaurati dalle precedenti generazioni.
Funziona così l’acquisizione culturale da una collettività epocale ad un’altra: abbiamo dopotutto valori e tradizioni lasciateci dai nostri avi, ma al tempo stesso siamo anche figli della nostra epoca e portiamo con noi novità che tendono a stabilire una serie di nuove contraddizioni e funzioni.
Ad esempio la lingua: se non ci chiediamo come funzioni la lingua che parliamo, di conseguenza il nostro modo di cogliere le cose, finisce che invece di parlarla ne siamo parlati, ne siamo trattenuti, e finiamo per odiarla. Come ad esempio molti cosmopoliti odiano la propria cultura: solo perché non sanno conoscerla e, dunque, farne fiorire le parti migliori e portarne invece quelle peggiori. Preferiscono risolvere il problema illudendosi di potersene liberare del tutto. Se invece noi fossimo il ferro e la nostra cultura la calamita, ed arrivassimo non ad odiarla, anzi: proprio perché diventati in grado di non essere trattenuti, a scegliere di amarla, sarebbe meglio. Bisogna porsi criticamente verso la propria, di cultura, se la si ama davvero. Così non si subirà neanche quella, ma la si amerà per scelta (proprio per le contraddizioni che si continueranno a criticare) e non solo perché è la propria.
Diventa quindi affascinante studiare il linguaggio in quanto rappresenta l’espressione prima di un popolo: la traduzione di alcune parole, il modo di pronunciarla, gli accenti e le continue differenti misure che ne riscontriamo.
Storicamente rappresenta un collante forte per qualsiasi nazione che voglia dirsi tale.
Senz’altro se andassimo a studiare l’Italia da un punto di vista linguistico, potremmo notare che un’unità linguistica vera e propria non esiste, ma questa non è altro che l’ennesima conferma rispetto a quanto enunciato poc’anzi: anche le regioni (se non gli stessi comuni) si esprimono attraverso una propria vocazione dialettale, la quale rappresenta una delle risorse culturali più potenti che appartengono alla nostra nazione.
Non a caso parliamo di un’Italia ma tanti campanili; un fenomeno simile è riscontrabile ovunque, sia in Francia, Germania o Inghilterra.
Ogni qualvolta che si tende a voler omologare un aspetto culturale (sia appunto un linguaggio) inevitabilmente emerge la propria particolarità.
L’identità è anche lingua, possiamo affermare che ogni lingua ha in sé un perché di fronte a tanti tipi di dire la stessa cultura.
Ascoltando la lingua, possiamo sentire quanto l’identità italiana sia impensabile senza ricordarci di come sia un’eredità indoeuropea. Almeno dall’Islanda al Bangladesh parliamo lingue indoeuropee. Ateniesi, romani, berlinesi, parigini, madrileni, londinesi, dublinesi, moscoviti, praghesi, abitanti di Stoccolma, Varsavia, Belgrado, Sofia, Bucarest, Vilnius, Kiev, udrebbero assonare parole delle proprie lingue con quelle dell’abitante di Teheran, Kabul, Varanasi. La diffusione di tratti culturali indoeuropei è rilevabile almeno dalle Ande all’Indocina.
Un luogo da cui si sono più significativamente espansi è quello che, almeno dal VI secolo, abbiamo chiamato Europa. Tra le culture indoeuropee, le europee sono state di matrice romana, cristiana, germanico-romanza.
La loro cristianizzazione ci dice di come abbiano saputo appropriarsi, costruttivamente o no, di elementi estranei. Come le eredità moresche di Andalusia e Sicilia; lo studium medico di Salerno; i trattati arabi tradotti dai monaci cassinesi. Ci parlano di quanto le nostre culture abbiamo saputo come boxare: ad esempio con quelle islamiche nel Mediterraneo; o con quelle ugriche, turche, mongole nella penisola balcanica, nella pianura ungherese, nelle steppe euroasiatiche o nell’altopiano anatolico.
Siamo italiani, condividenti uno stesso destino in quanto respiriamo, come attraverso branchie, la stessa cultura. Quella germanico-romanza detta italiana; parte di una più ampia cultura indoeuropea: i pupi raccontano a Trapani la stessa storia di una saga a Rejkyavik.
Sicché seguiamo questo filo rosso di esistenze e destino, perché è qui che si cela la vera eternità umana che risponde al richiamo delle proprie radici.
La letteratura romantica e vittoriana, in particolare, si occupò di questo aspetto approfondendolo con cura nei suoi libri e racconti: ogni personaggio vittoriano che si rispetti è infatti alla ricerca della propria casa, emergono così i miti, le bellezze dell’età classica, tutto ciò che riguarda un ricco passato, quasi misterioso ed esoterico.
Non si può resistere al richiamo del passato: nei nostri occhi conserviamo lo sguardi degli avi e di coloro a cui siamo appartenuti, il singolo ha in sé una storia sterminata ed incredibile che si intreccia a tante altre esistenze.
Così riguarda anche la nazione: il legame dell’individuo con essa, la concezione che non è un limite appartenere ad una comunità, né questa deve opprimere il singolo, ma bensì rappresentare un punto di partenza, la propria casa che permette infine di realizzarsi e risultare il massimo rispetto a ciò che l’eredità passata e la potenzialità presente lascia.
L’unico modo di gustare l’appartenenza alla propria nazione è comprendere come l’identità di ognuna sia ereditata da una storia di rapporti con le altre. Ciascuna ha accolto questo lascito, dando vita ad un’identità differente dall’altra. Tale differenza è la condizione del rispetto reciproco. Secondo alcuni, invece, gli uomini avrebbero costruito le loro differenze solo per dare alla luce discriminazioni. Per costoro, gli uomini dovrebbero perciò distruggere queste loro identità: solo allora non ci saranno più differenze, né quindi discriminazioni, e le persone si rispetteranno. Ma rispettare vuol dire volgersi a guardare che cosa c’è di diverso nell’altro, ed amare questa differenza. Differenza la quale è data esclusivamente dal fatto che l’altro ha la propria identità, noi la nostra. Chi pensa che l’identità sia qualcosa di intrinsecamente violento, e vuole distruggere le differenze in nome dell’egualitarismo, in breve, distrugge con esse la possibilità stessa del rispetto reciproco
In definitiva abbiamo provato a dare una sostanza a tutto ciò che il mondo contemporaneo ci offre, la deriva di una società post-ideologica senza più abiti identitari sembra inevitabile, da quando la globalizzazione è andata oltre gli stessi sistemi politici. Eppure non è così, non deve essere così e non può essere solo così: l’identità è la casa verso cui tutti torniamo, il luogo certo e sicuro dove costruire un futuro migliore per la nostra terra. Se non c’è identità, non c’è amore.

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