10 febbraio: perché quegli italiani vanno ricordati ogni giorno

di Dalila Ansalone

Istria, Fiume, Dalmazia, 8 settembre 1943.
Armistizio. La guerra è finita. Qualcuno festeggia, qualcuno sospira. Un sospiro amaro, come se sapesse già che quel vento di fine estate che soffia da est non porterà nulla di buono.

Istria, Fiume e Dalmazia, terre bellissime, terre italianissime. Nonostante la guerra si lavora, si studia, si guarda al futuro, si ha voglia di ripartire. Ci si sente forse un po’ soli, un po’ abbandonati, un po’ in balìa di un governo neonato non legittimato, che fa fatica ad imporsi.

Quel vento che arriva da Est porta con sé odio, terrore e morte; ed ha un nome: Tito.
Il generale comunista jugoslavo che odia gli italiani.
Succede tutto troppo velocemente. I territori italiani del nord sono abbandonati, non sono più tutelati dalle forze dell’ordine, sono svuotati di protezione per colpa di una situazione politica incerta ed un governo incapace di porvi soluzione e dare ordini.

Truppe di partigiani jugoslavi iniziano a seminare panico e terrorizzare chiunque non fosse filo-comunista. In poco tempo quelle che sembrano solo essere minacce ed offese agli italiani degenerano in atti disumani: violenze, torture, stupri. Al grido di “gli italiani sono nemici del popolo”, gli jugoslavi riversano tutto il loro odio su noi italiani. Con la scusa di interrogare possibili testimoni per scovare i fascisti, prelevano dalle loro case ed uccidono più persone possibili gettandole nelle foibe, enormi cavità del terreno tipiche della regione carsica e dell’Istria. Legano in fila indiana con il fil di ferro uomini, donne e bambini, reduci da giorni di torture ed umiliazioni. Davanti alla foiba sparano al primo della fila e scelgono divertiti chi altro ferire o uccidere. Cadendo nella cavità, i colpiti trascinano gli altri. Chi non muore sul colpo, morirà di stenti sotterrato dai corpi, ad una profondità di 100 metri. Dall’alto, le risate compiaciute di chi reputa tutto questo semplicemente un sadico gioco.

Ed è solo l’inizio. Tito ed i suoi uomini non fanno mistero di volersi impadronire non solo della Dalmazia e della penisola d’Istria (dove sin dai tempi della Repubblica di Venezia esistevano borghi e città con comunità italiane), ma di estendersi a tutto il Veneto, fino all’Isonzo.

Gli jugoslavi riescono ad occupare Fiume, l’Istria e la Dalmazia dando il via alla seconda ondata di terrore: chi non viene ucciso o deportato nei campi di concentramento croati e sloveni deve lasciare la propria terra per salvarsi.
Migliaia di italiani, che già non si sentono più sicuri nel vivere nella loro dimora, raccolgono i pochi averi non ancora confiscati e scappano dalla propria terra come estranei sgraditi.

E sgradita diventa la situazione italo-jugoslava alle potenze vincitrici del secondo conflitto mondiale, vedendola un peso che intralciava la soluzione di altre questioni.
Il destino di tantissimi italiani viene deciso così, a tavolino.
Con la Conferenza di Parigi l’Italia consegna Zara, Dalmazia, isole di Quarnaro, Istria, Fiume e parte della provincia di Gorizia a Tito. Il Trattato di pace di fatto regala anche alla Jugoslavia il diritto di confiscare tutti i beni e proprietà dei cittadini italiani.

Inizia così la seconda parte dell’esodo giuliano dalmata. Donne, uomini e bambini strappati dalle loro case e costretti a scappare con la forza.

L’ennesimo schiaffo? Il governo italiano è spettatore e complice. Non solo i beni confiscati e razziati dalle truppe di Tito vengono indennizzati, ma gli esponenti del partito comunista, favorevoli alla Jugoslavia, minimizzano la questione.
Il ministro per l’Assistenza post-bellica Sereni, sul cui tavolo finiscono tutti i rapporti con le domande di esodo e di assistenza provenienti da Pola, da Fiume, dall’Istria e dalla ex Dalmazia italiana, anziché farsene carico, nasconde all’opinione pubblica la drammaticità della situazione.
 Rifiuta di ammettere nuovi esuli nei campi profughi di Trieste giustificandosi con la mancanza di posti disponibili. Non solo, relazionandosi con De Gasperi, parla di «fratellanza italo-slovena e italo-croata», sostenendo la necessità di scoraggiare le partenze e di costringere gli istriani a rimanere nelle loro terre, affermando che le notizie sulle foibe erano «propaganda reazionaria».

In questo Bologna si macchia di un crimine, la vicenda del Treno della Vergogna.
Nel 1947 un convoglio partito da Ancona trasporta esuli provenienti da Pola, stipati in un treno merci. La Pontifica Opera d’Assistenza e la Croce Rossa Italiana aspetta in stazione gli esuli con pasti caldi. Dai microfoni, i ferrovieri sindacalisti ed iscritti al PCI, diramano l’avviso: “Se i profughi si fermano per mangiare, uno sciopero bloccherà la stazione.” Arrivato a Bologna, il treno viene preso a sassate da giovani che sventolano la bandiera rossa con falce e martello, altri lanciano pomodori e sputano sui loro connazionali, alcuni addirittura buttano il latte sui binari, destinato ai bambini in grave stato di disidratazione.
Italiani, uccisi brutalmente nei territori dove sono nati, spogliati dei loro averi, costretti a fuggire dalle loro case ed abbandonati e umiliati dallo Stato e dai loro connazionali: questo è stato il martirio delle Foibe e l’esodo giuliano-dalmata.

E sui libri? Niente.
Il nuovo governo italiano era nato da un compromesso tra due forze: PCI e DC. La grave instabilità politica dovuta al conflitto mondiale ed al conseguente armistizio aveva lasciato il Paese in balìa degli eventi. Forze contrastanti occupavano l’Italia, ed il governo Badoglio era incapace di dettare una linea, lasciando di fatto senza ordini il nostro esercito.
La componente comunista del governo Badoglio e dei successivi, sosteneva la Jugoslavia comunista di Tito.
Non godendo di abbastanza legittimazione, i governi del dopoguerra reputarono più conveniente seppellire la vicenda giuliano-dalmata piuttosto che rivendicare le violenze subite dagli jugoslavi su quei territori.
Per tantissimi anni, parlare di Foibe fu semplicemente vietato.
Una verità celata e negata, fratelli italiani abbandonati e lasciati cadere nell’oblio, strappandogli pure il ricordo.

Qualcosa cambia solo il 30 marzo 2004, quando il governo Berlusconi istituisce il “Giorno del Ricordo”. Gli italiani furono chiamati per la prima volta a commemorare le quasi ventimila vittime torturate, assassinate e gettate nelle foibe dalle milizie della Jugoslavia di Tito e le 250.000 persone costrette ad abbandonare la loro terra.

A fronte dei fatti fa ancora più rabbia vedere come all’avvicinarsi del Giorno del Ricordo, emerga ancora uno squallido negazionismo.
Da anni in prossimità del giorno del ricordo associazioni filo-comuniste, rispolverano le bandiere titine e si fanno beffa dei loro connazionali riducendo le stragi e l’esodo ad “una giusta punizione ai fascisti”, organizzano incontri informativi che si riducono essere falsi storici conditi di pericolose ideologie anti-italiane.
Non sorprende la posizione di amministrazioni di sinistra di qualche mese fa a fronte del primo film che tratta del tema, “Redland”. La proiezione è stata impedita in tantissimi cinema. L’unico modo per permetterne la visione? Organizzare proiezioni affittando sale per una sera.

Fa così paura la verità?

Per contro, da anni e sempre con più forza i martiri delle Foibe e gli esuli vengono ricordati e commemorati. Il ricordo ha iniziato a non essere più solo tramandato dai diretti interessati di generazione in generazione. Preziosi e toccanti libri vengono scritti, comprati e custoditi con cura.
Fiaccolate, incontri, deposizioni di corone d’alloro, iniziative su tutto il territorio italiano sono sempre più frequenti.
Quest’anno Simone Cristicchi ha addirittura messo in scena uno spettacolo dedicato interamente al ricordo delle vittime e degli esuli, destando stupore: è una delle rare volte in cui un personaggio pubblico non si schiera a sinistra e non si unisce al mondo dei radical chic-buonisti-liberal tanto in voga nello showbiz.
Alla Foiba di Basovizza per la prima volta il presidente del Parlamento Europeo ha presenziato all’annuale commemorazione e reso onore alle vittime deponendo una corona d’alloro e dichiarando “negare significa essere complici” osando anche ricordare che quelle terre, nonostante i confini, restano italiane. Un messaggio forte ed importante che vuole smuovere l’intera comunità europea.

Quello che si auspica è che giorno dopo giorno sempre più persone apprendano cosa è accaduto ai nostri fratelli italiani. Che le nuove generazioni crescano non vedendosi celata la verità, che inizino a studiarla sui libri di scuola, che conoscano una delle pagine più tristi della storia della nostra nazione. Che sappiano cosa è successo e perché si contano quasi 20.000 vittime e 250.000 esuli. Che si inizi il processo di revoca dell’ingiusta ed oltraggiosa medaglia d’oro a Tito. Che si renda giustizia, almeno con il ricordo, a Norma Cossetto, una giovane studente nostra coetanea che amava la sua Patria, la cui vita è stata spezzata, ed a tutte le vittime tradite ed abbandonate che ci guardano da lassù.
Perché una colpa l’avevano: quella di essere italiani.

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